24 maggio. Perché ricordiamo quella data di cento anni fa

22 maggio

copertina-speciale-grande-guerraDallo speciale di “Storia in Rete” dedicato al centenario del conflitto mondiale, “1915. L’Italia va alla guerra“, anticipiamo l’editoriale di Fabio Andriola. (SiR)

Per noi di «Storia In Rete» la Grande Guerra è sempre stata un tema un po’ speciale. Ci sembra, infatti, che in quella straordinaria anche se drammatica esperienza l’Italia, come nazione, abbia dimostrato doti e risorse importanti, esemplari. E nei periodi difficili, come gli anni che viviamo, un esempio importante di compattezza e vigore può essere utile anche perché smentisce tanti luoghi comuni che gli italiani per primi alimentano in se stessi. Ma più ci si avvicina alla fatidica data del 24 maggio (giorno in cui si «celebrano» o forse più semplicemente si «ricordano» i cent’anni dall’ingresso italiano nella Prima guerra mondiale) più aumenta la consapevolezza che l’Italia si avvia verso l’ennesima occasione mancata. In un’epoca in cui carta d’identità e passaporto sono ridotti ad un puro fatto amministrativo, mentre i confini e la stessa sovranità nazionale vengono considerati dettagli, quasi fastidiosi, retaggio di un passato lontano, inutile se non vergognoso, che possibilità c’è di ricordare con orgoglio lo sforzo titanico che il giovane Regno d’Italia compì tra il 1915 e il 1918? Uno sforzo fatto proprio per far coincidere i confini naturali con quelli politici e culturali, per chiudere un processo iniziato nel 1848 con la prima guerra di Indipendenza intrapresa dal Regno di Sardegna di Carlo Alberto di Savoia. Certo, non tutto fu lineare e il percorso che portò l’Italia all’Unità non fu tra i più semplici ma alla fine si arrivò all’obbiettivo. Un obbiettivo raggiunto in gran parte nel 1859-1861 (Seconda guerra d’Indipendenza e Impresa dei Mille), consolidato in qualche modo tra il 1866 (Terza guerra d’Indipendenza) e il 1870 (Presa di Roma) e coronato proprio nel 1918 con la riunione alla Madre Patria di Trento e Trieste, dell’Istria e della Dalmazia.

Tutto questo è costato parecchio, soprattutto vite umane. Sacrifici immensi di almeno tre generazioni di italiani – i nostri nonni, bisnonni, trisavoli – che andrebbero onorati, rispettati e conosciuti nei loro dolori ma anche nei loro successi, nelle loro paure ma anche per il loro coraggio, per come affrontarono le sfide immani che la Storia poneva loro dinanzi. E invece l’orientamento prevalente quale è? Uno squallido appiattimento sulla retorica minimalista che, in televisione e in libreria, al cinema come sui giornali punta esclusivamente a mettere l’accento sulla dura vita del fante in trincea, carne da cannone in mano a generali ottusi, cinici, inumani a loro volta al servizio di politici miopi e ambiziosi ad un tempo. Tutto qui: una lunga, infinita, drammatica «inutile strage» che poteva e doveva essere evitata. Il «perché» doveva essere evitata e come si sarebbero potuti raggiungere in altro modo determinati obbiettivi nessuno però lo dice. Meglio guardare con ostinazione il dito (le sofferenze della vita in trincea) e trascurare la Luna (gli obbiettivi). Un modo molto «politicamente corretto» di affrontare i problemi come dimostra anche la cronaca di questi anni e mesi.

