Panebianco: riabilitare i disertori? Una legge da incoscienti

27 maggio

Le bandiere nere dello Stato Islamico non sventoleranno mai, o così si spera, a San Pietro e, quindi, non si realizzerà, per la parte che ci riguarda, la profezia attribuita a Maometto: Roma non seguirà Bisanzio, non diventerà islamica. A sua volta, la Libia verrà prima o poi messa sotto controllo senza combattimenti cruenti (ma qui le speranze sono decisamente inferiori), con il disarmo delle milizie armate, da una coalizione internazionale, magari a guida italiana, alleata ai governanti (quali?) locali.

di Angelo Panebianco dal Corriere della Sera del 27 maggio 2015 

E forse l’Italia continuerà ad avere fortuna: il terrorismo jihadista non ci colpirà. Forse. Nel frattempo, i rumori di guerra restano forti e vicinissimi a noi. Occorrerà restare pronti a tutto per chissà quanto tempo.
In queste condizioni diventa lecita una domanda: che succede quando uno Stato che deve fronteggiare tempi assai turbolenti decide, con atto solenne, di equiparare, civilmente e moralmente, i disertori condannati a morte di una guerra di cento anni prima ai soldati che in quella guerra combatterono e morirono rispettando gli ordini ricevuti? Tale atto solenne significa solo chiudere in un certo modo (discutibile o meno che esso sia) una pagina di storia passata?
O significa anche condizionare e prefigurare il futuro? Se viene stabilito per legge che non c’è differenza, morale e civile, fra colui che si ribellò agli ordini rifiutandosi di combattere e colui che morì combattendo, non si finisce per svalutare l’azione di quest’ultimo?

E non si finisce anche, se non proprio per legittimare la ribellione agli ordini in eventuali future situazioni di conflitto armato, di rendere comunque tale comportamento meno grave, quanto meno sul piano morale? Con una votazione sorprendente (331 sì, nessun contrario, un astenuto), la Camera ha licenziato un testo che ora passerà al Senato per l’approvazione definitiva. Se diventerà legge dello Stato consentirà la riabilitazione dei circa mille soldati italiani che, durante la Prima guerra mondiale, vennero giustiziati dopo un regolare processo oppure passati per le armi per ordine dei loro diretti superiori (in certi casi anche usando l’odioso metodo della decimazione) secondo le regole di guerra vigenti, perché accusati di diserzione, fuga di fronte al nemico o disobbedienza, anche collettiva, ai superiori. Il testo prevede che a quei mille venga restituito l’onore militare equiparandoli ai circa seicentomilacinquecento militari italiani caduti (direttamente in azione, o a causa di malattie contratte al fronte o a guerra finita per le ferite riportate). Il testo prevede anche che venga posta una targa nel Vittoriano nella quale lo Stato, al fine di chiedere perdono, ne ricordi il sacrificio. Non c’è dubbio che, come ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Claudio Graziano, anche i mille furono vittime della guerra. Di fronte a quei soldati, spesso poveri contadini, gente che si ribellava all’idea di partecipare a un conflitto di cui forse non comprendeva scopi e ragioni, non si può evitare di provare umana pietà. Ma il punto è che esprimere comprensione e umana pietà per quei poveri morti è una cosa, tutt’altra cosa è equipararli a coloro che non scapparono, che restarono a combattere e che morirono proprio per questo.

