L’Italia e il Giappone, storia di una lunga relazione

28 febbraio

In occasione del 150° anniversario delle relazioni Italia-Giappone, l’Intellettuale Dissidente ha intervistato Mario Vattani, Console Generale ad Osaka dal marzo 2011 al maggio 2012 e attuale Coordinatore per i Rapporti con i paesi dell’Asia e del Pacifico. La sua profonda esperienza sia lavorativa che personale con il mondo nipponico ci dà una chiave di lettura per capire due mondi così lontani ma in fondo così vicini.

Di Leonardo Palma da L’Intellettuale Dissidente del 26 febbraio 2016

Dottor. Vattani, quest’anno ricorre il 150° anniversario delle relazioni italo-giapponesi, un rapporto che è cominciato ufficialmente nel 1866, pochi anni dopo l’Unità. Come si spiega questa storica amicizia tra due paesi così distanti geograficamente e culturalmente?

Il 1866 è un momento importantissimo nella storia delle relazioni tra Italia e Giappone ma va anche contestualizzato. Sono due paesi che a quella data hanno subito delle profonde trasformazioni: uno si è unificato e sta diventando un protagonista internazionale, l’altro sta attraversando una fase interna di cambiamento strutturale volta alla modernizzazione, all’industrializzazione e, in parte, all’occidentalizzazione proiettandosi anch’esso, con la volontà di potenza tipica della fine dell’Ottocento, sullo scacchiere internazionale. Da quel momento le loro storie hanno seguito un percorso parallelo nelle rispettive regioni. L’Italia fa parte dell’Europa continentale solo perché la unisce un lembo di montagne, ne fa parte ma ne è anche in qualche modo isolata, in competizione con i propri vicini immediati. Questo spinse i governi post-unitari a cercare alleanze con chi fosse più simile alla nostra posizione come il Regno Unito. Per il Giappone lo status quo era molto simile, proiettato in Asia nel tentativo di costruire stabili relazioni con i vicini ma in forte competizione con la Cina e la Russia zarista. A questi fattori di similitudine geopolitica possiamo aggiungerne altri interni come la scarsità di risorse, di materie prime e una popolazione concentrata in modo non omogeneo sul territorio. Ma non sarebbe corretto dire che l’Italia e il Giappone arrivano a conoscersi solo in questo momento di trasformazione. I loro rapporti erano infatti di lunga data. Abbiamo prontezza di importanti missioni risalenti a più di cinquecento anni fa, così come è accertata la presenza italiana a Yokohama con i corallari di Torre del Greco e i semai piemontesi molto tempo prima della rivoluzione Meiji. L’Italia in qualche mondo c’era sempre stata e con interessi commerciali fortissimi. Si andava a comprare i bachi da seta e, sebbene non avessimo ancora firmato un accordo diplomatico, avevamo degli inviati come Fe’ d’Ostiani e Sallier de La Tour, piemontesi del Regno di Sardegna, i quali impostarono fin da subito un rapporto da pari tra i nostri due paesi, a differenza di quanto fecero gli altri europei. C’era un profondo rispetto da parte nostra che si era radicato già nell’incontro avuto nel 1615 da papa Paolo V con Hasenura Tsunenaga, inviato dell’Imperatore; il Pontefice riconobbe non dei pagani semiselvaggi da convertire ma interlocutori colti, raffinati, poliglotti e questo mutuo rispetto si è saldato e sviluppato nel tempo. Riprendendo le fila della domanda iniziale, la data del 1866 è importantissima ma ricordiamoci che ci conoscevamo già da prima, ci rispettavamo a vicenda e riuscivamo già ad avere accesso alle zone chiuse del paese. I semai, per esempio, potevano girare tranquillamente per il paese accompagnati dai nostri diplomatici in posti dove altri europei non erano ammessi. In una dichiarazione del 1887 il primo ministro Inoue disse: “L’Italia, vera amica del Giappone, senza secondi fini, è la Gran Madre delle nazioni occidentali dalla quale esempi debbono essere cercati”. Un riconoscimento notevole al ruolo del nostro Paese.

Del resto l’opinione pubblica italiana in un momento delicato come la guerra russo-giapponese del 1905 si schierò dalla parte di Tokyo e a Tsushima erano presenti due navi da guerra costruite a Genova. Così come il Regno Sardo aveva combattuto contro il gigante austriaco allo stesso modo il Giappone affrontava il gigante zarista.

