Il mistero della morte e sepoltura di Mozart si infittisce

21 marzo

mozart 3Ci siamo già occupati di quanto la morte di Mozart resti avvolta nel mistero, nel senso che non se ne sa praticamente nulla e però tutti, da secoli, ne scrivono lo stesso. Tra le altre cose, ora, c’ è da smitizzare anche l’immagine dello squallido funerale di Amadeus che nessuno si filò e che si concluse con una brutale sepoltura in una fossa comune, come per un pezzente.

di Filippo Facci da Libero Quotidiano del 21 marzo 2016 

L’ ha mostrato il celebre film (Amadeus, di Milos Forman) ma è vero e non è vero. Anzitutto, dopo la morte, casa Mozart divenne un porto di mare: tra i convenuti ci fu anche il barone Joseph Deym von Stritez, che prese un calco con la maschera mortuaria del defunto e s’ incaricò di organizzare il funerale. A quanto sembra fu Constanze a scegliere una cerimonia di terza classe (8 fiorini e 56 kreutzer, una miseria), che era senz’altro la soluzione meno costosa ma non propriamente quella di un povero, anche perché era scelta dalla grande maggioranza dei viennesi.

La bara fu lasciata aperta fino alle 18 del 6 dicembre nella cattedrale di Santo Stefano – la parrocchia di riferimento – e la data delle esequie fu annotata sul registro mortuario per ben due volte, anche se molti biografi l’ hanno definita «sbagliata» perché l’ iconografia mozartiana vuole che durante i funerali piovesse a dirotto e che per questo non partecipò nessuno, ma è stato appurato che il 6 e 7 dicembre il tempo era comunque ottimo.

Sul giorno preciso della sepoltura invece c’ è un pasticcio inestricabile, ma ha un’ importanza relativa perché funerali e tumulazione erano momenti distinti: un regio decreto prevedeva infatti che il carro funebre raggiungesse il cimitero solo dopo il tramonto per non deprimere le passeggiate dei viennesi.

Di conseguenza non si è trovato un solo testimone del momento in cui la salma fu deposta in una fossa comune assieme ad altri cadaveri: cinque o sei secondo alcune fonti, sedici secondo altre. Qualcuno, come detto, ha tentato di descrivere un tempo inclemente che costrinse gli amici e i parenti a desistere dal corteo: ma il corteo semplicemente non vi fu, ed è assodato che neppure Constanze seguì il carro funebre.

Anni dopo lei stessa ammetterà che «allora l’usanza era che il carro prelevasse il defunto, lo portasse in chiesa per la benedizione e quindi direttamente alla tomba», fuori città.

Se è vero che una cerimonia semplice corrispose probabilmente alle volontà di Mozart, è pure vero che la vacuità di Constanze – che del genio di Mozart non si era mai resa conto – non aveva ancora finito di far danni. È anche per questo che i biografi non le vogliono tanto bene: la vedova cercò di rintracciare la tomba del marito con troppi giorni di ritardo e rese vana ogni ricerca: e se della morte di Mozart si sa poco o nulla, in definitiva, è per questo, perché la salma non fu mai ritrovata dopo che lei aveva scelto una cerimonia perlomeno modesta.
In compenso Constanze ebbe modo di comprendere chi aveva sposato: riuscì a beccare due pensioni – una da Vienna e una da Praga – e organizzò concerti che ebbero un successo crescente tanto da arricchire sé e tutta la famiglia.

Poi fece altri disastri quando la mania mozartiana sfociò nella guerra delle biografie, con ogni ramo familiare a cercar di piazzare una storia diversa: fu lei, in particolare, a gareggiare nello smentire o avvalorare aneddoti secondo convenienza, senz’ altro esagerando nel descrivere il marito come un poveraccio vittima di editori e impresari.

Se Constanze riuscì a morire ricca sfondata nel 1842, quasi cinquant’anni dopo il marito, fu anche perché si assistette a un fenomeno assolutamente nuovo. Mozart infatti non soltanto era riuscito a toccare con pari genio tutti i generi musicali del suo tempo, abitudine allora per niente diffusa: fu anche il primo compositore in assoluto a raggiungere fama postuma, il primo cioè le cui musiche furono eseguite con regolarità soprattutto dopo la sua morte.

Ai tempi semplicemente non si usava: un repertorio moriva con il suo compositore.
Constanze fece un altro danno nel 1825, quando le cadde una copia della maschera mortuaria che il conte von Stritez aveva preso sul letto di morte di Mozart. Andò in mille pezzi. In origine ne erano state fatte due copie: una per un museo delle cere locale, anch’essa distrutta, e una appunto per Constanze. Bene. Nel 1947, due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, il musicista Jacob Jelinek entrò in un negozio di anticaglie e rimase colpito da una vecchia maschera funebre in bronzo: assomigliava a Mozart, decisamente. La comprò per dieci scellini austriaci.