Probabilmente, fra i tanti che alla Camera hanno votato sì a quel testo, solo una piccola parte ne ha compreso implicazioni e risvolti. Un’altra parte, quasi certamente, nemmeno ci ha riflettuto sopra: ha pensato che fosse solo un bel gesto, senza conseguenze pratiche. E forse una terza parte, più cinica, infine, pur capendo benissimo dove si andasse a parare, non aveva interesse a sollevare obiezioni. Dunque, quello stesso Stato che nel centenario dell’entrata in guerra dell’Italia organizza manifestazioni per onorare i propri morti in battaglia e i sacrifici del Paese, ne svuota il significato decretando che coloro che si rifiutarono di combattere sono degni di essere onorati al pari di quelli che morirono armi in pugno. I parlamentari che hanno voluto questo provvedimento intendevano raggiungere, presumibilmente, due obiettivi. Il primo era depotenziare simbolicamente la partecipazione italiana alla Grande Guerra, in nome e per conto di un generico pacifismo cristiano (se si leggono alcuni degli interventi parlamentari a sostegno del provvedimento ciò appare evidente). Non si trattava solo di esprimere un giudizio negativo su quel conflitto ma anche sul ruolo svolto dall’Italia. Altro che celebrare, sia pure con la sobrietà giustamente richiesta da Gian Enrico Rusconi su La Stampa (24 maggio), la vittoria italiana che i nostri soldati di allora, quelli che caddero e quelli che tornarono, fortissimamente vollero. Il secondo obiettivo era più subdolo. Forzando ideologicamente l’interpretazione della Costituzione, attribuendo alla Repubblica un rifiuto della guerra in quanto tale anziché di quelle guerre d’aggressione a cui pensavano i costituenti quando scrissero l’articolo 11, lo scopo, plausibilmente, era di porre un’ipoteca sull’uso, presente e futuro, dello strumento militare, rendendolo più difficoltoso. Se chi diserta ha la stessa dignità di chi combatte, cosa diventa lecito pensare di quelli che, nonostante tutto, scelgono di obbedire agli ordini? E che cosa pensare, poi, di quelli che, rispettando gli ordini, addirittura muoiono in combattimento? Forse il Parlamento farebbe meglio a dedicare un supplemento di attenzione alle implicazioni, simboliche e pratiche, di certe sue scelte.

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3 commenti


  1. I vostri resoconti di storia sono sempre di parte e schierati.. altro che storici.. voi volete la vostra storia, non la storia..

    alberto

  2. Caro Alberto, leggi bene per favore poi parla: il sito di Storia In Rete riprende per lo più articoli apparsi sulla stampa italiana e straniera. Quello che tu trovi di parte (ma cosa non è di parte, tutti hanno un’opinione, anche tu quanto classifichi “di parte” qualcosa esprimi una tua opinione “di parte” cosa che non è mai un reato) è comunque un intervento di uno dei maggiori editorialisti del primo quotidiano italiano: il “Corriere della Sera”. Magari “Storia In Rete” potesse permettersi collaboratori di questo calibro…

    Fabio Andriola

  3. Panebianco scrive: “Se chi diserta ha la stessa dignità di chi combatte, cosa diventa lecito pensare di quelli che, nonostante tutto, scelgono di obbedire agli ordini? E che cosa pensare, poi, di quelli che, rispettando gli ordini, addirittura muoiono in combattimento? Forse il Parlamento farebbe meglio a dedicare un supplemento di attenzione alle implicazioni, simboliche e pratiche, di certe sue scelte”. E c’è ancora qualcuno che si stupisce di questo comportamento dei deputati a Montecitorio che hanno votato il testo in questione? Viviamo in un paese, un paese prostituta, che ha mentito su Cefalonia, Carlo Azeglio Ciampi in testa, rendendo la verità ostaggio della menzogna e della paranoia antifascista ciellenista, che ha conferito al signor Rosario Bentivegna una medaglia d’argento e di bronzo al valor militare, che ha come sport preferito quello di revocare le cittadinanze onorarie conferite durante il Ventennio a Mussolini. Viviamo in un paese che ha come presidente della Camera la signora Laura Boldrini. Viviamo in un paese che celebra pellicole da vomito come “Roma città aperta” finanziate dall’Office of Strategic Services (tramite il Centro Studi Pro Deo di Padre Felix Morlion, quello presente nell’inchiesta su Sergei Antonov per l’attentato targato CIA a Karol Józef Wojtyła nel 1981)e visionato in anteprima nella sala privata dell’ambasciata USA a Roma alla presenza di Ellery Stone, con la scena madre di Anna Magnani in reggicalze che viene mitragliata alle spalle dai soliti tedeschi cattivi e perfidi. Viviamo in un paese che ha fatto della menzogna, propagandata come verità dogmatica ed intoccabile, una ragione di Stato. Viviamo in un paese che è solo l’ultima provincia di un impero americano che fa finta di combattere, dopo averle create e finanziate, le milizie del califfato che sta dilagando in Medio Oriente e Nord Africa. E Vi stupite ancora di quello che qualche centinaio di incapaci nullità ha votato in Parlamento?

    Alessandro De Felice

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