Certamente, le navi furono armate dai genovesi e vendute al Giappone nel 1903. Erano la Kasuga e la Mikasa, progettate dall’ingegnere italiano Salvatore Positano. Emilio Salgari inoltre, proprio in quel periodo, scrisse un libro dal titolo L’eroina di Port Arthur, ambientato nella guerra russo-giapponese da cui emerge il suo incondizionato appoggio alle ragioni nipponiche. Nel libro descrive “il buono e bravo giapponese”, le “forze armate splendidamente organizzate, in marce meravigliose per celerità”. Gli italiani simpatizzavano per il Giappone insomma, cosa strana perché non bisogna dimenticarsi che in Europa questo era il periodo del pericolo giallo. C’è un interessante quadro di Hermann Knackfub del 1895 che descrive bene questa nuova paura verso i popoli asiatici agli inizi del Novecento. In questo senso possiamo dire che l’Italia ha un credito nei confronti del Giappone per il suo sostegno durante la guerra russo-giapponese. Ma questi fatti purtroppo sono stati oscurati da quanto avvenuto negli anni ’30 e ’40 e questa sorta di special relationship che avevamo costruito venne, se non dimenticata, messa in secondo piano. Se ne approfittarono i francesi che, ad esempio, sotto il governo Chirac investirono fortemente nel paese del Sol Levante quasi a reiventare un rapporto di amicizia stretta che non c’era mai stato. Un francese avrebbe da ridire su questo, ma c’è da precisare che ad esempio quando lo Shogun (signore della guerra N.d.R.) perse il suo potere durante la rivoluzione Meiji, i francesi rimasero fedeli agli accordi con il Bakufu (governo militare, N.d.R.) e si trovarono anche a sostenere i ribelli contro l’Imperatore come nella battaglia di Hakodate. L’Italia invece era riuscita a capire la profondità del cambiamento e firmò un accordo con il governo imperiale di Mutsuhito.

D’Annunzio raccontava di non saper resistere alla cultura giapponese e di aver speso una fortuna nell’acquisto di opere, vasi, dipinti. Puccini colse a piene mani dalla lirica nipponica, Edoardo Chiossone fu direttore nel 1872 dell’Ufficio Valori del Ministero delle Finanze di Tokyo. Al contrario, che cosa trovavano, e trovano ancora oggi, i giapponesi nell’Italia?

Se parliamo di questioni pratiche, dal punto di vista giapponese l’Italia era vista a quei tempi come una specie di banca culturale. C’era tutto. Bastava venire a Roma, Torino, Firenze per vedere quelle che erano le arti e l’eccellenza dell’architettura, del disegno, dell’arte figurativa, della scultura; tutto ciò che aveva quei caratteri occidentali, possiamo dire le radici dell’Occidente, loro sentivano di trovarlo in Italia. Bisogna anche considerare che i giapponesi, ieri come oggi, hanno sempre attuato una politica di “shopping culturale” diversificato. Il sistema educativo, per esempio, fu ispirato a quello tedesco e ancora oggi se leggiamo Mori Ogai, uno scrittore del primo Novecento, notiamo questo tipo di impostazione nei suoi scritti, così come nelle uniformi militari ispirate a quelle scolastiche e di servizio della Prussia di Bismarck. Tutto quello che era tecnica della navigazione, marina militare fu preso dagli inglesi. Quanto aveva a che fare invece con urbanistica, architettura, organizzazione amministrativa, cultura in senso ampio, il modello di riferimento era, come detto, l’Italia. Oggi, saltando un attimo al presente, fanno un altro tipo di “shopping culturale” che, nel bene e nel male, tende a semplificare forse eccessivamente la loro visione dell’Occidente. L’Italia è associata con il classico, il romano, il Barocco ma soprattutto il Rinascimento. E si fermano qui. Dunque è necessario uno sforzo, specialmente da parte nostra, per far conoscere ai giapponesi anche l’Italia che è venuta dopo il Rinascimento. Quest’anno festeggiamo i 150 anni delle relazioni italo-giapponesi; i grandi sponsor nipponici che organizzano esposizioni, mostre, in generale l’offerta culturale italiana nel Sol Levante, sono i grandi media nipponici (spesso proprietari degli spazi museali ed espositivi) che guadagnano sulla vendita di biglietti. Trasferiscono l’oggetto d’arte, creano la domanda, vendono il biglietto. Così l’Italia continuerà a vendere e mostrarsi sempre per le stesse cose sminuendo un patrimonio immenso e non attecchendo come potrebbe su un pubblico che non comprende solo visitatori e turisti ma anche potenziali investitori, imprenditori, politici. Se la società civile giapponese continua ad avere una visione dell’Italia che è sempre la stessa, il nostro lavoro consiste nel continuare a promuovere la multiforme varietà dell’offerta italiana. Questa secondo me è la sfida del futuro da vincere. Molti giapponesi, per fare un esempio, non si rendono conto che noi siamo grandi esportatori di macchinari e alta tecnologia, pensano unicamente ai vini, ai prosciutti, alla moda dimenticando che produciamo parti di aerei e satelliti. Il 150° anniversario è una occasione proprio per farci conoscere meglio.

