Ripensare il Risorgimento. Senza retorica, senza nostalgie

23 marzo

Il libro di Vito Tanzi, “Italica. Costi e conseguenze dell’unificazione d’Italia”, Grantorinolibri (2012) oltre ai temi economici e finanziari della conquista del Regno delle Due Sicilie, racconta anche come è stata conquistato e poi annesso. Con la caduta del Muro e delle ideologie, c’è stata una ventata di sano revisionismo che ha toccato anche gli anni e il periodo dell’unificazione del nostro Paese. Così a partire dagli anni 90 sono stati pubblicati ottimi e ben documentati testi che finalmente hanno scritto la verità su come è stata fatta l’unificazione del Paese. Poi è arrivato il 150° anniversario dell’unità d’Italia, ci si aspettava che finalmente non si raccantasse più la solita vulgata risorgimentista, invece la cultura e la storiografia ufficiale, ha continuato a narrare edulcurando i fatti e i personaggi del cosiddetto Risorgimento.

di Domenico Bonvegna da Destra.itdel 12 marzo 2016

Ci ha pensato Alleanza Cattolica, organizzando una serie di convegni in Italia, dal titolo significativo: “Unità si, Risorgimento no”, per raccontare la Verità, senza inseguire sterili nostalgie di epoche passate. Da questi incontri poi è scaturito e pubblicato un volume:“1861-2011. A centocinquant’anni dall’Unità d’Italia. Quale identità?”. E’ utile ribadire che nessuno vuole incensare il passato borbonico e tantomeno restaurarlo. Come ogni epoca storica, va criticata calandosi in quella realtà, ormai i documenti e le numerose fonti hanno evidenziato lo stato di salute di cui godeva il Regno borbonico nel 1860, ma non tutto era rose e fiori, certamente c’erano anche tante cose che non funzionavano, soprattutto al tempo del giovane Francesco II. Del resto come si fa a conquistare in poco tempo un Regno senza quasi mai combattere, tranne l’ultimo sussulto di Gaeta? I tradimenti dei generali borbonici che si sono venduti a Vittorio Emanuele, la corruzione della burocrazia e della nobiltà, i vari galantuomini latifondisti soprattutto in Sicilia, tutti tramavano e hanno contribuito a mandare via il giovane re napoletano.

Alcuni libri che hanno smascherata la vulgata risorgimentale.

A questo punto è opportuno fare qualche nome degli storici, scrittori, giornalisti, che hanno avuto il merito di rompere quel muro ideologico, di omertà e di silenzio sulla conquista del Sud. Uno dei primi è stato negli anni 70, Carlo Alianello, con il suo “La Conquista del Sud”, io possiedo l’edizione del 1970, pubblicata dal coraggioso editore Rusconi. Poi ci sono stati altri libri, alcuni di questi dopo averli letti, li ho presentatati nelle mie collaborazioni.

Tra questi, l’ottimo testo di Patrick Keyes O’ Clery, La Rivoluzione Italiana”, ristampato nel 2000, dalla battagliera Edizioni Ares. Forse è il testo più completo che conosco sul tema. Angela Pellicciari, con“Risorgimento da riscrivere”. Lorenzo Del Boca, con i suoi “Maledetti Savoia”, e “Indietro Savoia”; Fulvio Izzo,“I Lager dei Savoia”; Giordano Bruno Guerri, con “Il sangue del Sud”; Arrigo Petacco, “La Regina del sud”, e poi Silvio Vitale, con la sua mitica rivista de “l’Alfiere” di Napoli, il prof. Tommaso Romano, direttore della gloriosa Edizioni Thule, ricordo i suoi ottimi testi di sano revisonismo:“Sicilia 1860-1870. Una storia da riscrivere”, e “Contro la Rivoluzione la fedeltà”, opera omnia sul marchese Vincenzo Mortillaro. Nonché l’agile volumetto su “La beata Maria Cristina di Savoia, Regina delle Due Sicilie (1812-1836).

