Ecco le ultime ore cristiane di Gramsci (da “Il Giornale”)

30 dicembre

Dopo la rivelazione del vescovo Luigi De Magistris spuntano altre prove che confermano l’ipotesi di un avvicinamento alla fede del fondatore del Pci: i racconti del cappellano e delle suore della clinica.

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Da “Il Giornale” del 27 novembre 2008

di Andrea Tornielli

«L’ho invitato molte volte con delicatezza a ricevere i sacramenti. Mi rispondeva sempre: “Non è che non voglio, non posso”». Sta tutto in queste parole, testimoniate dal cappellano della clinica “Quisisana“ di Roma che ebbe numerosi colloqui con Antonio Gramsci negli ultimi mesi della sua vita, la soluzione del giallo sulla conversione dell’intellettuale comunista. Gramsci, che non aveva mai fatto professione di ateismo e «rivelava una conoscenza profonda dei padri della Chiesa», non «poteva» ricevere i sacramenti. Forse perché questo avrebbe significato la fine della sua esperienza comunista?
I dubbi e le reazioni polemiche sollevate dalle dichiarazioni del vescovo Luigi De Magistris, rese martedì a margine della conferenza stampa di presentazione del primo catalogo unificato dei santini, hanno voluto chiudere un po’ troppo frettolosamente il caso. Un caso che era stato aperto nell’aprile 1977 dal gesuita Giuseppe Della Vedova sulla rivista Studi Sociali, il quale, basandosi sulle testimonianze di alcune suore che prestavano servizio nella clinica dov’era ricoverato Gramsci, aveva raccontato l’attenzione dell’ideologo comunista per la religione. Una di queste suore era la zia del gesuita, suor Piera Collini, addetta alla portineria. Dopo le critiche sdegnate e le smentite (tutte dello stesso tono: «impossibile», «comico», «non risulta»), padre Della Vedova – che, tra parentesi, non ha mai parlato di «conversione» – scrisse un secondo e più corposo articolo, pubblicato sempre su Studi Sociali nell’ottobre dello stesso anno, e accolto con imbarazzato silenzio. Il gesuita aveva ritrovato e lungamente intervistato monsignor Giuseppe Furrer, dal 1935 al 1938 giovane cappellano della clinica, dove dimorava mentre completava gli studi alla Gregoriana. Furrer ha attestato che faceva visita a Gramsci «una volta alla settimana» e restava «con lui molto a lungo». Ha detto che «rivelava una conoscenza marcata dei Padri della Chiesa, specialmente Agostino e Tommaso» e che «conosceva molto bene le opere di Rosmini». Ha testimoniato di aver «molte volte con delicatezza» invitato Gramsci «a ricevere i sacramenti» e ad entrare nella cappella, che si trovava proprio di fronte alla stanza numero 26. «Mi rispondeva sempre: “Non è che non voglio, non posso”» e «certamente non lo diceva per i suoi mali fisici». Ogni incontro finiva con la recita da parte del cappellano del Pater noster, dell’Ave Maria e con la benedizione: «Mai ha minimamente protestato».
Ecco che cosa accadde al momento della morte, nel racconto puntuale di don Furrer: «Accorsi con cotta e stola violacea e acqua santa, e vidi il dott. Gramsci quasi tutto paralizzato… Non ha mai aperto gli occhi in mia presenza. C’erano le suore di servizio e la cognata Tatiana, che protestò vivacemente per la mia visita. Tuttavia io pregai ugualmente sulla porta… e aspersi con l’acqua benedetta il dott. Gramsci». Il cappellano, alla domanda sul perché non abbia amministrato l’estrema unzione, dato che l’intellettuale comunista era un battezzato e non aveva mai posto la condizione di morire senza sacramenti, don Furrer risponde di essersi consultato con un vescovo ricoverato alla “Quisisana”, il quale lo consigliò di «rispettare la volontà sempre espressa dal paziente».

Come si vede, un racconto che combacia con la lettera scritta dalla cognata di Gramsci, Tatiana Schucht, la quale, scrivendo a Pietro Sraffa il 12 maggio 1937 scriveva: «Venne il prete, altre suore, ho dovuto protestare nel modo più veemente perché lasciassero tranquillo Antonio, mentre questi hanno voluto proseguire nel rivolgersi a Nino per chiedergli se voleva questo, quest’altro, ecc. Il prete mi disse perfino che non potevo comandare». Sull’autenticità della lettera ha sollevato dubbi il professor Luigi Nieddu, autore del libro L’altro Gramsci (edizioni Gia, 1990) che sarà presto rieditato con nuovi documenti. In ogni caso, lettere e testimonianze erano sottoposte alla censura togliattiana. Esiste però una sostanziale conferma, rappresentata dalla nota conservata nell’archivio delle suore della “Quisisana”, nella quale si legge che «la signora Schucht» impedì al prete di entrare e che «si aveva l’impressione che se non fosse stata presente la cognata di continuo», Gramsci «avrebbe almeno accettato la visita del sig. cappellano».
Ma se don Furrer si limitò a benedire Gramsci morente dalla porta della stanza, stavano dentro altre suore. I loro racconti sono stati puntualmente raccolti da padre Della Vedova tra il 1946 e il 1952. E in un caso, nel 1977, dopo le sdegnate smentite. Mentre suor Piera Collini gli metteva sotto il cuscino un’immaginetta del Bambino Gesù dell’Ara Coeli, a madre Angelina Zürcher, che era al suo capezzale, l’ideologo comunista disse: «Madre, preghi per me, perché sento di essere alla fine», e poco dopo aggiunse: «Madre, mi aiuti lei a pregare, mi sento proprio sfinito». Un’altra suora, Palmira Petretti, rimasta alla “Quisisana” fino al 1959, ha raccontato a padre Della Vedova di aver visto Gramsci fermo davanti alla cappella, con lo sguardo fisso al tabernacolo, poche ore prima che arrivasse la crisi finale. «Verso le ore 11 del giorno 25 aprile 1937, lo vidi fermo nel corridoio davanti alla porta aperta della chiesa, che guardava fisso al Santo Tabernacolo non per curiosità, ma con un contegno che ricordo con emozione. Si vedeva che in quel momento c’era in lui un sentimento di preghiera e di supplica». «Non è che non voglio, non posso», ripeteva al prete l’ideologo del Pci, che prima di morire chiese alla suora di pregare per lui.

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Un commento


  1. Non è la prima volta che leggo di un caso in cui un comunista non può esprimere le sue più intime convinzioni ( non solo religiose ma anche politiche , quelle riguardanti la realtà dei fatti ) , perchè la ragion di partito glielo impedisce . Mi viene in mente quanto scrisse Ignazio Silone su ” Uscita di sicurezza ” , il libro in cui narra la sua storia di militante comunista fino alla sua uscita definitiva dal Partito : ” Lasciare il Partito Comunista è come essere in lutto … ” . Su questa frase ho riflettuto a lungo , per cercar di capire il suo vero significato ; che penso sia questo : dopo aver compreso la realtà di un Partito che ha preteso dal militante un ‘ adesione totale ed acritica , si rimane con un senso di vuoto interiore , come appunto nel ” lutto ” ; ma nello stesso tempo ci si accorge di essere ” aperti ” ad ogni altra idea o credo religioso prima aprioristicamente rifiutato . Pertanto ritengo possibile la conversione ” silenziosa ” al Cristianesimo di Antonio Gramsci prima di morire .

    Gianfranco Stivaletti

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