La «strage» ci fu. Ma fu davvero inutile? Dovrebbero star bene attenti i cialtroni che confondono la retorica anti-guerra (ma a chi piace la guerra? Può mai davvero essere bello fare la guerra?) con le guerre necessarie che sono, soprattutto, le guerre di liberazione nazionale, come appunto fu la Prima guerra mondiale per l’Italia. Mica contestano i greci, gli slavi, i russi, i libici, gli abissini che combattevano – legittimamente ma non di rado con eccessi uguali e contrari a quelli che invece vengono imputati ai militari italiani – i nostri soldati nella loro veste di invasori e colonizzatori. Mica contestano i reduci repubblicani della Guerra civile spagnola che – volenti o nolenti – nel 1937-39 combattevano per la Repubblica ma anche a fianco degli uomini di Stalin. O, men che meno, i partigiani che presero il fucile per combattere il tedesco invasore. E ci mancherebbe… Durante le ridondanti celebrazioni per il 70 anni della Liberazione, lo scorso 25 aprile, avete forse sentito qualcuno dire che i partigiani si sono sacrificati e in gran numero sono morti nel corso di una «inutile strage»? Le sofferenze della vita in montagna o comunque della clandestinità nell’Italia occupata dai tedeschi non vanno forse inquadrate nell’ottica di un contesto di guerra finalizzata ad un «obbiettivo superiore»? Ebbene, cosa ha di più il partigiano del 1944-1945 rispetto al fante del ’15-18? La consapevolezza? Ma in quante guerre il soldato ha, inizialmente, una totale consapevolezza di cosa sta facendo e per quali motivi sta combattendo? Del resto molte lettere e diari ci dicono invece che tanti soldati, anche spesso poco più che alfabetizzati, sapevano cosa stava accadendo e che lo sforzo di tutti era quello necessario per arrivare finalmente in fondo alla strada aperta nel 1848. I nemici? Non a caso erano sempre gli stessi. Lo scopo? Anche lui era sempre quello. Certo i morti si son contati a centinaia di migliaia ma sono morti (a differenza, spiace ma è così, dei soldati austriaci e ungheresi che, più o meno consapevoli, combattevano per l’Imperatore di Vienna) non per conquistare un Paese straniero, per occupare, sfruttare e deportare popolazioni pacifiche, per depredare opere d’arte, industrie e campi stranieri. Sono morti per portare a compimento una cosetta da niente per alcuni. Una cosetta che si chiama Unità nazionale e che si è sempre pronti a rivendicare, giustamente, quando qualcuno, da qualche parte dell’inquieto pianeta Terra la minaccia o la nega a piccole enclave, a minoranze etniche, a paesi economicamente sottosviluppati. Basta che certe rivendicazioni non siano in capo, ieri come oggi, all’Italia: allora diventano populistiche, revansciste, «nazionaliste» (che brutta parola!), antistoriche…
+++05 07 editoriale aperturaNel più classico ed esemplare strabismo pseudo-pacifista quello che valeva e vale per chiunque non vale per i nostri nonni che, nel migliore dei casi, erano «inconsapevoli» e mandati a morire senza un perché. Invece, pur con tutte le zone d’ombra che qualunque evento storico si porta dietro (e di cui cerchiamo di dar conto nelle prossime pagine) pensiamo che la Grande Guerra sia stata, per l’Italia, una guerra necessaria e, in una prospettiva storica, perfino una «guerra utile» per le indubbie ricadute che ha avuto non solo per la modernizzazione e la democratizzazione della società ma, soprattutto, per l’opera di formazione e consolidamento di quella strana cosa (almeno in Italia) che si chiama «identità nazionale»: una «consapevolezza di sé» in quanto appartenente ad un gruppo umano e sociale che non solo parla la stessa lingua e vive sulla stessa terra ma che ricorda anche come le generazioni precedenti hanno contribuito a delimitare lo spazio geografico e culturale in cui il gruppo stesso storicamente si muove e opera. L’«identità nazionale» può essere avvertita e affermata anche in modo rustico senza che questo ne infici il valore e il senso. Un esempio interessante: lo scorso 18 novembre 2014, durante la trasmissione di approfondimento politico «Quinta colonna» (in onda su Rete4), nel mezzo del solito collegamento infuocato dove residenti di periferia si confrontano e lamentano della vicinanza di campi rom, un sanguigno signore bolognese, di fronte alla giustificazioni di un peraltro civilissimo contraddittore rom che rivendicava il proprio essere «italiano» ha sbottato così: «Vi dovete comportare come dice la legge italiana. Siete in Italia, cazzo. Mio nonno era sul Carso a combattere. Tuo nonno dove cazzo era?».