Inoltre il sacerdote don Bruno Lima, con “Due Sicilie. 1860.L’invasione”, Massimo Viglione con “Le Due Italie”. Infine Francesco Pappalardo, con “Il mito di Garibaldi” e “Dal banditismo al brigantaggio”, pubblicato da D’Ettoris Editori di Crotone. Per ultimo, Pino Aprile con il suo “Terroni”, che forse ha avuto il merito di divulgare e rendere più “attuale”, la brutalità e l’aggressione al Regno napoletano. Naturalmente si potrebbe continuare e fare altri nomi, magari quelli che il professor Tanzi cita nel suo libro.

“Italica”, sgretola alcuni luoghi comuni del Risorgimento.

Ritornando a “Italica”, anche Tanzi sgretola alcuni luoghi comuni sul Risorgimento, sulla cosidetta “Italia morale”e “Italia reale”, l’idea di una nazione italiana era esistita, ma nelle menti di pochi “patrioti”,“sarebbe difficile definire il Risorgimento come un movimento popolare o di massa. Era e rimase un movimento di èlite…”. Tanzi fa notare che i cosiddetti “quattro giganti del processo risorgimentale”, cioè Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele,“forse non a caso, nacquero in un angolo relativamente piccolo del vecchio territorio della penisola italiana, il triangolo di Torino, Genova, e Nizza”. Forse solo Napoleone III conosceva il Sud dell’Italia meglio dei quattro giganti”. Cavour non era mai stato a Sud di Pisa, e non aveva mai espresso particolare interesse a visitare o anche conoscere il Mezzogiorno.“Quella parte dell’Italia semplicemente non lo interessava,– scrive Tanzi – forse perchè non era un’area che lui associava con il futuro e con l’idea di progresso, sia economico che politico e sociale, come lo erano Francia ed Inghilterra”. A questo punto non si comprende perchè ancora bisogna tenersi vie e piazze per ricordarlo e venerarlo come un santo.

Peraltro questa elite risorgimentista, rimase tra loro divisa, tra repubblicani e monarchici. Per il popolo comune, l’idea di una nazione italiana, e di un governo nazionale italiano, era, e rimase per molto tempo, un concetto astratto. Gli italiani conoscevano ed avevano come loro punto di riferimento i loro re, specialmente, gli abitanti del regno più grande di allora, quello di Napoli. “La nazione creata nel 1861, era una nazione la cui amministrazione statale…sarebbe stata presto aspramente criticata da buona parte delle proprie stesse elite politiche, a causa del suo centralismo”.

Una Confederazione di Stati, la soluzione migliore.

Nel libro Tanzi critica, l’unità forzata del popolo italiano, bisognava rispettare, almeno nella fase iniziale,“le grandi differenze culturali, economiche, e storiche che esistevano nelle varie regioni, e specialmente tra il Regno di Napoli e delle Due Sicilie, da un lato, ed il regno di Sardegna, dall’altro”. Lo aveva scritto nel 1848, il siciliano Francesco Ferrara, il più importante economista italiano di quel periodo. “Ferrara avvertiva anche sul pericolo che la libertà sarebbe stata perduta se il disegno piemontese di unificare l’Italia fosse andato a termine”.

L’indipendenza dallo straniero si sarebbe potuto ottenere anche senza l’unificazione. Con una “confederazione” degli stati esistenti, come aveva immaginato Metternich e perfino lo stesso Cavour. C’era l’esempio tedesco, e della vicina Svizzera.

Comunque sia anche Tanzi ci tiene a dire che ama l’Italia ed è orgoglioso di essere italiano e non intende mettere“in questione il merito della creazione di una nazione italiana e di uno stato chiamato Italia, ma il modo in cui quel progetto fu portato a termine. C’erano altre strade, oltre a quella che fu presa, che, forse con più tempo, potevano portare ad una simile destinazione, ed ad un costo più basso, in termini sociali ed economici. Sapendo ciò che sappiamo ora, è possibile sostenere che alcuni errori, con enormi consequenze future, furono fatti e che almeno alcuni di questi errori potevano essere stati evitati”.

