Recensione: le armate del Presidente (della Repubblica)

3 giugno

La storia del potere politico dei presidenti della repubblica italiana nasce da un immenso vuoto, quello originato dalla gestione disastrosa del paese, dal 25 luglio all’8 settembre, privato di un protettore, di una guida come invece erano stati de Gaulle in Francia o Churchill in Gran Bretagna. La fine delle guerre, mondiale e civile, evidenziò sin dalle primissime battute la tendenza a polarizzarsi, mantenuta nei decenni a venire, dei nuovi attori politici: i monarchici delegittimavano i repubblicani e i secondi facevano altrettanto, senza concentrarsi sulla nuova forma di Stato che sarebbe dovuta scaturire dall’esito referendario.

di Veronica Arpaia da LaNostraStoria del 28 maggio 2015 La nostra storia

Si demandava così ogni decisione all’assemblea costituente i cui rapporti di forza sarebbero stati naturalmente influenzati dall’esito elettorale. Il dibattito che ne seguì fu inoltre, come naturale, condizionato dai recenti avvenimenti: se Einaudi evidenziava i pericoli di un sistema presidenzialistico capace di accentuare ancor più le tendenze italiane a dividersi, Mortati, cogliendone distillati di verità, auspicava un’autorità presidenziale neutra in grado di evitare paralisi politiche. Si optò però per una figura più salda sebbene controbilanciata da altri organi in grado di tenere le fila di possibili instabilità. La più alta carica della Repubblica sarebbe stata eletta, secondo i costituenti, dalle camere a causa dell’immaturità degli italiani. I poteri che vennero attribuiti al Presidente furono paradossalmente maggiori di quelli auspicati dai partiti facendo convogliare su un’unica figura facoltà tra loro incompatibili: neutralità, elezione indiretta e scioglimento delle camere andavano ossimoricamente a braccetto.

E’ passando per questa aporia delle origini che Gervasoni snoda i punti salienti delle diverse presidenze italiane dal dopo guerra ad oggi. L’onnipresenza dei partiti nelle istituzioni sarà una caratteristica non trascurabile della storia italiana e conoscerà un decadimento già a partire dagli anni ’70 con le campagne di demonizzazione nei confronti del Presidente Leone e lo scandalo Lockheed, il referendum sul divorzio e, non da ultimo, il rapimento Moro. Quando i maggiori partiti chiesero le dimissioni della carica più alta dello Stato, esasperando una crisi istituzionale, accelerarono, inconsapevolmente, anche il loro stesso declino. Il parlamento stretto tra un ulteriore congelamento della guerra fredda, il terrorismo e la crisi economica, si dimostrò incapace di decidere. In questo quadro il neo eletto Pertini assunse il ruolo di garante dell’emergenze che sopravanzavano quelle parlamentari vieppiù incatenate da letture distorte e tardive dei dati di realtà. E dunque, mentre i partiti, come su una bilancia – perdono le funzioni di sovranità dello Stato -, salgono quelle del presidente il quale, per la prima volta, anche grazie all’importanza crescente della televisione, stabilisce un legame diretto col paese. Con la caduta dell’Unione Sovietica, la partitocrazia viene svuotata della sua legittimazione ad impressionante velocità e Cossiga assiste impotente, dimettendosi, ai terremoti che porteranno nel ’91 ad una schiacciante vittoria della Lega, allora un partito antisistema. Se non era stato sempre possibile sollevare dubbi, prima dell’avvento di Scalfaro, in merito alla figura notarile apolitica voluta dai costituenti, da allora in poi, non sarebbe stato certo così. La strage di Capaci aveva, infatti, creato un corto circuito all’interno delle Camere; il neo-presidente si avvicinò alla magistratura e in un certo senso, anche alla stampa. Gli incarichi di governo che ne seguirono furono strettamente legati a lui: Amato e Ciampi, con alle spalle il Quirinale, dettero l’avvio ad una serie di governi tecnici compreso quello di Lamberto Dini succeduto al primo di Berlusconi verso cui il Presidente mostrò sempre un’avversione esistenziale. Presidenti quindi, nello svolgersi della storia repubblicana, sempre più politici che notai; fa eccezione la figura di Ciampi, il cui azionismo, di derivazione risorgimentale si ispirava ad una patria inserita nel contesto europeo. L’ex presidente della banca d’Italia doveva fare i conti con nuove aggregazioni politiche come ad esempio l’Ulivo.

Nonostante la diversità dal suo predecessore, anche Ciampi si scontrò con Berlusconi che riteneva responsabile di condurre una politica estera su base personale e di mancato coordinamento con le istituzioni europee in merito alla partecipazione o meno dell’Italia nella guerra in Iraq nel 2003. Inoltre la tensione causata dal rinvio alle camere della legge Gasparri, portò ancora una volta a galla, la reale esistenza dei poteri politici del presidente. L’insediamento di Napolitano si inquadra nel solco del suo predecessore, quello della cessione di sovranità da Roma a Bruxelles soprattutto in materia di vincoli di stabilità finanziaria. Mentre Napolitano, suo malgrado, ha dovuto, accettare di fare da “bastone della vecchiaia” di un sistema in estrema crisi, il ruolo del Presidente nella storia dell’Italia repubblicana appare ben più forte di quanto auspicato nelle intenzioni: osserviamo quotidianamente lo Stato-nazione sciogliersi come neve al sole in un’entità priva di identità.

Gervasoni M., Le armate del Presidente. La politica del Quirinale nell’Italia Repubblica, Marsilio, Venezia, 2015, pp. 173

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