Ecco: porsi certe domande mentre il delirio del «multiculturalismo senza se e senza ma» soffia fortissimo può aiutare a capire cosa si vuole o se lo si vuole ancora. Dove erano i nostri nonni e bisnonni nel ’15-’18? A fare che? Secondo noi in moltissimi casi erano a fare qualcosa di difficilissimo, durissimo, bellissimo e che merita non solo rispetto ma rappresenta un valore attuale e da riaffermare: finivano di fare l’Italia, portandola alla sua dimensione naturale e a confini sicuri dopo secoli di invasioni da ogni parte dell’arco alpino. Un’impresa eroica che mal si sposa con la visione lacrimevole, minimalista se non disfattista che sembra prevalere un po’ ovunque tranne che nelle pagine della rivista che avete in mano. «Storia in Rete» non fa politica in senso stretto. Fa politica «culturale» che è una cosa che dovrebbe unire al di là degli schieramenti politici che, del resto, non ci interessano. Quindi fa politica perché opera tra le persone per ribadire alcuni principi, certi punti di vista, determinate letture del passato che dovrebbero, tra le altre cose, aiutare a capire e a trovare qualche ragione di orgoglio e di pacificazione, di unione e riflessione. Gli italiani non sono sempre stati solo divisi, limitati, meschini, disorganizzati, «furbi», evasori, inaffidabili. Anzi, molte stagioni della nostra Storia – e la Grande Guerra è tra queste, con le inevitabili ombre e contraddizioni di ogni esperienza umana – sono state esaltanti, degne, ricche di umanità e sacrificio, di creatività e di tenacia. Oggi, nella situazione desolante in cui anche l’Italia si dibatte, guardarsi indietro e vedere che c’è stato qualcosa di bello e grande cui rifarsi può essere utile, a prescindere dagli orientamenti politici contingenti.

Leggendo i contributi sul «Patto di Londra» vedrete che l’Italia del 1914 e del 1915 non aveva gran voglia di far guerra alla Germania del Kaiser. Il nostro vero obbiettivo era ovviamente l’Austria-Ungheria al cui vertice sedeva sempre il solito Francesco Giuseppe, l’uomo nel cui nome vennero giustiziati tanti patrioti: dai Martiri di Belfiore (1852-53) a Guglielmo Oberdan (1882) fino a Cesare Battisti (1916). Una storia lunga, nobile e dolorosa che va ricordata e che ci impegniamo a raccontare presto. In fondo fu la prima, vera Resistenza. Durata non 18 mesi come quella iper-celebrata da un’Italia dalla memoria intermittente, ma diverse decine d’anni… E finita non il 25 aprile 1945 ma il 4 novembre 1918. Due date, due liberazioni, entrambe vittorie italiane. Ma per comodità ci concediamo di celebrarne davvero solo una, quella più recente, più breve e, tutto sommato, meno sanguinosa. In un panorama come quello attuale, sempre più moralmente e culturalmente informe, dove l’assenza di memoria porta a trascurare storia e tradizioni in nome di un multiculturalismo che tutto appiattisce e dimentica, il «mainstream» – cioè la corrente dominante sui media – tende a privilegiare le emozioni sul ragionamento. Si punta sul pietismo, sulla lacrimuccia, non per spiegare il passato o il presente ma per evitare di ammettere che si stanno surrettiziamente, vilmente, disonestamente cambiando carte e regole del gioco. Chi protesterà davvero e in nome di cosa se non si ricorderà più di nulla?

Con questo speciale, e con gli altri che seguiranno nei prossimi anni, «Storia In Rete» andrà ancora una volta contro corrente. Per dare un’occasione, a chi vorrà, di ricordare e celebrare un momento importante, tragico, eroico, sanguinoso, comunque fondamentale. Per chi invece preferisce la melassa o, ancora meglio, preferisce non ricordarsi di nulla non ci sarà che l’imbarazzo della scelta.