Annessione del Mezzogiorno, Unificazione, Brigantaggio.

Anche se il libro di Tanzi non intende sviluppare e descrivere gli aspetti e le azioni più o meno eroici del periodo risorgimentale, lui scrive che lo hanno fatto benissimo altri libri e non sarebbe utile ripetere quello che già si sa. Aggiungo, c’è un altro aspetto che non viene toccato, è la guerra che la rivoluzione risorgimentista ha scatenato alla Chiesa e alla comune identità cattolica del Paese. Tuttavia il libro di Tanzi offre interessanti spunti per la discussione, in particolare, sugli errori commessi e sulle enormi conseguenze future che hanno avuto soprattutto per il Mezzogiorno d’Italia. Dopo l’invasione del Regno di Napoli e delle Due Sicilie nel 1860 da Garibaldi prima, e dalle forze piemontesi dopo, si scatenò il cosiddetto “brigantaggio”, una “opposizione di massa, che sorprese i ‘liberatori’ del Nord che avevano pensato di essere ricevuti come eroi liberatori,solleva molte questioni scomode sulla legittimità della conquista del Regno di Napoli…”. L’invasione fu un vero atto di pirateria, anche perchè il Piemonte aveva avuto relazioni diplomatiche con il Regno di Napoli; i due sovrani erano perfino cugini. Tra l’altro l’atto di conquista del Regno dei piemontesi non era stato gradito da molti stati europei. Per questo motivo, diventò politicamente corretto, per le autorità del nuovo Regno d’Italia, definire “brigantaggio” qualunque opposizione armata contro il nuovo regno e la nuova “patria” italiana, e considerare tutti i meridionali dei comuni criminali, dei “briganti”. Infatti a Torino, avevano appreso la lezione dai cugini francesi della Rivoluzione giacobina del 1789, che considerava “cittadini” i rivoluzionari, mentre chi si opponeva come i vandeani, dei “briganti” da eliminare in tutti i modi.

Certo i fenomeni criminali erano sempre esistiti al Sud, ma adesso, con l’occupazione militare piemontese, assunsero dimensioni straordinarie, causati, secondo Tanzi, da diversi fattori. Certamente per motivi politici contro le nuove autorità, che avevano sostituito spesso in maniera arbitrario e violento, le istituzioni del governo borbonico. Un altro motivo, è stato quello delle promesse non mantenute, in particolare, la non distribuzione delle terre ai contadini. Infine per le forti tasse introdotte che colpirono in particolare il Sud che non era abituato rispetto al Nord.

Soprattutto nel V° capitolo (Annessione del Mezzogiorno, Unificazione, e Brigantaggio) il professor Tanzi racconta tutto con obiettività, per esempio, sulla famiglia borbonica, il giovane re “Francischiello”, figlio di Maria Cristina di Savoia, “la Santa”. L’impresa dei mille di Garibaldi, finanziata da massoni italiani e stranieri (principalmente inglesi) non aveva nessuna legittimità legale o politica, assomigliava molto a un atto di banditismo, favorito naturalmente dai tradimenti degli alti ufficiali borbonici. Praticamente la fine del Regno di Napoli per Tanzi assomiglia molto al crollo dell’Unione Sovietica, un impero che si sfasciò quasi all’improvviso e quasi per miracolo. Infine anche per Tanzi, il nuovo Regno Italico, ha combattuto una vera guerra con un esercito di ben 120 mila uomini che contro i cosiddetti “briganti” del Sud. Paolo Mieli, storico e giornalista, con obiettività, poteva scrivere: “il fenomeno ricordato nei nostri manuali come brigantaggio in realtà fu una guerra civile che sconvolse l’intero Sud. Gli sconfitti lasciarono le loro terre e alimentarono la gigantesca emigrazione verso l’America”. Anche per il professor Tanzi si trattò di una guerra civile, peraltro simile a quella americana. Potremmo continuare, lo faremo, studiare la nostra Storia ci aiuterà a capire anche il nostro presente.