Riprendendo un attimo le fila del percorso storico parallelo dei due paesi, non si può non menzionare il Patto Tripartito del settembre 1940. Quell’alleanza fu in qualche modo il logico risultato del rapporto costruito negli anni oppure fu una sorta di tragico errore o di tragica patologia delle relazioni internazionali come si stavano strutturando agli inizi del Novecento?

Secondo me bisogna distinguere tra l’alleanza italo-tedesca, l’alleanza italo-giapponese e quella giapponese-tedesca. Sono tre componenti diverse. Non sono uno storico, ma semplificando possiamo dire che l’alleanza italo-giapponese era quella più “tradizionale”, cioè una alleanza militare stretta da paesi che stavano tentando la carta coloniale in un momento in cui era impensabile riuscire a sostenere ancora quel tipo di politica. Ma era un accordo che si basava sul nemico comune cioè gli inglesi, in quanto ostacolo all’espansione fascista in Africa e giapponese in Manciuria. In quel periodo, nonostante Tokyo avesse interessi in Etiopia, decisero di rinunciarvi come contropartita al riconoscimento italiano del Manciukuò. Due paesi che si alleano condividendo progetti e problemi simili. I tedeschi avevano una visione opposta, gli inglesi fino al 1940 non erano il nemico principale quindi la loro alleanza con i giapponesi ebbe premesse diverse. Roma, Berlino e Tokyo furono in qualche modo attirate nell’orbita di una alleanza, che sfocerà nel Patto Tripartito, sebbene le rispettive condizioni storico-politiche iniziali fossero del tutto differenti. Alcuni ambienti diplomatico-militari italo-giapponesi fino ad un certo momento avevano sperato in una alleanza difensiva e quasi neutralizzante tra Roma e Tokyo. Invece l’accordo con la Germania nazista era di per sé molto pericoloso, immediato e aggressivo. Quindi c’era una differenza tra l’alleanza italo-giapponese e quello che fu il Patto Tripartito, una tragica decisione foriera di grandi drammi e orrori. E in questa tragedia ci sono però degli aspetti umani molto profondi che sono stati dimenticati, come quando i sottomarini italiani oceanici combatterono a fianco dei giapponesi a Kobe fino allo sgancio delle bombe atomiche, quando l’Italia si era già arresa da tempo. E’ vero quindi che quella della Seconda Guerra Mondiale è una storia triste e dolorosa, ma se raccontata in modo sano e senza forzature ideologiche, come storia di uomini, possiede anche tratti commoventi. Gli stessi giapponesi quando vengono a sapere del sacrificio dei marinai italiani a Kobe per combattere insieme a loro finiscono per commuoversi, rendendosi conto che, dopo tutto, non erano rimasti soli.

Il Giappone e l’Italia sembrano per alcuni versi molto distanti tra loro ma per altri più vicini di quanto possa sembrare. Una popolazione che invecchia progressivamente, una economia che ha difficoltà a ritrovare una crescita slanciata, un alto debito pubblico. I governi Kan, Noda e Abe hanno tentato di invertire la tendenza con varie riforme di cui l’ultima è la nota Abenomics che sembrava aver avuto successo ma adesso sta rallentando. Dati questi fattori comuni, c’è qualcosa che l’Italia potrebbe prendere ad esempio per invertire la propria tendenza?

