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Gli altri muri: quando le nazioni si trincerano o si separano

Il recente attacco mediatico condotto contro l’Ungheria per il suo tentativo di difesa dai flussi migratori che spontaneamente o spintaneamente si accalcano alle sue frontiere ha riportato al centro dell’attenzione il problema dei “muri” di separazione. Migliaia di chilometri di muraglie con cui non solo piccole e fiere nazioni come l’Ungheria si sono cercate di difendere dalle invasioni, ma con le quali si è anche e soprattutto cercato di cristallizzare ingiustizie storiche, occupazioni militari, coesistenze impossibili. Come ci ricorda un articolo pubblicato da Storia in Rete nell’ottobre 2013 [1] e ancora di grande attualità (SiR)

Quando si parla di muri il pensiero va subito a quello di Berlino. Il “muro della vergogna” che separò una città di milioni d’abitanti, comparendo nello spazio di una notte a dividere fra di loro famiglie e amici e a rappresentare l’irriducibile coesistenza forzata fra il mondo capitalista e quello comunista sulle spoglie della Germania occupata. Ma i muri furono – e soprattutto sono, tutt’ora in pieno XXI secolo – molti altri. Mentre si parla di globalizzazione, di libera circolazione di merci e persone e di “dovere” dell’accoglienza degli immigrati (sempre a casa d’altri, beninteso) sono oggi proprio gli Stati più democratici a sollevare barriere fisiche e morali.

Di Veronica Arpaia da Storia in Rete n. 96 [1]

Era un muro sotterraneo quello del cimitero di Belfast: alto ben tre metri, partiva dalla superficie per entrare negli abissi. Nel 1867 Gay of Bedford, architetto britannico, lo progettò al fine di separare cattolici e protestanti anche nell’aldilà. Questa barriera rimase di fatto virtuale poiché un contrasto tra l’arcivescovo (cattolico) e le autorità locali non permise ai papisti di fruire della loro parte di cimitero. Sono oltre 21 mila (quasi la metà della circonferenza della Terra) i chilometri di muri esistenti nel mondo e, dopo la caduta di quello di Berlino, ne sono stati eretti più di venti, quasi uno all’anno, senza contare le barriere fisiche che separano i quartieri di una stessa città fra loro come ad esempio quelle di Bagdad e di Belfast. La più importante città dell’Irlanda del Nord è costellata da ben 99 sbarramenti. Gli eufemismi linguistici che dominano la nostra epoca piena di operatori ecologici e collaboratori scolastici non hanno risparmiato neanche i muri che assumono nomi fuorvianti: quello di Belfast, per esempio, si chiama “linea di pace”. Sovente, ed è questo il caso dell’Irlanda, si assiste ad un’esplosione di violenza incontrollata che giustifica agli occhi degli abitanti la temporanea (si fa per dire) costruzione di una barriera. “Volevamo proteggerci e invece ci siamo imprigionati” dirà una cittadina di Belfast. [1]

La prima peaceline fu eretta dai militari nell’agosto del 1969 per arginare i contrasti politici sorti tra i protestanti che intendevano applicare all’Ulster la legge britannica e i cattolici che invece volevano un’Irlanda unita. La radice di queste divisioni è assai remota: risale infatti alla battaglia di Boyne del 12 luglio 1690 in cui Guglielmo III d’Orange sconfisse Giacomo II Stuart (suo suocero) accrescendo la presenza protestante in Irlanda. Commemorato ancora oggi, quella data è motivo di tensioni e spesso di violenze che sembrano allontanare l’intento espresso dalle due parti di porre fine alla separazione entro il 2023, ben 25 anni dopo l’accordo del venerdì santo (1998). Un’altra pietra miliare in questa intricata vicenda è il 1921 in cui il Government of Ireland Act decide la divisione dell’Ulster dall’Irlanda (nel 1922 viene formalmente ratificata l’indipendenza come Stato libero all’interno del Regno Unito). Al contrasto religioso tra cattolici e protestanti si sovrappone quello politico tra repubblicani e monarchici. Da allora fino al ‘69 del secolo scorso tutti i primi ministri di Belfast erano affiliati alla Loyal Orange Lodge. A questo potere consolidato si contrappone in quegli anni la Northern Ireland Civil Rights Association che organizza marce periodiche la cui repressione inizia con il noto Bloody Sunday del 30 gennaio 1972 quando paracadutisti britannici uccisero quattordici manifestanti. Eufemisticamente declassato al rango di “fastidio” (trouble), il conflitto irlandese ha causato sino al 1998, ben 3.500 morti. Dal Good Friday del 10 aprile 1998 in poi la gestione del governo si è aperta anche ai cattolici; le stesse autorità britanniche ammettono la necessità della vicina isola di affrontare i problemi tra nord e sud.