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43 commenti


  1. L’articolo fine a se stesso è smaccatamente un incensamento dell’anti-risorgimento, scandalosa poi la pubblicizzazione dei libri indicati, dove l’autore più volte indica i temi trattati da costoro come fossero “la verita rivelata”, incensando questo e quell’altro scrittore di suo gradimento.
    Attenzione lettori a non cadere nell’inganno, egli vuole con questo articolo innalzare a profeti coloro che non lo sono affatto.
    Vi invito a ricercare piuttosto quei libri o anche solo quegli articoli su web che sbugiardano i suddetti, non è poi così difficile trovarli.
    Cappanigra

    Cappanigra

  2. Cosa aspettarsi dai probabili eredi di Civiltà Cattolica?D’altronde con il processo di unificazione nazionale la Chiesa perde molti privilegi e posizioni di potere consolidate nei secoli o no?

    Ernesto

  3. Un solo esempio credo possa chiarire la qualità delle fonti dell’articolista. Secondo Angela Pellicciari Garibaldi nel parlamento di Torino il 5 dicembre 1861 avrebbe definito i Mille come una genia perfida e ladra (L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata, Casale Monferrato, Piemme, 2000, p. 232). Solo che la citazione era letteralmente inventata: Garibaldi aveva scritto quelle parole nel libro “I Mille” pubblicato mi pare nel 1879, ma riferendosi ai “governanti” e non ai garibaldini. La Pellicciari se l’era cavata con un piccolo falso.
    Con gli errori di Del Boca e Pino Aprile, poi, si potrebbe riempire un libro intero.

