Gorizia, gli immigrati e quel «bivacco» nel parco dei Caduti

11 ottobre

Uno degli accampamenti dei migranti sull’Isonzo (Stefano Cavicchi)I primi afghani si videro in riva all’Isonzo un anno fa. «Mangiano i cigni!» disse il leghista Franco Zotti. «Ma i cigni non si mangiano». «Loro li mangiano. Infatti non si vede più un cigno». I goriziani sorrisero. Poi gli afghani sono arrivati al parco della Rimembranza. E allora i goriziani hanno creato un comitato di protesta, perché «il parco della Rimembranza è sacro» dice un portavoce, Gianantonio Lebani.

di Aldo Cazzullo dal Corriere della Sera dell’11 ottobre 2015

«Noi qui abbiamo la nostra memoria, i nostri morti. C’è il monumento ai caduti della Grande Guerra, distrutto dagli slavi durante l’occupazione tedesca, simbolo dell’italianità di Gorizia; e gli afghani ci si siedono sopra. C’è il cippo per gli alpini della Julia; e loro qui giocano a pallone. C’è la lapide per i 665 deportati e infoibati durante l’occupazione titina; e loro ci stendono i panni ad asciugare. C’è l’iscrizione con tutti i nomi, vede questo? Nadaia Augusto, maestro elementare. Era mio nonno. E loro là dietro fanno i bisogni. Eravamo una città, siamo un bivacco».

Gorizia è la porta d’Italia per gli afghani e i pachistani che arrivano lungo la rotta balcanica. A migliaia sono passati da qui. Almeno 500 sono rimasti: metà nel Cara di Gradisca; 150 hanno un tetto e uno stuoino nel convento del Nazareno o nella sede Caritas alla Piazzutta, ribattezzata Piazzuttistan; altri 150 dormono in riva all’Isonzo o nel parco. Le mamme sono preoccupate: «Accanto ai monumenti c’erano i giochi per i nostri figli. Adesso li usano loro: non hanno niente da fare tutto il giorno – dice Debora Castagnino -. Si lavano alla fontanella, vanno sugli scivoli, preparano il cibo. Quando piove li troviamo a dormire dappertutto, sotto i portici, negli scantinati, nei garage. Gorizia è città di frontiera, siamo abituati ad accogliere, quando scoppiò la guerra in Jugoslavia arrivarono 17 mila profughi; ma c’erano anche donne e bambini. Questi sono tutti giovani e tutti maschi, hanno tutti il cellulare: chi glielo paga? Chi glielo ricarica? Come tirano avanti? Non è dignitoso per loro, non è dignitoso per noi».