Se nel caso irlandese la presenza dei muri perpetua anche fisicamente i contrasti, in quello cipriota la parziale breccia nella Linea Verde non li ha mitigati. Storicamente e per la sua posizione geografica, l’isola, nell’ambito delle tensioni tra Grecia e Turchia, è stata teatro di conflitti forieri di epiche memorie. Nonostante le grandiose mura di cinta realizzate dall’ingegnere Giulio Savorgnano nel 1567 per conto della Serenissima, che aveva Famagosta sotto il suo protettorato, l’isola fu invasa dalle truppe di Mustafà Pascià un anno prima della battaglia di Lepanto nel 1571 [vedi “Storia in Rete” n. 13‐14 NdR]. Queste fortificazioni, edificate secondo le più moderne tecniche del tempo, avevano reso necessaria la distruzione dell’intera periferia della città comprese le Chiese; demolizioni considerate inevitabili per prepararsi ad una guerra imminente. Lo stesso Savorgnano ebbe infatti a dire “non si pò far de manco per raggion di guerra”. Le stesse ragioni muovevano le diplomazie degli Stati cristiani che su impulso di papa Pio V, stavano formando la Lega Santa che arrivò con un leggero ritardo (tre anni!), Marc’Antonio Bragadin, il comandante veneziano delle difese, ci rimise letteralmente la pelle e Cipro rimase ottomana per oltre tre secoli e mezzo sino al 1878, quando il Grande Malato barattò l’isola con la Gran Bretagna in cambio di un suo sostegno contro la Russia (a causa della guerra russo‐turca per controllo sui Balcani) conservandone però la sovranità formale. Cipro divenne ufficialmente un possedimento inglese nel 1923, con la fine delle convulsioni che sconvolsero l’ex Impero ottomano smembrato dai franco‐britannici e attaccato dai greci ansiosi di riunire tutte le popolazioni elleniche sparse fra Egeo e Anatolia fin dall’Antichità. Ma all’indomani della Seconda guerra mondiale i tre Stati tornarono a contendersi l’isola: Grecia per motivi etnici, Turchia per motivi storici e Gran Bretagna per motivi strategici. A partire dal 1955 la maggioranza greca insorse contro il Regno Unito. Londra stava perdendo un pezzo dopo l’altro tutto il suo glorioso impero.