    Augusto

  4. Non basterebbe un libro, mi creda signor Augusto.
    Il brutto è che, più le sparano grosse, più sono creduti dal popolino, il quale, abituato com’è alla televisione, s’impressiona e s’incanta a sentire i sensazionalismi, gli “scoop” e le storielle a effetto che possano distrarlo o consolarlo del misero presente.
    Il pio signor Bonvegna, si sa, fa parte di “alleanza cattolica”, cioè dei cattolici tradizionalisti che già solo il fatto che nel XXI° secolo possano avere ancora qualche seguito, la dice lunga su com’è ridotta l’Italia, la cui soccombenza al papato prima o poi risalta sempre fuori. Il fatto più grave è che il suddetto Bonvegna ha scritto l’articolo su “Destra.it”, che sarebbe il sito della nuova destra, fratelli d’Italia, insomma di quelli che dovrebbero essere gli eredi dei fascisti, il che è la riprova che il fronte anti-risorgimentale è ormai una barzalletta in cui può entrare chiunque a dire la sua, da qualunque parte venga, basta che abbocchi all’amo. E di pesci che abboccano ce ne sono acquari interi. Tra l’altro le accuse sparate contro il Risorgimento sono ridicolmente le stesse che venivano sparate allora, ai tempi in cui i fatti si svolgevano. Almeno un pò di fantasia in più non guasterebbe, io dico, e invece non c’è neanche quella. Si ripetono pari pari i veleni della rivista gesuita “Civiltà cattolica”, del “Supremo Consiglio di Roma” che presiedeva i comitati borbonici che foraggiavano il brigantaggio, e insomma si sparano le stesse cartucce di quell’ampio fronte anti-unitario che si formò allora per cercare di abbattere il nuovo Stato Italiano, peraltro senza riuscirci. Anche il Parlamento inglese fece la sua parte, ma c’era la paura della rivoluzione, la paura di Garibaldi e di Mazzini, il quale ultimo come un fantasma si spostava da una località all’altra senza che nessuno mai lo acciuffasse e potè raggiungere comodamente Garibaldi a Napoli per spronarlo a fare l’assemblea costituente e a proseguire fino a Roma. E’ stato il timore di una rivoluzione a dissuadere l’europa da un intervento armato che Francesco II sperò fino all’ultimo. Anzi, lui portò avanti la resistenza a oltranza fin dentro la fortezza di Gaeta, rifiutando le offerte del Piemonte, proprio perchè era sicuro che le potenze europee sarebbero intervenute in suo soccorso. Ma il famoso convegno di Varsavia che avrebbe dovuto decidere in tal senso, si risolse in un nulla di fatto.
    Infine due parole sul grande economista del FMI Vito Tanzi, dietro la cui alta fama il suddetto Bonvegna si pavoneggia.
    Essere un economista anzitutto non vuol dire essere uno storico, e il professore si lancia invece in disquisizioni storiche sul Risorgimento, snocciolando i soliti luoghi comuni, tra cui che esso fu opera di una non meglio precisata “elite di patrioti”.
    Quale? Non si sa. Sbaglia anche sui finanziamenti dell’impresa dei Mille i quali giunsero da tutte le parti, da tutte le consorterie, associazioni, cenacoli e ANCHE massonerie di mezzo mondo, principalmente quelle americane che erano le più ricche e generose. Sbaglia poi clamorosamente sul brigantaggio definendolo “un movimento di massa” e addirittura una “guerra civile che sconvolse l’intero Sud” al termine della quale gli “sconfitti” emigrarono nelle Americhe.
    Ebbene, il prof.Tanzi sarà un grandissimo economista simpatizzante di Matteo Renzi (il quale non mi pare ci stia portando alla floridezza economica), ma come storico forse non ha molto chiaro cosa è stato il brigantaggio, nè cosa è una guerra civile, e nemmeno cosa sia stata l’emigrazione, la quale è ormai assodato fu causata non certo dall’Unità d’Italia ma dalla crisi granaria che colpì tutta Europa nella seconda metà dell”800, e mi fa specie che un economista della sua sorta lo abbia dimenticato. Senza dire che il meridione fu interessato soprattutto alla seconda ondata emigratoria, quella dei primi del novecento, quando ormai il brigantaggio era stato sconfitto da un bel pezzo, ed erano trascorsi quasi cinquant’anni dalla proclamazione del Regno d’Italia.
    Se il brigantaggio fosse stato come dice Tanzi un “movimento di massa che per ben dieci anni sconvolse l’intero Sud”, non credo che Garibaldi avrebbe potuto recarsi tranquillamente a Ischia a fare i fanghi, acclamato dalla popolazione, nè che la futura regina Margherita avrebbe passeggiato tranquillamente sulla riviera di Chiaia mostrandosi al popolo, e mostrando il figlioletto neonato (il futuro Vittorio Emanuele III nacque a Napoli nella reggia di Capodimonte nel 1869) alle donne del mercato.
    Il Re Umberto I, poi, non fu ammazzato dai meridionali incattiviti da una guerra civile che mai ci fu, ma da un anarchico toscano.

    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  5. L’avete letta la sparata di Bonvegna sull’impresa dei Mille: “e del resto come si fa a conquistare un Regno senza quasi mai combattere tranne l’ultimo sussulto di Gaeta?”.
    E la battaglia del Volturno che fece centinaia e centinaia di morti e di feriti che cos’è stata, secondo lui, un giochino?
    Ma non gli tirano i pomodori, le uova fradice e tutti gli ortaggi a personaggi come questo?
    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  6. Cara Maria Cipriano (come vede, ho imparato),
    personalmente ho deciso di non commentare più le sciocchezze dei neoborbonici e affini (ne trova un campionario nei commenti di un certo Socrate ad un articolo su Fenestrelle in questo stesso sito) perchè ho capito che più si fa loro notare quanti errori commettono, più si ostinano a ripetere le loro insulse litanie.
    Cordiali saluti