Gli esperti che la esaminarono trovarono solo conferme. Il volto era gonfio e suggeriva la malattia renale che l’ aveva ucciso; sulla fronte e sulle guance s’ intravedevano diverse cicatrici di vaiolo, la malattia che Mozart aveva avuto a 11 anni; alcuni edemi sul viso e sulle palpebre corrisposero al quadro clinico. Sull’autenticità della maschera, a tutt’oggi, non c’ è però unanimità di opinioni. Ovvio.

Non è finita. Noi qui a spaccare il capello sulle irreperibili spoglie mozartiane: ma chiunque passi al Mozarteum di Salisburgo si ritrova bello bello «il teschio di Mozart» esposto al pubblico, sotto una teca di vetro. Dunque? È un’ altra storia da pazzi.
Antefatto: le salme, al tempo, venivano lasciati sepolte per dieci anni e poi riesumate per trasferire i resti negli ossari, e spesso sul teschio veniva inciso il nome del defunto in caratteri eleganti: al Museo di Storia Naturale di Vienna, per dire, ne sono raccolti 40mila. Ecco perché non deve stupire se ogni tanto spuntano rivendicazioni sul vero teschio di Mozart.

Vi è tuttavia una vicenda più interessante di altre. Racconta che certo Joseph Rothmayer, nel 1801, dieci anni dopo la sepoltura del compositore, riesumò il cadavere e conservò il teschio come una reliquia. Secondo alcune fonti questo Rothmayer era il sacrestano di San Marco, secondo altre era solo un becchino che prima di inumare il corpo gli aveva avvolto un filo metallico attorno al collo, e che perciò seppe riconoscerlo. Si trasvola poi sino al 1842 (1868, secondo altre fonti) quando il teschio arrivò nelle mani dei fratelli Jakob e Josef Hyrtl, uno incisore e l’ altro anatomista, spesso confusi tra loro. I due cercarono di analizzare l’ apparato uditivo di Mozart e segarono la base del cranio, che infatti manca a tutt’oggi al pari della mandibola.

Poi chiusero il teschio in una teca e nel 1875 lo regalarono alla città di Salisburgo. Da allora, ma soprattutto di recente, si sono succeduti studi e ricerche degne della Nasa. L’ antropologo Gottfried Tichy rilevò dapprima una stranezza – gli parve che il teschio fosse rimasto sepolto per un paio d’ anni al massimo, non per dieci – e poi concluse che apparteneva a un caucasico dell’ Europa centrale della stessa età e dello stesso sesso di Mozart, con buone correlazioni coi ritratti più noti del compositore. Più decisiva gli parve però un’ anomalia che valutò compatibile coi tratti somatici di Mozart: l’osso frontale, che di norma è sviluppato in due metà, aveva la linea di sutura prematuramente chiusa come accade solo nello 0,3 per mille dei casi; e quella piccola anomalia cranica, a suo dire, era ben evidenziata negli stessi ritratti del compositore.

Per farla breve, e saltando vari passaggi, l’antropologo e i suoi collaboratori sostennero che un’ emorragia cerebrale affrettò il decesso del compositore ed esposero una casistica secondo la quale era accaduto più volte che delle persone fossero morte mesi dopo essersi procurate piccole e dimenticate lesioni alla testa.

Questo, secondo Tichy, spiegherebbe anche le forti cefalee lamentate da Mozart alla fine del 1790. Però il professor Peter Davies di Melbourne, Australia, autore di un’ ennesima e colossale indagine sulla salute del compositore, ha negato l’ importanza della frattura: non spiegherebbe i noti e dimostrati sintomi mozartiani che il moribondo ebbe sul letto di morte, tipo la febbre e il gonfiore eccetera. Negli anni Duemila, infine, hanno fatto le cose in grande: due team di scienziati – Università di Innsbruck e Laboratorio dell’ esercito americano a Rockville, Maryland – sono passati ai mitici esami del Dna.

L’ idea era quella di prelevare il Dna del teschio e paragonarlo a quello della famiglia Mozart sepolta nel cimitero di Salisburgo: cioè il padre di Mozart, Leopold, e, per la linea materna, la nipote del compositore Jeanette Berchthold zu Sonnenburg e la nonna Euphrosina Pertl. Morale: dagli esami effettuati è risultato che i succitati non sono imparentati col proprietario del cranio. Non solo: è risultato che i presunti familiari – padre, nipote e nonna – non sono imparentati neppure tra di loro. Ergo: non solo il mistero non è stato risolto, ma non è nemmeno chiaro chi sia sepolto nella tomba della famiglia Mozart. Da pazzi. Ci fermiamo qui.

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