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13 commenti


  1. I denigratori della Grande Guerra sono anche i denigratori del Risorgimento, e viceversa. Per esperienza diretta posso dire che è inutile ragionare con questi personaggi, che di solito non conoscono che molto superficialmente gli argomenti storici su cui pretendono pontificare, e sono semplicemente in linea con il passaparola mediatico della ben nota orchestra di detrattori che spaccia opinioni e sentimenti personali per documenti e fatti storici.
    Lei, dott. Andriola, è stato anche troppo gentile nel suo editoriale. Per quel che mi riguarda, io la pazienza l’ho persa dopo aver scritto “Scoprire il Risorgimento” 1a 2a e 3a parte, ed essermi trovata sommersa di critiche pretestuose, cui peraltro ho replicato punto su punto.
    Parliamoci chiaro: preso atto che c’è una parte d’italiani che per motivi che nulla hanno a che fare con la Storia, ha imboccato un vicolo cieco anti-storico e irrazionale, io penso che ai patrioti del Risorgimento e della Grande Guerra non importerebbe proprio un fico secco essere celebrati da questa repubblica, e in definitiva non importerebbe essere celebrati nemmeno da noi che ancora crediamo alla Patria, per pochi che siamo rimasti. Ma è per noi stessi che lo facciamo, per non sprofondare in queste sabbie mobili che stanno risucchiando tutto, anche le cose più sacre. In tale sciagurato epilogo della nostra nazione che tante ne ha viste e tante ne ha passate, non so se riusciremo a passare anche questa, ma, almeno, c’è ancora un istinto, una voce interiore che chiama i veri italiani a reggersi a ciò che resta della nave che affonda, per non perire con tutti gli altri nel grande naufragio.
    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  2. […] 24 maggio. Perché ricordiamo quella data di cento anni fa […]

    NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI 24 MAGGIO 2019 - Detti e Scritti

  3. Buongiorno, sono capitato per caso in piazza 24 maggio e con grande umiltà e cospargendomi di cenere confesso che non ricordavo che cosa la data celebrasse, motivo per cui sono giunto a questo articolo. Apprezzo intanto la volontà di confronto degli amministratori della pagina, tuttavia, proprio perché amanti della storia e del confronto, sarebbe auspicabile che si comprendessero i tempi che cambiano e si cercassero nuovi punti di vista anziché limitarsi a lagnarsi della degenerazione del presente. Non so voi, ma se penso alla Storia dell’uomo (non solo quella patria), mi accorgo che tutto ha sempre molto dipeso dalla qualità e quantità della comunicazione e che più questa cresce, più i popoli si contaminano tra loro ed i poteri agiscono prima e poi di conseguenza. La grande guerra, in questo caso, andrebbe appunto storicizzata, analizzando con autentico spirito di indagine i come e i perché (tanti e complessi), senza esaltarne troppo i presunti benefici. Non intendo negare i grandi sacrifici compiuti, ma cercare di ridurre l’enorme impatto che ebbero le vite sacrificate in nome di una pseudo nazione, dove il 90% parlava il proprio diversissimo dialetto e una enorme percentuale di questi erano pure analfabeti mi pare quantomeno tendenzioso, per non parlare poi dei “terroristi” che molto si adoperarono per l’unificazione e da dannati divennero santi. La verità signori miei è che da sempre i potenti mandano i popoli al macello e davvero poche sono le occasioni in cui la resistenza e la lotta armata furono un’autentica necessità per chi in trincea andava a morire. Siamo nel 2019 mentre scrivo, le conseguenze di certi deliri nostalgici sono sotto gli occhi di tutti, la completa e totale demagogia impera in ogni dove e a farne le spese sono e saranno, sempre e comunque, i più indifesi e meno abbienti. Avrei gradito assai meno retorica e molti più fatti.

    P.S.
    A solo leggere ancora scemenze come “veri italiani” mi scappa da ridere.

    Fedor

  4. Fedor, conoscere la storia è cosa buona e giusta. Il problema è: quale storia? Non certamente quella che ci viene raccontata dai vincitori, utilizzata solo per scopi politici ed economici, non certo per acculturare le genti!
    Molti purtroppo hanno creduto e forse ancora credono alle narrazioni fantasiose degli storici di professione che specie sul risorgimento hanno dato il meglio di se. Tuttavia, al netto delle motivazioni economiche, sociali e politiche e pur ammettendo per alcuni la buona fede, il problema rimangono le fonti. Chi frequenta archivi e biblioteche sa che il nodo è tutto li.