Quando, l’anno successivo, venne il turno del canale di Suez a vedere ammainata la Union Jack, Londra decise di rafforzare la sua presenza strategica nel Mediterraneo orientale facendo leva sui turco‐ciprioti contro gli insorti ellenici. Nel 1960 l’isola divenne una repubblica indipendente con un presidente greco e un vice turco. Tre anni dopo il presidente e arcivescovo dell’isola Macario tentò di modificare la Costituzione incontrando però le resistenze della parte turca che temeva l’annessione dell’isola ad Atene. E in quell’anno che un ufficiale inglese tracciava una riga con una matita verde (da qui il nome di Linea Verde) per dividere Nicosia in due comunità; un altro eufemismo linguistico per definire un fronte di guerra. Da allora l’isola conoscerà una serie quasi interminabile di “cessate il fuoco” che rappresentano altrettanti segni di quanto fosse degenerata la situazione fra le comunità turca e greca. Gli eventi precipitarono nel 1974 quando Macario venne deposto dal regime dei colonnelli greci provocando la reazione di Ankara che, temendo conseguenze più gravi per la sua popolazione, invase Cipro conquistandone i due quinti settentrionali. L’armata turca impose con la forza questa divisione a seguito della quale 160 mila greci dovettero abbandonare le loro case trasferendosi nel sud. Immancabilmente, altrettanto furono costretti a fare, questa volta verso nord, 40 mila turchi. Già tre mesi dopo Ankara stampava il suo primo francobollo turco‐cipriota. Tra le due comunità si alzava un muro: la geografia etnica, semplificata dagli spostamenti di popolazione del 1974, venne cristallizzata creando una terra di nessuno di ampiezza molto variabile, tra 20 metri e sette chilometri, presidiata da una forza di interposizione dell’ONU.

Il 24 aprile 2004 nonostante l’esito contrario del referendum, si decise di far entrare Cipro nell’Unione Europea; Atene tuttavia si rifiuta di considerare il muro come frontiera dello “spazio Schengen” in quanto così facendo riconoscerebbe de facto la sovranità turca sul nord dell’isola, che dal 1983 si è auto‐proclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord. Ancora oggi Nicosia è divisa in due città che come un Giano bifronte rappresenta l’unica capitale europea divisa da un muro. Un varco è stato aperto nel 2008 emblematicamente al centro della città vecchia tuttavia l’impulso a non distruggere barricate è tanto forte quanto quello a costruirle. Ma quello di Cipro non è l’unico muro a dividere turchi e greci: l’altro confine greco‐turco, quello del fiume Evros in Tracia, suscita polemiche e preoccupazioni perché lungo il suo corso l’Unione Europea, dal 2007 ha iniziato a costruire fossati, steccati e recinti chiamando questo progetto anti‐migratorio “Poseidon”. Il Dio del mare era infatti noto come “scuotitore della terra”. Come la vicenda cipriota, anche la separazione delle exclave spagnole di Ceuta e Melilla nel nord del Marocco, rafforzata a partire dal 2005 da un finanziamento dell’Unione Europea con barriere in funzione anti‐clandestini, rimanda a una storia remota e controversa. Gli iberici rivendicarono ed esercitarono una sovranità su Ceuta a partire dal 1415 e su Melilla dal 1497 cioè, cinque anni dopo la definitiva cacciata dei moriscos e la caduta di Granada, ultimo baluardo arabo in terra europea. Ideologicamente questa sovranità è giustificata dal testamento di Isabella la Cattolica, regina di Castiglia, che aveva raccomandato di invadere l’Africa settentrionale per convertirne le popolazioni. Le varie dinastie che hanno regnato sul Marocco hanno però sempre rifiutato la sovranità straniera su quelle due città rivierasche e rivendicano ancora oggi questi territori come propri. Per proteggersi dai numerosi attacchi gli spagnoli hanno eretto cinte murarie. La lunga storia della contesa tra Spagna e Marocco per queste due exclave alterna periodi di scontro aperto a momenti come quello tra il 1912 e il 1956, in cui le rivendicazioni marocchine vengono meno a causa di un protettorato franco‐iberico.

