Il Carteggio Mussolini-Churchill e le “polpette avvelenate”

23 settembre

Le arroventate polemiche sull’esistenza del carteggio Churchill-Mussolini sono come un fiume carsico che ogni tanto riaffiora in superficie. A dare fuoco alle polveri, ora, è Mimmo Franzinelli, con il suo nuovo libro L’arma segreta del Duce (Rizzoli), in libreria da pochi giorni.

di Roberto Festorazzi da Avvenire del 7 aprile 2015 

Tesi dell’autore è che l’epistolario segreto intercorso tra lo statista britannico e il capo del fascismo sia in realtà una colossale menzogna storica, la cui narrazione si è imposta, nei decenni, quasi come un genere letterario, grazie a una schiera di imbroglioni tra loro alleati: fabbricatori di falsi documenti, divulgatori, apologeti e «gazzettieri disinvolti» che avrebbero abusato della credulità popolare.
Il maggior limite della ricostruzione di Franzinelli consiste, però, nel fatto che basa il suo giudizio totalmente negativo circa la reale sussistenza del carteggio sulla scoperta dell’acqua calda. Ovvero sulla dimostrazione del fatto che gli apocrifi della corrispondenza tra Winston e Benito, pubblicati da Oggi nel 1954, siano opera di falsari.

Ciò è noto da sessant’anni, perché fin da allora si conoscono retroscena e misfatti di quell’infortunio editoriale, in cui incorsero testate rizzoliane (ed è curioso che sia un libro di Rizzoli oggi a ricordarcelo…). La fabbrica del falso, ricostruisce Franzinelli, già durante la Repubblica sociale italiana si mise all’opera per confezionare “polpette avvelenate” da impiegare nella “guerra psicologica” che si sarebbe dovuta combattere per accreditare l’immagine di un Mussolini vittima del tradimento degli inglesi. E la battaglia continuò, nel dopoguerra, attraverso i cantori della grandezza del Duce, allo scopo di rivalutarne la figura di statista di fronte alla Storia.


Dove Franzinelli sbaglia è nel bollare come mistificatori tutti coloro che, negli ultimi vent’anni, hanno portato elementi a dimostrazione della concreta esistenza di un epistolario tra i due uomini di Stato. Perché, piaccia o non piaccia, i varchi aperti dagli studiosi più accaniti della materia, non soltanto non sono semplici indiscrezioni, ma non hanno nulla a che vedere con quel carteggio apocrifo del ’54, sicura opera di falsari. Si tratta di piste alternative, che puntano su temi e argomentazioni che nulla hanno a che vedere con quel pasticciaccio degli anni Cinquanta, nel quale vi fu certamente la mano dei nostri servizi segreti.
E se ne comprendono le ragioni. Quando scoppiò lo scandalo, nel 1954, Churchill era ancora primo ministro e il governo italiano dovette darsi da fare a spegnere il rogo, per evitare di imbarazzare il premier d’Oltremanica. Sorge anche il sospetto che si avesse allora interesse a rovinare per sempre la partita: fornendo la dimostrazione che l’unico possibile carteggio fosse quello prodotto da falsari, si sarebbe chiusa per sempre ogni discussione al riguardo.

Così, però, non è stato. Tanto è vero che Renzo De Felice, nel 1995, affermò che Mussolini, a Dongo, avesse con sé, non scartoffie contraffatte opera di imbroglioni, ma «una scelta ragionata del suo carteggio con Winston Churchill», quello vero.
Franzinelli prende un clamoroso abbaglio, laddove afferma che il massimo storico del fascismo fosse stato tratto in inganno da alcuni degli apocrifi degli anni Cinquanta. Chi scrive può smentirlo, sulla base di conoscenze dirette e documentate: De Felice seguiva tutt’altra pista, che attingeva a testimonianze di persone che avevano avuto un ruolo diretto nella manipolazione dei fascicoli di Dongo sottratti al dittatore.

Vi è un ultimo punto che merita una sottolineatura. L’autore del libro rizzoliniano giunge a escludere in modo apodittico che potessero intercorrere dialoghi sotterranei tra Italia e Inghilterra, giacché, sono sue parole, «il mantenimento di un canale segreto ai massimi livelli è impensabile e ingestibile». Questa, sia consentito, non è affatto vero, perché, ad esempio, Mussolini e il predecessore di Churchill, Neville Chamberlain, mantennero aperto, tra il 1937 e il ’40, un informale “canale segreto” – attivo per mezzo di intermediari di ambo le parti – di cui né il Foreign Office, né il gabinetto britannico nel suo complesso, sapevano nulla.