Senz’altro esistono queste similitudini e se osserviamo i nostri due Paesi con la lente del 150° anniversario ci rendiamo conto che il loro percorso storico parallelo è stato un insieme di sfide e opportunità comuni. Abbiamo parlato della guerra ma possiamo guardare anche al dopoguerra, quando Giappone e Italia dovettero superare la sfida della ricostruzione economico-sociale a fronte delle devastazioni lasciate dal conflitto. Per quanto riguarda i problemi contemporanei, è vero che abbiamo entrambi un alto debito pubblico ma il Giappone può ancora agire sulle leve delle politiche monetarie cosa che l’Italia non può più fare. Quindi dovrebbe essere l’UE nel suo insieme a prendere di esempio alcune misure della Abenomics. Ma sul fronte di altre sfide importanti l’Italia più che ispirarsi dovrebbe collaborare. Il nostro paese soffre l’afflizione ad esempio del dissesto idrogeologico e sismico, i quali sono connessi a loro volta al progressivo inurbamento e all’abbandono delle campagne. L’invecchiamento della popolazione infatti non ha effetti solo su fisco, economa, assistenza sociale e sanitaria ma anche sul territorio. Il Giappone deve affrontare le stesse difficoltà che però, se interpretate nell’ottica di una mutua collaborazione, possono diventare delle opportunità. Pochi altri paesi industrializzati al mondo hanno i nostri stessi problemi in tema di prevenzione dei disastri, alluvioni, terremoti. L’Italia può presentarsi in questo settore con ottime credenziali dal punto di vista della tecnologia satellitare, aerospaziale e di controllo del territorio e dovremmo farlo conoscere ai giapponesi: il mio ufficio sta lavorando proprio a questo nell’anniversario dei 150 anni di relazioni bilaterali. Esso deve essere infatti non solo un momento di celebrazione culturale ma anche proattivo strumento di promozione. In questo senso poi lo scambio è ovviamente bilaterale: i giapponesi sono i maggiori esperti di prevenzione alluvionale e terremoti. Sull’invecchiamento della popolazione si può agire tramite domotica e tecnologia quotidiana per migliorare la vita di anziani e disabili. Design, architettura, robotica, medicina, farmaceutica, settori in cui entrambi siamo all’avanguardia possono intersecarsi e trovare soluzioni tanto per una popolazione che invecchia quanto per le necessità economiche e lavorative dei più giovani. Se riuscissimo a costruire un rapporto ancora più stretto in questi settori il Giappone e l’Italia potrebbero creare una partnership strategica di notevole valore.

Con questo ha risposto alla mia domanda successiva che partiva dalle dichiarazioni del Presidente Renzi durante il suo viaggio in Giappone. Dopo l’incontro con l’Imperatore Akihito e il Primo Ministro Abe aveva infatti dichiarato che “Le relazioni tra i nostri due paesi sono cruciali”.