Nel 1921 si assiste al tentativo da parte della Spagna di collegare le due città autonome mediante una striscia di territorio sotto la propria giurisdizione. Male equipaggiati e a corto di viveri gli ispanici, comandati dal generale Fernàndez Silvestre, che in un primo momento sembravano aver vinto le resistenze marocchine, sono costretti a chiedere rinforzi che gli permettono di avere la meglio in un tempo più lungo di quello previsto. Muri costruiti da Francisco Franco si trovano nelle due propaggini iberiche in cui il giovane ufficiale a partire dal 1912 si segnalò per il valore dimostrato sul campo di battaglia oltre che per le sue non comuni doti organizzative raggiungendo, due anni dopo, il grado di capitano. Sempre al futuro generalissimo si deve la costruzione del museo di Ceuta. Divenute, a partire dal 1995 città autonome, le exclave hanno visto nello stesso anno la costruzione di due barriere metalliche (a Melilla di 12 km e a Ceuta di 8 km). Dopo innumerevoli fallimenti nel tentativo di bloccare i flussi migratori provenienti da Africa ma anche Asia e America Latina, l’Unione Europea ha, come abbiamo visto, nel 2005 finanziato con 30 milioni di euro un progetto per rafforzare ulteriormente le barriere, alzandole sino a sei metri. L’EU continua ad esprimere contraddizioni: si barrica al modo degli Stati Uniti, che vengono tanto criticati per il duro regime anti‐immigrazione messo in atto nei confronti del vicino Messico, poi però all’interno del labirinto burocratico delle sue rigide norme fa crollare le cortine della Guerra Fredda. Nel 2004, dopo 57 lunghi anni cade il muro di Nova Gorica quando anche la Slovenia, indipendente dal 1991, si unisce infine a Bruxelles. Il cosiddetto “muro di Gorizia” in realtà non divideva realmente la città isontina: con il trattato di Parigi del 10 febbraio 1947 infatti solo poche case di un sobborgo e una stazione ferroviaria finirono sotto sovranità iugoslava. Ma Belgrado, per rivendicare l’intera città, decise di trasformarla in un nuovo agglomerato urbano: “nuova Gorizia”, Nova Gorica, appunto. Contea del Sacro Romano Impero fin dal Medioevo, Gorizia fu contesa fra Venezia e Asburgo durante tutta l’Età Moderna. In epoca contemporanea, tranne per il breve intervallo napoleonico dal 1800 al 1813, Gorizia rimase austriaca sino al novembre 1918 quando, un anno dopo Caporetto, gli italiani riuscirono finalmente a riconquistare la città, ribattezzata la Nizza d’Austria. Nel 1921 la provincia venne formalmente annessa al regno d’Italia. Durante il Ventennio, come noto, si continuò la una politica di italianizzazione dei toponimi e dei cognomi creando risentimento da parte slava.