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6 commenti


  1. Il sig.Mimmo Franzinelli non puo’ assolutamente ( ma non solo lui) definirsi uno storico.Sul caso del carteggio Mussolini-Churchill è inattendibile al 100%,anche nei particolari. Domanda. Chi e perchè ha usato Franzinelli a tale scopo? IO stesso ho avuto modo,grazie alla buonanima del fu avv.Alessandro Zanella di Mantova di indagare in quel di Como,negli ambienti partigiani ( alcuni proprio segnalatomi dal fu avv.Zanella)sul caso del carteggio. E due partigiani,non di seconda linea mi hanno confermato che hanno visto la cartella di Mussolini in cui vi era contenuto quel carteggio.Non capisco come fa Franzinelli a spaccarsi in continuazione la testa contro il muro e non sentir male. Ci sarà una ragione…

    Ubaldo Croce

  2. è vero che “sul caso del carteggio Mussolini-Churchill Franzinelli è inattendibile a [quasi] 100%”. Ed è altrettanto chiaro che questa voltà si è lasciato trascinare ben troppo lontano, sia per ragioni comerciali, sia dalla sua -legittima- irritazione davanti alle puerilità di ‘nostalgici’ che non avendo il coraggio della loro infamia si vedono già racontare che Mussolini fosse entrato in guerra accanto ad Hitler per… compiacere a Churchill !
    Pero, e benche essendo senza indulgenza per cio che ha fatto questa voltà : non credo opportuno negare che si tratta di uno storico.

    Luc Nemeth

  3. Fossi Roberto Festorazzi, studioso peraltro preparato e serio, ci andrei cauto nel demolire, come fa il Franzinelli nella sua foga pregalileiana ed anti-revisionista, il dossier De Toma-Camnasio-Guareschi-De Gasperi, come un insieme di falsi tout court. Molti documenti di quel corpus cartaceo non erano affatto falsi, mentre un’altra massa di fogli era stata senz’altro fabbricata artificialmente da falsari od inquinatori di prove. De Toma fu un portavoce. Più o meno ingenuo. Basterebbe fare sapere all’opinione pubblica italiana ed internazionale che Enrico De Toma, dopo un incontro con Giulio Andreotti nel 1952, fu corteggiato dal SIFAR nella persona del colonnello Costa che invitò il De Toma a Palazzo Baracchini, sede del Ministero della Difesa della Repubblica italiana. Invito accettato…..

    Alessandro De Felice

  4. (dall’estero) rimanerebbe anche a sapere : chi, in quest’affare, fa da revisionista. Io ho sempre creduto che il revisionismo non fosse altro che posizione di chi prova di farci credere che le cose non sono cio che ne avevamo sempre sentito dire. Pero questa voltà è proprio Franzinelli che prova di farcelo credere scoprendo, o… fingendo di scoprire, l’esistenza -saputa e risaputa- di falsi attorno a la corrispondenza tra Churchill e Mussolini.

    L. Nemeth

  5. credo doveroso aggiungere che sono pienamente solidario di Franzinelli, eccellente storico, nella sua -legittima- esasperazione davanti a puerilità di filofascisti che da ormai più di settant’anni ne sono a consolarsi colla complicità di Churchill e del Papa con Mussolini ; sia, complicità reale, sia anche basata su falsi. E non ci sarebbe problema se questo suo buon lavoro fosse stato pubblicato sotto titolo : “Corrispondenza Churchill-Mussolini : inchiesta sui falsi”. Pero questo suo lavoro non puo che essere letto quanto riflessione globale, su questa corrispondenza ; ed è questo che è inaccettabile.

    L. Nemeth

  6. E’ altamente probabile che Marcello Petacci, se non anche Clarice (ma qui la questione è complessa, inestricabile e controversa), fosse una spia britannica, la cui missione sarebbe stata quella di consegnare le lettere (di Churchill a Mussolini) ai servizi inglesi per proteggere il Primo Ministro inglese. La sua morte lo dimostrerebbe. L’appartenenza di Marcello Petacci all’intelligence britannica come collaboratore esterno sta, mutatis mutandis, come l’appartenenza di Pietro Nenni e di suoi fidi collaboratori all’OVRA.

    Alessandro De Felice

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