Certamente, non dimentichiamo che oltre ad essere un partner commerciale in tutti i settori che abbiamo enumerato il Giappone è anche un partner politico in Asia. E’ un paese che in un contesto regionale molto differenziato, anche con problemi di sicurezza, ha una costituzione democratica, vicino ai valori fondamentali che anche noi riconosciamo, con un sistema di welfare simile al nostro. E’ uno Stato con cui mantenere sempre rapporti immediati, diretti. Siamo già ad un ottimo livello soprattutto dal punto di vista culturale e politico, ma si può sempre fare di più ed è bene impegnarsi per questo. Cercare di accelerare e potenziare i nostri scambi su alta tecnologia, aerospazio, farmaceutica e sulle sfide che ci accomunano. Yukio Mishima è stato uno dei romanzieri più conosciuti in Occidente, rimasto indissolubilmente legato, in modo forse anche un po’ fuorviante, alla critica che aveva mosso contro la perdita delle tradizioni, delle radici culturali e quella che lui chiamava la “svendita” dell’anima giapponese all’Occidente. Si uccise nel 1970 proprio nel momento in cui il suo Paese era nella fase ascendente di sviluppo. Oggi, arrivati nel XXI secolo, come vive il Giappone il rapporto con l’Occidente e quanto le tradizioni sono riuscite a riequilibrare e bilanciare la società tra queste due sponde? Io su questo ho una mia personale opinione che si basa sulla mia osservazione e sulle mie esperienze anche famigliari con il Giappone. Secondo me è difficile parlare di una occidentalizzazione del Sol Levante; fin dai tempi della rivoluzione Meiji i giapponesi sono sempre stati molto pragmatici. Quando vedono che c’è un sistema migliore del loro lo assorbono ma lo fanno senza mai incidere sul nocciolo della loro struttura identitaria. Ci sono stati momenti in cui questo nocciolo influenzava di più i comportamenti esterni e altri dove i comportamenti esterni hanno attecchito di più ma nella sostanza i giapponesi sono rimasti giapponesi e solo loro possono essere giapponesi. Quello che vediamo però è che ci sono state delle fasi importanti nella storia giapponese in cui il paese ha guardato molto all’esterno mantenendo però una forte identità interna, forse anche come meccanismo difensivo. Si prendeva dagli inglesi, dagli olandesi, dai tedeschi e si rielaborava assorbendo e superando. Quando dopo la Seconda Guerra Mondiale ci fu l’occupazione americana i giapponesi capirono che accettare lo status quo era un modo per sopravvivere liberi. Non hanno assunto quindi comportamenti occidentali perché gli piaceva l’occidente ma per salvarsi dall’occidente e dopo pochi anni, grazie a quei sistemi, sono rimasti indipendenti, liberi e con una Costituzione democratica che, anche se imposta dall’esterno, hanno accettato in quanto prodotta da un sistema, quello americano, che aveva vinto e quindi doveva essere per forza di cose funzionante. Oggi il primo ministro Abe rappresenta ancora una volta una fase nuova; egli si è posto, rispetto alla Storia, e lo si è visto nell’anniversario della fine della guerra del Pacifico lo scorso 14 agosto, un obiettivo di riassorbimento nella coscienza collettiva e di superamento. E non si tratta solo di narrativa politica ma di un cambiamento di posizione che nulla toglie al rimorso per quanto occorso nell’ultimo conflitto; si sono accettati gli errori e le responsabilità ma ci si è posti allo stesso tempo la necessità di guardare al futuro. Questo si riflette in tutti i comportamenti giapponesi che, una volta identificato un obiettivo, si impegnano fino al suo completo raggiungimento. L’Abenomics, il nuovo sistema di sicurezza regionale con gli Stati Uniti, l’introduzione dell’inglese nelle università, le Olimpiadi del 2020 e tutto ciò che queste riforme significano come processo di modernizzazione non eliminano nulla dal nocciolo identitario. Ma è certamente un momento in cui si sta pensando ad un Giappone diverso, nuovo, e ciò si è visto anche nella rimodulazione dei rapporti regionali e in una politica estera più attenta ai paesi dell’Asean.

Proprio in connessione al tema delle riforme, il primo ministro sta portando avanti una dura battaglia con la Dieta Imperiale per riformare l’art. 9 e dare alle Jieitai, le forze di autodifesa, la possibilità di essere impiegate all’estero in operazioni di peacekeeping. Da un lato vuole rimettere il Giappone in linea con altre nazioni, dall’altro però c’è un timore di possibili inasprimenti delle tensioni presenti nell’area. Come mai allora, nonostante queste tensioni nel Pacifico con la Corea del Nord, con la Cina e le dispute sulle Senkaku, Abe sta incontrando così tante resistenze nella società giapponese?

E’ difficile dirlo da osservatori esterni. Innanzitutto c’è il dibattito politico interno, perché si tratta di un tema costituzionale talmente radicato nel sistema educativo giapponese che, nel bene e nel male, coinvolge quasi tutti. E’ ovvio che se questa riforma viene presentata con toni sbagliati, come una sorta di ritorno indietro allora può creare numerose difficoltà al governo. Ma è comunque un dibattito aperto e c’è chi perfino sostiene che non c’è bisogno di modificare l’art. 9 per partecipare a missioni di peace-keeping, che Tokyo in sostanza possa già intraprendere buona parte delle azioni richieste dalla comunità internazionale. Questo tema, tuttavia, rischia di polarizzarsi su un argomento, guerra-pace, molto delicato che però finisce per diventare fuorviante rispetto al problema. Soprattutto per noi è infatti più interessante cercare di capire, al di là del dibattito interno, quali siano gli effetti di questa riforma in Asia. E paradossalmente, a parte per qualche rimostranza cinese più diretta agli americani che non al Giappone, nella regione tutto tace. Tendenzialmente infatti, l’idea che nella regione ci sia un altro giocatore di peso militare importante è in realtà rassicurante per molti paesi più piccoli i quali, più che un riarmo giapponese, temono un disengagement americano. Questo è il vero problema: la paura che ci possa essere un reflusso isolazionista americano dalla regione asiatica. Il dibattito interno alla società giapponese è complesso, articolato, riguarda le loro motivazioni e il loro rapporto con la storia recente. Ma come si può ben vedere se la riforma dell’art. 9 dovesse passare non ci sarebbero alterazioni degli equilibri o un aumento critico delle tensioni, tutt’altro. Poiché ciò che preoccupa è come detto un ritiro progressivo degli Stati Uniti dall’Asia, l’idea di una potenza militare navale che ha uno stretto rapporto con Washington potrebbe anzi dare un senso di bilanciamento rafforzando l’equilibrio regionale.