    Socrate

  5. Caro Fedor, lei auspica che si “storicizzi” la Grande Guerra. Devo purtroppo informarla che su quel conflitto esiste una sterminata bibliografia di storici italiani, inglesi, tedeschi, austriaci, polacchi, insomma di ciascuna delle parti in conflitto e perfino di storici di paesi rimasti neutrali, tutti studi fondati rigorosamente sulle fonti, e dunque il suo desiderio è già realtà. Certo bisogna avere la pazienza di leggerli, poi, i libri e questo è già più impegnativo che scrivere un commento su un qualunque sito. Posso solo consigliarle di stare attento a distinguere tra gli storici e quella pletora di buffi personaggi che la storia se la inventano spacciando le castronerie che scrivono per mirabolanti scoperte ottenute leggendo i fondi di caffè.

    Augusto

  6. Mi associo ad Augusto ricordando che purtroppo per ben 150 anni si è dato credito solo ai “buffi personaggi”.
    Bertold Brecht disse: Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente!

    Socrate

  7. Sarebbe bello se anche un solo esponente del clan neoborbonico avesse il coraggio di indicare per nome uno dei presunti “falsificatori” della storia che solo loro conoscono; così, giusto per il piacere di querelarlo per diffamazione.

    Augusto

  8. Non ciurli nel manico, sa meglio di me come stanno le cose, poi, se le fa piacere frequentare Tribunali e giudici, le consiglierei di cominciare a querelare per diffamazione Settembrini e Gladstone, soldi sicuri!…

    Socrate

  9. C’è sempre da imparare dai neoborbonici. Voi credevate che Luigi Settembrini fosse stato arrestato il 23 giugno 1849, poi processato, condannato a morte e poi all’ergastolo, scarcerato nel 1859 per essere deportato negli Stati Uniti? Menzogne! Calunnie! Il Settembrini quegli anni li trascorse non a Santo Stefano ma in un ameno villaggio della Costa Azzurra, finanziato dalla massoneria e dal Cavour per scrivere velenosi libelli contro l’ottimo governo di Ferdinando II.
    I documenti d’archivio, le fonti dicono altro? Ma suvvia, non si crederà ancora a queste anticaglie, per di più manomesse da Garibaldi in persona.
    Comunque, in attesa che Ferdinando o chi per lui quereli Settembrini, se qualcuno dà del falsario ad uno storico da oggi cominciamo a querelare lui.

    Augusto

  10. Ricostruzione interessante…

    Socrate

  11. Signor Augusto, vorrei far notare che il mio desiderio di storicizzare si riferiva all’articolo, so bene, ma mai abbastanza, che la prima guerra mondiale è stata ben più che storicizzata. La ringrazio comunque per il suo contributo. Vorrei tuttavia invitare tutti gli scriventi a fare un salto coraggioso nel presente ed a smetterla di evocare fantomatiche supremazie di un regno su di un altro. Continuo ad esser dell’opinione che quasi sempre le presunte ragion di stato sono le dirette responsabili di milioni di morti inconsapevoli.

    Fedor

  12. Gentile signor Fedor, grazie a lei per la sua cortese risposta. Due rapide osservazioni, sulle quali spero lei sia almeno parzialmente d’accordo. 1. Se io ricostruisco sulla base delle fonti disponibili la storia economica di un’area in un determinato periodo, non sto vantando alcuna supremazia: sto semplicemente facendo il mio lavoro. Le supremazie in genere oggi si inventano inventando anche i dati che le giustificherebbero. 2. Nell’analizzare fenomeni estremamente complessi nella loro genesi bisogna guardarsi dal ricercare soluzioni semplicistiche e individuare pretesi capri espiatori. Gli storici non fanno processi. Cordialità.

    Augusto

  13. Signor Fedor, il “salto coraggioso nel presente” significa fine delle celebrazioni a senso unico e delle criminalizzazioni gratuite, significa il riconoscimento di un terribile genocidio, significa riscrittura di tutti i testi scolastici, significa risarcimento economico e morale per milioni di persone, significa onestà mentale per una vera Unità, mi piacerebbe, ma forse è ancora presto…

    Socrate

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