    Augusto

  7. Ne sappiamo qualcosa io e il signor Ernesto (e anche altri) che nel medesimo contesto per pagine e pagine prima di lei abbiamo controbattuto punto su punto, ma ci siamo sentiti rispondere sempre allo stesso modo: che Garibaldi era un avventuriero pagato dai massoni inglesi, che l’impresa dei Mille fu una buffonata, il Risorgimento uno sporco affare o giù di lì, che nel Regno delle due Sicilie si viveva benone, che l’Italia come ideale interessava a pochi o addirittura a nessuno, che il Nord rapinò il Sud, che gli storici sono tutti prezzolati e in mala fede, e insomma la solita litania come la chiama lei che ormai si ripete in tutti i libri e gli scritti del genere che in fondo sono tutti uguali.
    Che tristezza!…..
    Ricambio i cordiali saluti e buona serata.
    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  8. Dobbiamo solamente augurarci che il personaggio in questione non noti questo epistolario e ci lasci in pace!
    Gentile Signora Maria, la sua fervente passione patriottica che ho apprezzato in tutti i suoi articoli e che ho avuto il piacere di leggere, mi ha riempito più volte di gioia e la ringrazio di cuore per quanto da lei amabilmente esposto, ho trovato in particolare geniale il teorema dei “quattro pilastri” in una sua intervista, che mi sono permesso di riprendere in alcuni incontri con gli amici “Carbonari”, peraltro sempre citandone la fonte.
    Riguardo ai finti ciechi e finti sordi revisionisti, è per me impossibile credere che non siano in cattiva fede, poichè negare anche uno solo dei miracoli evidenti in quella travolgente moltitudine di eventi che hanno circondato la nostra Storia Risorgimentale è puro e semplice disturbo, col fine che si può facilmente dedurre.

    Cappanigra

  9. Trascrivo un brevissimo brano dal libro che sto scrivendo, al quale ho dato il titolo provvisorio “Aprile, dolce mentire”. Ed è il mio ultimo intervento nel sito.
    Tra le molte encomiastiche invenzioni sul Regno delle Due Sicilie che imperversano sulla “rete” ad opera di storici “modello Ikea” forse la più rozza, certo la più ingenua, è la sua ostinata rappresentazione come terza potenza industriale, non si sa bene se dell’Europa o del mondo, che sarebbe addirittura stata riconosciuta all’Esposizione Universale di Parigi del 1855, che talvolta diviene 1856.
    In verità il Regno delle Due Sicilie in quanto tale all’Esposizione Universale di Parigi del 1855 non partecipò neppure, malgrado il comitato organizzatore gli avesse assegnato uno spazio di 150 metri quadrati per la presentazione dei suoi prodotti: cfr. Visite a l’Exposition Universelle de Paris en 1855, Paris, Librairie de L. Hachette et C., 1855, p. 11.
    I pochi espositori del regno che, a titolo individuale, vollero partecipare dovettero chiedere ospitalità al padiglione degli Stati Pontifici, che per la verità gliela concesse cordialmente. In tutto se ne contarono sei: quattro napoletani e due siciliani.
    Da Napoli giunsero: la ditta Genevois, che espose “savon et parfumerie”; la ditta Avolio che presentò dei gioielli di corallo; G. Riccio, che partecipò con alcune “médailles reproduites par la galvanoplastique”; un certo Di Bartolomeo, che presentò le sue corde armoniche.
    Da Palermo giunsero il barone Francesco Anca, con alcuni campioni di citrato di calce, e il sarto Basilio Scariano (che per la precisione era nativo di Palazzo Adriano, in provincia di Palermo, ma si era trasferito nella capitale) che riscosse un certo successo con il suo psalizometro, uno strumento per la confezione in serie di abiti per uomo: cfr. Exposition des produits de toutes lés Nations. Catalogue Officiel, Paris, E. Panis Éditeur, 1855, p. 512.
    Va precisato che Avolio e Di Bartolomeo furono premiati con medaglia di prima classe, Scariano con medaglia di seconda classe, Anca, Genevois e Riccio ottennero una “menzione onorevole”: cfr. Notices sur les produits des États Pontificaux a l’Exposition Universelle par Ch. de Montluisant, Paris, Imprimerie Bailly, Divry et C., 1855, pp. 92 e segg.
    Varrà la pena notare che nessuno di essi espose nei settori di punta della nascente industria moderna. Questa fu la reale partecipazione del regno delle Due Sicilie all’esposizione parigina del 1855. Credo si possa concludere che per credere alla fiaba della terza potenza industriale del mondo occorra avere, come diceva La Rochefoucauld, “la testa molto ben fatta”.