Gli accampamenti in riva al fiume sono sette. Il visitatore viene accolto al grido di «work, work»: lavoro. Tutti assicurano che sono stanchi di non far nulla, che vorrebbero rendersi utili. Il loro viaggio non finiva mai: Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria. Qualcuno ha amici che lo aspettano in Germania, ma molti si fermerebbero volentieri: spiegano che i goriziani sono brava gente. Comincia a piovere, ci si sposta sotto il ponte intitolato ai Ragazzi del ‘99. Nella pentola cuoce il riso, da un forno rudimentale escono focacce. L’Isonzo è verde cupo, le acque gonfie, impetuose. In mezzo c’è un isolotto, quest’estate quando il fiume era basso gli afghani e i pachistani andavano lì a lavarsi, fino a quando un vortice si è portato via uno di loro, Thaimur, 25 anni. Sull’argine c’è il distributore di Manuel Rizzi, un altro capo della protesta: «Ora sono cominciati i furti, al Pittarello store è sparito un paio di scarpe, al Despar arrivano con 200 euro per la spesa, ma come fanno? Oggi piove, tra poco li vedremo girare con i sacchi dell’immondizia in testa, i buchi per gli occhi, fantasmi che camminano e spaventano i bambini». Dice il benzinaio che Gorizia è una città morta, da quando ha perso le sue ricchezze: l’area franca e le caserme.
Quando vi passava la cortina di ferro, il confine con il comunismo, c’erano i militari, non si pagavano tasse e venivano gli jugoslavi per lo shopping. Ora è il contrario: i goriziani vanno in Slovenia a fare il pieno; e forse Manuel Rizzi non sarebbe così arrabbiato con i profughi che bivaccano sotto di lui se si vendessero ancora 30 milioni di litri di carburante all’anno, anziché quattro. «Ci mancavano solo gli afghani. È tutta colpa di Papa Francesco e di Ilaria Cecot, l’assessore alla Provincia, la comunista». Passi la Cecot, ma il Papa che c’entra? «È venuto un anno fa a Redipuglia, ha fatto un gran discorso sull’amore fraterno, la comunista si è infatuata e ha montato la tendopoli davanti alla scuola. Così gli afghani si sono passati parola con i loro telefonini e sono arrivati tutti qui». Lo ripetono i politici di centrodestra, che governano il Comune: la Cecot si è assunta responsabilità non sue, si è scontrata con il sinda co; poi ci si è messo il prete, don Paolo Zuttion, che accoglie tutti…
Don Paolo apre il portone della Caritas. È un gigante barbuto di due metri, con un bambino sulle spalle pare il San Cristoforo degli affreschi medievali. La Cecot invece somiglia alla cantante Elisa, che è di queste parti, di Monfalcone. Anche la Cecot è molto alta, gli afghani la chiamano Big Boss. Ha una bambina in braccio, Haua, due anni, senegalese. Sussurra che i preti li ha sempre detestati, «ma don Paolo lo adoro. È formidabile». Barbara Franzot guida i volontari dell’accoglienza: «Dicono che gli afghani hanno la tbc, la malaria, la scabbia. Hanno solo tosse, otite e raffreddore, a forza di dormire all’addiaccio. La sera, mentre distribuiamo le coperte, arriva il contestatore. Ogni volta ce ne mandano uno diverso. Chi suona il clacson, chi ci insulta, chi fa un gestaccio, chi grida di mandarli via. Abbiamo lanciato su Facebook un appello ai goriziani: venite al parco della Rimembranza a conoscere i migranti, così non avrete più paura. I ragazzi sono venuti tutti: si sono seduti in semicerchio ad aspettare. Dei goriziani non è venuto nessuno».
Però, quando è morto Thaimur, don Paolo e l’imam Sufi Ullah hanno pregato insieme, e i goriziani hanno raccolto duemila euro per riportare la salma a Islamabad. Dice il sacerdote che in effetti la spinta all’accoglienza è venuta dal Papa, che qualcuno ha provato a rubare un paio di scarpe ma è stato scoperto e le ha pagate, che Gorizia è davvero una citta morta: «È tutto un cartello “vendesi” o “affittasi”. Una ragione in più per integrare i nuovi arrivati. Alcuni hanno storie straordinarie. Ezmachel è un pugile molto promettente, a Kabul era campione juniores. Un ragazzo aveva un negozio di dischi: i talebani che odiano la musica gliel’hanno distrutto. Uno ha perso un orecchio per l’esplosione di una bomba. Altri hanno crisi epilettiche: sono ancora sotto choc per quello che hanno visto».
Il sindaco di Gorizia è un fiorentino di Forza Italia dai capelli bianchi, Ettore Romoli, che pare un borgomastro asburgico nel suo municipio con la stube e i fregi neogotici. «Gli afghani arrivano qui perché c’è la commissione per le richieste d’asilo, ed è di manica larga. Ogni tanto le forze dell’ordine ne portano via un po’, ma quelli salgono sul primo treno e il giorno dopo li vediamo di nuovo in giro. I comuni della provincia sono tutti di sinistra, predicano l’accoglienza, però i profughi li lasciano volentieri a me. E nessuno fugge dalla guerra; fuggono dagli altri Paesi europei che li hanno respinti. Ogni tanto arrivano quelli di CasaPound, hanno anche aperto una sede, e si spintonano con quelli di estrema sinistra. Ogni tanto viene Salvini, mette la felpa, fa due urlacci e se ne va. E io resto».

Ora hanno chiuso anche il reparto natalità: nessuno nascerà più a Gorizia, si deve andare a Palmanova, tra i friulani, o a Monfalcone, dai bisiacchi. Quando una città non sa più cos’è, e si sente in credito con l’Italia e con la storia, basta poco per incrinare un’identità composita, per alimentare le recriminazioni. La prossima estate saranno cent’anni dall’arrivo degli italiani. Il Sabotino incombe cupo: i fanti del VI corpo d’armata lo presero in trentotto minuti il mattino del 6 agosto 1916, con un disco bianco sulla schiena per evitare che le artiglierie amiche tirassero come d’abitudine su di loro. «Sembrano le legioni romane» commentò il re guardando dal binocolo; «fu come l’ala che non lascia impronte/ il primo grido avea già preso il monte» poetò D’Annunzio; Bobbio diceva che il suo primo ricordo pubblico erano i cortei esultanti a Torino per la presa di Gorizia. La città, insomma, ci riguarda, parla di noi. Sul Sabotino però incombe la scritta «Tito», intrecciata con le pietre, ora coperta dalla vegetazione. Dice Alessandra Marc, attrice e scrittrice, che «Gorizia è pudica, non pavida. Fino a dieci anni fa era divisa in due, vedevamo i carri armati nemici. Il confine tagliò case e cimiteri, una famiglia aveva il salotto in Italia e la cucina in Slovenia, il padre sepolto in patria e la madre in terra straniera. Ma era una storia nota. E la città era tranquilla. Ora non siamo più liberi a casa nostra. Abbiamo paura. Di uscire da sole la sera. Di portare fuori i bambini. Di quello che ci aspetta. Davvero si pensa di ripopolare Gorizia con i profughi? Io ho due figlie piccole, non voglio che diventino musulmane, voglio che restino libere». In riva al fiume è l’ora della preghiera, ci si inginocchia verso Est recitando «Allah u akbar», si accendono i fuochi dei bivacchi. Qui, cent’anni fa, un soldato aveva scritto :
«L’Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso
Ho tirato su
le mie quattro ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull’acqua
Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato a ricevere
il sole».

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