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2 commenti


  1. Quest’intervista è molto interessante e quanto dice il Console Vattani offre moltissimi spunti di riflessione.
    Complimenti a Leonardo Palma e al sito “l’Intellettuale Dissidente”.

    Mi permetto tuttavia di fare qualche precisazione.
    Il Console dice che “il Pontefice riconobbe non dei pagani semiselvaggi da convertire ma interlocutori colti, raffinati, poliglotti e questo mutuo rispetto si è saldato e sviluppato nel tempo.” E’ vero che qui ci si riferisce al personale diplomatico inviato in Europa, ma in generale i giapponesi,che a modesto parere del sottoscritto, hanno certamente tantissime virtù, sicuramente non sono poliglotti, anzi è vero il contrario: in Giappone sono poche le persone che parlano correttamente le lingue straniere,a parte il cinese e l’inglese-americano (in tutti i casi non così diffuso quanto si pensi). Nel XIX secolo la situazione non era certo migliore, tanto è vero che tra i giapponesi e gli “invasori” europei e non, ovvero gli americani, gli inglesi e i francesi ( e in misura minore russi, italiani, olandesi, tedeschi e austriaci) che arrivarono in Giappone negli anni immediatamente successivi all’apparizione delle “navi nere” del commodoro Matthew Perry vi furono inizialmente diverse incomprensioni in gran parte dovuti a incomprensioni linguistiche e culturali.

    “Del resto l’opinione pubblica italiana in un momento delicato come la guerra russo-giapponese del 1905 si schierò dalla parte di Tokyo e a Tsushima erano presenti due navi da guerra costruite a Genova. Così come il Regno Sardo aveva combattuto contro il gigante austriaco allo stesso modo il Giappone affrontava il gigante zarista.

    Certamente, le navi furono armate dai genovesi e vendute al Giappone nel 1903. Erano la Kasuga e la Mikasa, progettate dall’ingegnere italiano Salvatore Positano.
    Gli italiani simpatizzavano per il Giappone insomma, cosa strana perché non bisogna dimenticarsi che in Europa questo era il periodo del pericolo giallo. C’è un interessante quadro di Hermann Knackfub del 1895 che descrive bene questa nuova paura verso i popoli asiatici agli inizi del Novecento. In questo senso possiamo dire che l’Italia ha un credito nei confronti del Giappone per il suo sostegno durante la guerra russo-giapponese.”

