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Cacciatori e prede: storia sorprendente del corteggiamento

L’uomo è l’unica preda che si illude di essere un cacciatore. E a questa verità, scrupolosamente taciuta per non spaventare il maschio, sembra alludere la copertina della “Storia del corteggiamento” di E.S.Turner, ed. Ultra, in cui un uomo viene trascinato per i piedi da una deliziosa cavernicola. Il saggio è una ricognizione ironica e colta tra secoli ed usanze di questo preamabolo alla procreazione che l’umanità condivide con il mondo animale.

Giuseppe Scaraffia da il Domenicale del “Sole 24 Ore” dell’8 aprile 2015 

Spesso la preda non sa di essere osservata, come Romain Gary che durante un ricevimento mangiava olive, sdraiato su un divano, sputando gli ossi tutto intorno. Alla bionda e seducente Lesley Blanch, sua futura moglie, quell’eroe di guerra sembrò un irresistibile, ” maldestro, orso bruno”. Per fare colpo su di lui gli disse che somigliava a Gogol. Un rilievo sorprendente per una sofisticata inglese. Quando lui tentò goffamente di riequilibrare la situazione – “Lei lo legge tradotto. Quindi non può capirlo” -, Lesley lo sbaragliò rispondendogli in russo – “E’ vero, la sua lingua è molto difficile per una stupida come me”.

Dopo avere contemplato il sorriso malandrino e i denti storti di Gary, se lo portò a casa. Il mattino dopo il giovanotto ricevette una biglietto che gli toglieva ogni dubbio: “Caro Romain, non ho la minima intenzione di fare la parte di Margherita nel tuo Faust!”.

Guardando il gracile D. H. Lawrence, allievo di suo marito, giocare con i bambini, totalmente dimentico della splendida accompagnatrice, la giunonica Frida von Richthofen si infatuò di lui e gli propose di diventare amanti. Intimidito, Lawrence rifiutò per motivi etici: “Non passerò la notte sotto il tetto di vostro marito in sua assenza. Gli direte la verità e ce ne andremo insieme poichè vi amo.” Ma Frida pensava a una notte di passione e resistè a lungo all’idea di sposarlo. “Il sacrificio sembrava al di sopra delle mie forze.”

Mentre la sensuale Anais Nin, in abito lungo di velluto rosso, lo divorava con gli occhi, Henry Miller divorava coscienziosamente l’arrosto e vuotava una bottiglia dopo l’altra. “Questa carne è divina… un vero festino! incredibilmente buona!”, per poi lodare astutamente la padrona di casa: “Come può una donna di una tale bellezza, di una tale distinzione scrivere un libro? E’ incredibile! E’ meraviglioso!” Ma l’avido bohémien non sapeva di essere già entrato nella tela della scrittrice.

Pur essendo molto impressionato dal fascino e dall’eleganza di Katherine Mansfield, Middleton Murry, un debole bel tenebroso, non si decideva. A un certo punto la scrittrice lo invitò a dividere l’appartamento con lei, come amico.

Le settimane si succedevano, ma i contatti si limitavano alla stretta di mano scambiata prima di andare a dormire. Una sera Katherine, esasperata dall’attesa, gli chiese: “Perchè non fai di me la tua amante?”. “Mi sembra che sciuperebbe tutto”, rispose lui, al che lei reagì con uno sconsolato “Anche a me”. Murry avrebbe capitolato solo in seguito, quando lei gli disse: “Ti amo. Questo lo rende diverso?”.