Spunta un’agenda di Mussolini. E forse è vera

28 giugno

image“L’immaginario collettivo – scriveva De Felice in Rosso e nero – si è talmente assuefatto all’idea che i diari di Mussolini possano essere solo falsi che, se verranno fuori quelli veri, bisognerà fare una gran faticaccia per dimostrarne l’autenticità”. Faticaccia che sembra il caso di iniziare a fare. Fabio Andriola, direttore di “Storia in rete”, nel fascicolo di giugno propone all’attenzione dei lettori un Diario di Mussolini del 1942, offrendo in questa prima puntata una serie di obbligate osservazioni che danno subito idea di esser fuori dal solco tradizionale e divertente dei tanti pataccari che pur hanno guadagnato un’incauta ribalta editoriale.

di Paolo Simoncelli da Avvenire del 27 giugno 2015 LogoAvvenire

Vediamo le novità: intanto il proprietario (svizzero) dell’agenda non ha “venduto” alcunché; questo Diario non rientra nel lotto acquistato da Dell’Utri e ritenuto provenire da Dongo. La provenienza di questa agenda, per Andriola è diversa: la trafila parte dall’opposizione di Paolo Zerbino, dal febbraio ’45 ministro dell’Interno della Rsi (poi fucilato a Dongo), al progetto di Mussolini di affidare le proprie agende all’ambasciatore giapponese Hidaka. Zerbino, piemontese, avrebbe fatto affidare almeno parte di questa documentazione (quaderni di appunti e agende-diario del duce) alla prefettura di Vercelli da cui sarebbe poi passata nelle mani del commissario di Ps Giulio Panvini. Con cui, a prima vista, si ricadrebbe nella banalità delle note vicende di Amalia e Rosa, figlia e moglie del commissario. Ci sarebbe dunque da fermarsi subito e rinunciare a proseguire. Proprio da qui riparte invece Andriola: rilegge gli atti del processo intentato nel ’60 alle due falsarie e nota una serie di incongruenze ed elementi disattesi e travolti dalla successiva e immediata liquidazione del caso (condannate le due autrici della falsificazione dei Diari del duce).

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VUOI SAPERNE DI PIU’? LA VICENDA DEL DIARIO INEDITO DI MUSSOLINI E’ SU STORIA IN RETE n. 116!

Ad esempio, l’incarico affidato da Giulio Panvini ad alcuni tipografi locali di far stampare delle agende con delle caratteristiche tecniche tutt’affatto particolari di carta e caratteri, circostanza che nel corso del processo è stato uno degli elementi utili all’accusa, dovrebbe comportare la conoscenza di un campione originale. Peraltro vale sempre l’osservazione che copiare, come Amalia ha sempre sostenuto d’aver fatto, è molto più semplice che comporre ex novo un corpus documentario di quel genere (con tutto che i protagonisti frequentarono la locale Biblioteca consultando giornali del tempo). Le perquisizioni fatte a casa Panvini dall’agosto ’57 non portarono a recuperare tutto il materiale; il Sifar (l’allora servizio segreto) ritenne che le agende del 1940-43, che una zia delle Panvini dichiarò di aver bruciate, non fossero state affatto bruciate ma affidate in custodia ad un agricoltore locale; pochi mesi dopo la perquisizione Amalia scriveva in una lettera ad una sua amica di possedere una cosa straordinaria e “di avere una ricchezza che potrebbe sconvolgere la mente a tanti”; l’avvocato difensore della famiglia Panvini, Eusebio Ferraris, confidò ad un suo amico che, prima delle ricerche del Sifar, aveva depositato le agende 1940-43 in una cassetta di sicurezza in Svizzera (e che le perizie ne avevano garantito l’originalità).

Insomma il solito groviglio che rende difficile muoversi alla ricerca della verità. Ma ora l’acribia filologica di Andriola lo ha portato a reperire e confrontare quelle che furono le fotocopie dei falsi diari, proposte per l’acquisto al “Sunday Times” nel maggio ’67, con quelle del campione che ha avuto dalla Svizzera. Questo Diario del ’42 risulta l’archetipo (non diciamo ancora l’originale) da cui le Panvini copiarono. Il confronto tra le riproduzioni di alcune pagine dei due Diari è invero sorprendente: l’archetipo propone una grafia più stretta che, copiata, non rientra nella stessa pagina della stessa data, e allora nella copia viene tagliata una frase dell’archetipo; o, viceversa, se la copia risulta troppo stretta, compare nella pagina qualche frase che nell’archetipo si trova in quella successiva. Dunque, secondo Andriola, le Panvini potrebbero aver copiato, certamente copiato da un altro testo, ma non inventandolo.

Sarebbe anche illogico che l’archetipo fosse un altro falso della stessa agenda 1942 prodotto dalle Panvini; due falsi (graficamente diversi) di una stessa agenda? Per venderla a due editori diversi? Difficile da sostenere. E poi la grafia di Mussolini non era agevole da leggere; laddove il falsario sprovveduto non legge bene, “aggiusta” il testo come può: è l’errore del falsario, che De Felice riteneva la “prova delle prove”. Nelle fotografie riprodotte su “Storia in rete” se ne individua già qualche elemento. A questo punto – sia chiaro – siamo solo all’inizio della discussione; mancano ancora verifiche sul contenuto specifico delle pagine (sappiamo solo che questa agenda contiene giudizi duri su Ciano, Churchill, Eden, Roosevelt e soprattutto Hitler), confronti e incroci con fonti e documenti coevi; expertise sull’originalità del tipo di agenda, inchiostro ecc.; ma la discussione è aperta e, almeno da questi primi elementi, non può essere spicciativamente elusa.

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