Sgarbi: da Madrid a Londra l’arte parla italiano: solo qui ci umiliano

20 agosto

Credevamo che l’era degli imperi austroungarico e germanico fosse tramontata. E invece eccoli ritornare con un avanzamento territoriale. Gli Uffizi sono stati affidati a un direttore tedesco. E Franceschini ha un bel dire: «La notizia sarebbe stata se Sgarbi ne avesse parlato bene».

di Vittorio Sgarbi dal Giornale del 20 agosto 2015 il Giornale, ultime notizie

Infatti Franceschini finge di ignorare che fino a oggi io ho sostenuto le sue decisioni e ne ho parlato bene al punto tale che, ironicamente, in qualche occasione, mi ha chiesto di non difenderlo troppo per evitare le critiche dei suoi. Ma qui la questione non è politica, è tecnica e di rispetto della dignità delle persone e dello Stato. Un ministro ha la sua forza nei funzionari dell’amministrazione di cui è a capo, e, come indica saggiamente perfino la Corte dei conti, deve fino all’ultimo verificare che vi siano risorse e capacità negli uomini della sua stessa amministrazione. Uomini che hanno fatto concorsi e carriere seguendo principi e concezioni che rappresentano l’alta scuola della burocrazia nella quale lo Stato si invera. Non sarebbe neppure immaginabile una scelta di rinuncia e abdicazione come quella di Franceschini per la magistratura.

In verità, un primo aspetto positivo è stato ottenuto: non si era mai parlato tanto dei musei italiani come per queste nomine irrazionali che hanno risvegliato l’orgoglio italiano. A dirigere il Prado e poi la National Gallery di Londra c’è un italiano: Gabriele Finaldi; a dirigere i musei di Berlino un altro italiano: Roberto Contini. Al museo d’Orsay è conservatrice Beatrice Avanzi. Oggi invece gli Uffizi sono tolti a un ottimo direttore, Antonio Natali, e affidati non a un manager ma a uno studioso tedesco di arte italiana del Rinascimento: Eike Schmidt, di cui sono apprezzati più gli studi che le sconosciute capacità manageriali. La sua tesi, nella limitata esperienza dei 47 anni, è sulle Collezioni medicee di sculture in avorio nel Cinquecento e Seicento . Ha poi lavorato per il museo Getty e per Sotheby’s. Ma la sua vittoria plausibile deriva da una gara impossibile con il suo pluridecorato collega fiorentino, Antonio Natali, di cui certo, davanti a qualunque commissione, Schmidt non ha più titoli. Non ha senso mettere a confronto metodo e conoscenza; l’errore grave e imperdonabile del ministro è avere immaginato un concorso che, oggettivamente, mortificasse funzionari di Stato, uomini delle Soprintendenze, di cui carriera ed esperienza non sono stati rispettati.

Caro Franceschini, tu non dovevi consentire che gli uomini del tuo esercito con le divise dello Stato fossero messi a confronto e ingiustamente umiliati da nomine di immagine di pur rispettabili studiosi. Come Schmidt, conosco e stimo la nuova direttrice delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, che viene dalla bella esperienza del museo di Castelvecchio di Verona, Paola Marini; la direttrice della Galleria d’arte moderna di Roma che viene dai musei di Nuoro e Rovereto, Cristiana Collu; ma non posso credere che nelle soprintendenze di Stato non ci fossero colleghi di uguale preparazione e anche di maggiore esperienza. Poi mi chiedo: il presidente della commissione d’esame è Paolo Baratta che si compiace di non aver ricevuto raccomandazioni.

Ma occorre dire che è cronaca recente quella di un emendamento che gli consente di prorogare il suo incarico di presidente della Biennale di Venezia al quale non è stato eletto per concorso ma nominato dal ministro, senza che gli fosse attribuito un punteggio per titoli ed esami. Perché il ministro può nominare direttamente il presidente della Biennale e deve scegliere, tra i finalisti di un concorso, il direttore degli Uffizi? E che garanzie potrà dare, dopo le storiche direzioni di Raffaello Causa e Nicola Spinosa, il direttore francese Sylvain Bellenger, che ha avuto la sventura di vincere il concorso per Capodimonte? Sette stranieri e dieci donne su venti direttori, tra soddisfazione e scandalo, senza conoscenza ed esperienza dei fatti.

La mortificazione dei soprintendenti non è una soluzione. Quando si vedranno i risultati di queste scelte, il ministro si renderà conto di aver compiuto due errori: di avere perduto l’autonomia dell’amministrazione e l’orgoglio dello Stato.

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