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Liberazione e celebrazione, Guerra Civile e rimozione

Nelle celebrazioni del 70° della Liberazione, o della Resistenza, secondo la formulazione più usata in queste settimane, mi sembra si sia persa la consapevolezza della complessità e delle contraddizioni di quei giorni drammatici, che era invece emersa negli ultimi anni.

di Aldo Giovanni Ricci per www.storiainrete.com

Il dramma del Paese durante quella che ormai viene comunemente definita una “guerra civile”, è espresso nella forma più evidente dalle motivazioni egualmente autentiche e patriottiche con cui i giovani italiani si trovarono schierati su fronti opposti , uniti però, in molti casi, da una ricerca comune di identità e di riscatto. Se il giovane tenente dell’aeronautica della RSI, Vittorio Satta, immolatosi il 25 maggio 1944 nella difesa di parma dai bombardamenti alleati, poteva confidare al suo diario di essere disposto ad “arrivare fino all’ultimo sacrificio di se stesso pur di riabilitare agli occhi del mondo l’onore del popolo italiano”, altrettanto sinceramente l’allievo ufficiale dei bersaglieri Dario Sibilia, caduto nel dicembre del 1943 nella battaglia di Montelungo, nelle file dell’esercito del Sud, aveva potuto scrivere su un foglio trovato nelle sue tasche: “voglio combattere, voglio dare anche io il mio modesto contributo alla Patria ridotta in così penose condizioni”. E parole simili si possono trovare nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza, a testimonianza del dramma di un patriottismo alla ricerca della patria e costretto a trovarla su fronti opposti.

Nelle celebrazioni non dimentichiamo però che il Paese ha vissuto una guerra civile che spesso si tende a rimuovere. Dalla rimozione non nasce una coscienza civile, ma solo una falsa coscienza: un male che nel nostro Paese ha radici antiche.