    E’ necessaria qualche precisazione: le unità della Marina Imperiale del programma 6-6, ovvero le 6 corazzate e i 6 incrociatori corazzati ordinati dopo la guerra sino-giapponese e finanziati in buona parte con i fondi delle riparazioni di guerra pagati dalla Cina Imperiale vennero quasi tutte costruite in Gran Bretagna (le 6 corazzate Fuji, Yashima, Hatsuse, Shikishima, Asahi e Mikasa e 4 incrociatori corazzati Asama, Tokiwa, Izumo, Iwate), tranne 2 incrociatori corazzati costruiti uno in Germania (Yakumo) e uno in Francia (Azuma). La corazzata Mikasa, la famosa nave ammiraglia dell’ammiraglio Togo, oggi nave museo e monumento nazionale, era un’unià di costruzione inglese (Vickers Barrow).
    Veniamo agli incrociatori corazzati costruiti in Italia per il Giappone. L’Italia completò per il Giappone due incrociatori corazzati classe Giuseppe Garibaldi. I Garibaldi furono un’ottimo prodotto dell’industria cantieristica italiana a cavallo tra i due secoli. 3 unità furono costruite per la Regia Marina (Giuseppe Garibaldi, Francesco Ferruccio e Varese), 1 unità per la Spagna (lo sventurato Cristobal Colon), 4 unità per l’Argentina (General Garibaldi, General Belgrano, San Martin, Pueyrredon). A fine 1901 l’Argentina ordinò altre due navi, che avrebbero dovuto essere chiamate Mariano Moreno e Bernardino Rivadavia. In quegli anni si assisteva a una corsa agli armamenti navali tra Cile e Argentina. L’Inghiltera, tradizionale alleato del Cile, esercitò pressioni su entrambe le nazioni sudamericane perchè si arrestasse la corsa agli armamenti e certe pressioni furono esercitate anche sull’Itlia e sul costruttore, la Ansaldo di Genova. Ricordiamo che all’epoca la cantieristica navale italiana dipendeva in gran parte dalla Gran Bretagna: i cannoni delle navi italiane erano quasi tutti di origine inglese, costruiti in Italia su licenza, così come le caldaie, le macchine alternative e, negli anni successivi, le turbine. Si aggiunga che l’Argentina ebbe qualche problema di carattere economico nel completare il programma navale di accrescimento della flotta. Fu così deciso di cedere a qualche altra potenza navale le due navi in costruzione in Italia. In Oriente stavano aumentando nel frattempo le tensioni tra Giappone e Russia. Gli argentini cercarono dapprima di vendere le due unità ai russi e poi nel 1903, dietro pressioni inglesi e attente valutazioni da parte giapponese, le due due unità furono vendute alla Nihon Kaigun, la Marina Imperiale Giapponese. Il Bernardino Rivadavia fu ribattezzato Kasuga mentre il Mariano Moreno fu ribattezzato Nisshin. I Garibaldi non furono progettati dall’ingegner Salvatore Positano ma dall’ingegnere del Genio Navale della Regia Marina Edoardo Masdea. L’ingegner Positano è uno di coloro che curarono l’allestimento delle unità giapponesi e colui che fu incaricato della consegna ai giapponesi (ovvero del viaggio di consegna dall’Italia al Giappone). I giapponesi scelsero i due incrociatori tipo Garibaldi per la comunanza d’armamento (eccezion fatta per il 254mm singolo prodiero del Kasuga) di altri sistemi/apparati con gli altri 6 incrociatori corazzati del programma 6-6. Sì, si era in anni di Gelbe Gefahr / Yellow Peril, ma con tutto il dovuto rispetto il supporto al Giappone dell’opinione pubblica italiana pesava assai meno del supporto tecnologico/militare/politico/economico fornito dagli inglesi. Sul Nisshin alla battaglia di Tsushima venne ferito un giovane ufficiale destinato a diventare molto famoso: Yamamoto Isoruku, che a tsushima perse due dita, il medio e l’anulare dellammano sinistra.
    Si badi bene che il Nisshin era una delle unità navali inviate dal Giappone in Mediterraneo nel 1917 in rinforzo alle forze navali dell’Intesa per la lotta antisom e la scorta convogli.

    Ecco qui alcuni articoli ove si parla dei Garibaldi e dei Kasuga:

    – sugli incrociatori classe Garibaldi, articolo di Mario Veronesi:
    http://www.marinaiditalia.com/public/uploads/2010_04_44.pdf
    – sui giapponesi in Mediterraneo nel 1917-1919, articolo di Giuliano da Frè:
    http://www.marinaiditalia.com/public/uploads/2010_04_44.pdf

    Questo è il link all’articolo .doc di Virgilio Ilari:
    “Le frontiere della Naval History 2013-1913”

    http://www.academia.edu/7304799/2014_ILARI_The_Frontiers_of_Naval_History_2013-1913

    Si veda la nota 36 di quest’articolo per le informazioni sull’ingegner Positano. (ci si riferisce a questo libro https://www.libroco.it/english/dl/Positano-De-Vincentiis-Fiammetta/De-Ferrari-Editore/9788871726571/Incrociatori-per-il-Sol-Levante-Un-ingegnere-italiano-da-Genova-a-Tokyo-durante-la-guerra-russo-giapponese/cw78177745905156.html)

    “Se ne approfittarono i francesi che, ad esempio, sotto il governo Chirac investirono fortemente nel paese del Sol Levante quasi a reiventare un rapporto di amicizia stretta che non c’era mai stato. Un francese avrebbe da ridire su questo, ma c’è da precisare che ad esempio quando lo Shogun (signore della guerra N.d.R.) perse il suo potere durante la rivoluzione Meiji, i francesi rimasero fedeli agli accordi con il Bakufu (governo militare, N.d.R.) e si trovarono anche a sostenere i ribelli contro l’Imperatore come nella battaglia di Hakodate. L’Italia invece era riuscita a capire la profondità del cambiamento e firmò un accordo con il governo imperiale di Mutsuhito.”