Dopo l’8 settembre del ‘43 Gorizia fu occupata dai tedeschi che cercarono di sottrarla alla sovranità italiana, divenendo addirittura teatro di scontro fra reparti della RSI, tedeschi e soprattutto collaborazionisti sloveni e serbi del Terzo Reich, ansiosi di strappare la città agli italiani. Durante quei cupi mesi fu fatto saltare dalle soldataglie collaborazioniste il monumento ai caduti italiani, tutt’oggi lasciato in rovina. La città fu il centro della resistenza dell’Asse all’avanzata dei partigiani iugoslavi verso l’Isonzo (che Tito sperava potesse diventare il nuovo confine della sua Iugoslavia socialista), ma alla resa dei conti fu comunque invasa dalle forze titine al pari di Trieste. Come accennato, nel 1947 il confine tagliò il suo territorio sfiorando la città e lasciando insoddisfazione e rancore da entrambe le parti. Per gli italiani al dolore del forzato esodo seguì una sofferenza altrettanto lancinante causata dalla solita ostinata damnatio memoriae delle versioni ufficiali. Fin dalla delusione del ‘47, la Iugoslavia invece reagì iniziando a erigere i primi muri e reticolati, parzialmente divelti tre anni dopo proprio dagli sloveni che volevano mantenere i commerci con il capoluogo isontino italofono. Ma quando, trent’anni dopo, la città nuova della Iugoslavia accrebbe notevolmente le sue dimensioni, un’ulteriore barriera fu edificata per separare Gorizia dalla sua gemella Nova Gorica. Le differenze anche architettoniche tra la Gorizia storica e quella nuova, detta anche la piccola Las Vegas dell’est, appaiono macroscopiche. Oltre il muro, sulla stazione transalpina, campeggiavano una stella rossa e la scritta: «Stiamo costruendo il socialismo»; in realtà costruivano solo alberghi e casinò. Per quanto fuori dall’Europa appare imperativo concludere queste pagine dedicando uno spazio al muro che, dopo il fu di Berlino, rappresenta uno dei simboli di divisione più noti e vituperati: la “barriera di separazione israeliana”. Anche il muro tra Israele e Cisgiordania, come quello di Cipro, ricalca il percorso di una “linea verde”. Con questo ulteriore eufemismo si intende il confine deciso durante l’armistizio tra Israele e Giordania negli anni tra 1949 e il 1967. Tale confine è da sempre assai labile e destinato a spostarsi. Con la guerra dei 6 giorni (1967), scoppia il conflitto tra Egitto, Siria, Giordania e Israele, quest’ultimo invade la penisola del Sinai, la Striscia di Gaza, le alture del Golan, la Cisgiordania nonché la zona est di Gerusalemme. L’occupazione di questi territori ha ripercussioni attuali di grande rilevanza. Cosa era successo nel 1949? L’armistizio di Rodi firmato tra Israele e i paesi confinanti aveva stabilito le linee provvisorie fino ai negoziati di pace che tuttavia, come noto, furono avviati con notevole ritardo, eccezion fatta per gli accordi tra Israele e Libano. I paesi arabi non volevano che quei confini fossero considerati definitivi e per questo preferivano considerarli transitori. Un anno prima Ben Gurion aveva proclamato la nascita dello Stato di Israele. Negli anni ‘90 del secolo scorso vengono finalmente intavolate una serie di trattative per la pace. Nota è la vicenda degli accordi di Oslo del 1993 tra Yasser Arafat e Shimon Peres (che li firmò per Israele). Questi accordi prevedevano entro un periodo di cinque anni un ritiro parziale delle forze israeliane dalla striscia di Gaza e della Cisgiordania affermando inoltre il diritto dei palestinesi all’autogoverno. Si tratta di intese interpretate unilateralmente da Israele che ha proceduto a nuove annessioni.

All’inizio dello scorso decennio il governo laburista di Ehud Barak e quello successivo di Ariel Sharon hanno lanciato un progetto per erigere una serie di muri al fine di “proteggersi” dal terrorismo. La “chiusura di sicurezza” al confine con la Cisgiordania oggi conta circa 730km di lunghezza. Costruita in cemento armato, corredata da torri di controllo, da trincee profonde due metri e da recinzioni di filo spinato, ha costi elevatissimi: 1 milione di dollari a km. Nonostante Israele stia continuando a costruire ulteriori divisioni con i paesi vicini, come Libano ed Egitto, anche i lavori della prima barriera di separazione israeliana non si fermano. I palestinesi lamentano difficoltà di circolazione e perdita di terreni utili alla coltivazione. Queste estensive barriere non creano solo problemi climatici di lungo periodo ma recano danni immediati alle popolazioni locali che vivono di agricoltura. Nel 2004 sono stati sradicati più di 100.000 ulivi secolari poi rivenduti a facoltosi per i loro giardini privati. Anche molti ettari di agrumi hanno dolorosamente seguito la stessa sorte. Durante la costruzione del muro lo Stato di Israele non ha rispettato la linea verde (non solo ambientale) ma si è distaccato da essa prendendo 600km di terreno alla Cisgiordania. La Corte Internazionale dell’Aja ha dichiarato, con una risoluzione del 2004, il muro illegale chiedendone l’abbattimento ed un risarcimento per i terreni confiscati. Una condanna che appare meno di un flatus vocis.

Attraverso un’astuta pedagogia della paura i muri alimentano uno sciovinismo esasperato senza rappresentare una soluzione a quei problemi che erano stati agitati per giustificarne la costruzione. Paradossalmente le barriere di cemento o di ferro non sono un elemento di forza ma piuttosto un chiaro segno di declino della sovranità nazionale.