    I francesi tra il 1865 e il 1894 furono probabilmente i principali fornitori di armamenti del Giappone e la Francia fu uno dei maggiori partner commerciali, ben più del Regno d’Italia. E’ verissimo che i francesi appoggiarono la cosiddetta Repubblica di Ezo e che Jules Brunet dovette scapparsene in tutta fretta, ma è altrettanto vero che l’ariete corazzato Kotetsu della flotta fedele all’Imperatore ceduto al Giappone dagli Stati Uniti era l’ex-CSS Stonewall confederato, unità di costruzione francese, così come è altrattanto vero che la flotta della Marina Imperiale Giapponese che combattè allo Yalu contro la Marina Imperiale Cinese era costituita per la maggior parte da unità costruite in Francia o prodotte in Gaippone con assistenza tecnica francese. I francesi ebbero un ruolo determinante nella creazione dell’industria cantieristica giapponese.Emil Bertin e la Jeune Ecole influenzarono moltissimo i primi 25-30 anni di vita della Marina Imperiale Giapponese. Le idee della Jeune Ecole sono poi alla base dello sviluppo della dottina d’impiego delle torpediniere e dei cacciatorpediniere giapponesi.

    Naturalmente è verissimo che troppo spesso si trascura il contributo italiano allo sviluppo militare/economico/industriale del Giappone dell’era Meiji: ad esempio quasi tutti dimenticano/ignorano il fondamentale ruolo che ebbero gli studi del comandante Gregorio Ronca nella preparazione al combattimento / addestramento al tiro degli equipaggi della Marina Giapponese e sul fatto che la direzione del tiro sulle navi policalibre giapponesi era stata modellata sugli scritti / sulle teorie del Ronca.

    Admiral Canoga

  2. Una precisazione: Yamamoto Isoruku a Tsushima perse l’indice e il medio della mano sinistra e non anulare e medio come ho erroneamente scritto in precedenza.

    Ulteriori precisazioni: una volta che si palesarono i difetti degli incrociatori protetti di costruzione / concezione francese o ibrida anglo-franco-nipponica(come l’Akitsushima), i giapponesi si rivolsero in via prioritaria ma non esclusiva agli inglesi per le costruzioni navali.

    Ciò non impedì ai francesi di continuare ad esportare in Giappone i prodotti della propria industria degli armamenti nei decenni successivi: ricordiamo che i famosi biplani giapponesi della nave portaidrovolanti Wakamiya che attaccarono Tsingtao nel 1914 erano dei velivoli tipo Farman costruiti in Francia o realizzati in Giappone su licenza.
    Ricordiamo anche che il principale pezzo leggero antiaereo in uso presso la Marina Imperiale Giapponese nella Seconda Guerra Mondiale, ovvero il cannone automatico Tipo 96 da 25mm/L60 era un’arma di origine francese. Derivava infatti dal cannone Hotchkiss da 25mm. Stesso discorso per la mitragliatrice Tipo 92 da 13,2mm, versione su licenza della Hotchkiss M1929.
    Osserviamo infine che il motore Nakajima Sakae, quello che per intenderci era il propulsore del famoso caccia Mitsubishi Tipo 0 o Zero che dir si voglia, era una versione molto perfezionata del Gnome Rhone 14K Mistral Major.
    Tra le due guerre mondiali anche l’Esercito Imperiale Giapponese fu pesantemente influenzato da quanto avveniva in Francia. L’Esercito Francese era infatti ritenuto essere il più potente al mondo e la dottrina d’impiego (errata) dei carri armati e dei mezzi blindati da parte dell’Esercito Imperiale era ispirata a quella (errata) dell’Armee de Terre: basti pensare alle tankette, alle autoblinde cingolate, all’impiego dei carri in appoggio alla fanteria…

    Admiral Canoga

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