    Augusto

  10. Chi pubblicherà il suo libro?(strepitoso il titolo!)
    Ce lo faccia sapere, a me interesserebbe senz’altro. Lei è un professore in incognito, secondo me…e se non erro, il regno del due Sicilie non partecipò nemmeno all’esposizione di Londra del 1851.

    Gentile Cappanigra, grazie per i suoi complimenti, ma come vede qui ci sono persone che del Risorgimento hanno conoscenze assai approfondite, il che fa molto piacere, fa piacere sentir parlare
    con cognizione di causa e seriamente. Non se ne può più di stupidaggini!

    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  11. E’ veramente patetico e ridicolo, ma dà il metro 71ennale dello sprofondamento antifascista, provincialista e regionalista di chi ancora (s)ragiona in termini di “polentonismo” e “terronismo”, di chi fa ancora il settentrionalista o il meridionalista, assistere a queste beghe da cortile, dall’una alla’altra parte opposte e contrarie, su ciò che sarebbe stata l’Italia se non ci fosse stato il Risorgimento. Il problema non è se il Risorgimento c’è stato. Il problema è che lo ha fatto, anzi ne ha tratto i benefici, la monarchia più fallimentare d’Europa, i Savoia, che certo non amava l’Italia. La stessa monarchia, in versione badogliana, che ha distrutto l’Italia mazziniana, proletaria, democratico-borghese e fascista che tre soli uomini (tra Otto e Novecento) avevano concepito, realizzato ed innalzato al rango di Stato Nazionale Europeo: Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e Benito Mussolini. Il danno maggiore del ciellenistico “vento del nord” è stato aver distrutto il lascito nazionale ed anti-provinciale (e da qui quindi quegli idioti che usano offese come “polentonismo” o “terronismo” tipiche del gergo anni ’50-’60 dello scorso secolo) del mazzinianesimo socialfascista che solo Bettino Craxi combatteva quando la spazzatura del primo leghismo cercava di farsi largo dal 1992 in avanti ammorbando l’aria storico-politica della fu Esperia. In questo senso il 25 luglio 1943 rappresenta la data funesta, la causa causarum dela morte dell’idea di Italia e la ri-nascita di tutto il lerciume settentrionalista o meridionalista tornati a galla dopo il 1915. Non a caso tutti i fatti dell’ultimo scorcio dell’aprile 1945 nel comasco e nella dongologia sono infarciti di nomi ed espressioni dialettali del partigianato resistenzialista assassino lombardo e piemontese. Continuate a beccarVi, quindi, sul prima e sul dopo Risorgimento e su ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Non capite che siete solo il frutto della morte italiana datata 25 luglio 1943. Amen!

    Alessandro De Felice

  12. all’altra. Refuso.

    Alessandro De Felice

  13. La monarchia più fallimentare d’europa, come la chiama lei, ha posto fine al potere temporale dei papi, cacciando la Chiesa in un angolo per la prima volta nella sua storia, ha vinto la 1 guerra mondiale nel 1918, ha vinto la guerra contro l’impero ottomano nel 1912, ha fatto uscire l’Italia dall’ancien regime conducendola nell’era moderna con un’infinità di leggi innovative, ha dato lustro all’Italia con la letteratura, la scienza, l’arte e la musica che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia. Con questa monarchia “fallimentare” l’Italia ha raggiunto la sua massima estensione territoriale dopo l’Impero Romano.
    Il Fascismo, da parte sua, ha fatto molto, lo sappiamo. Ma ha perso la guerra, e dunque ci ha fatto perdere tutto, e il popolo italiano non gliel’ha perdonata.
    Non mi sembra che difendere il Risorgimento sia una bega da cortile. Se l’avessimo difeso a dovere in questi 70 anni anzichè perderci in luoghi comuni e autolesionismi, non saremmo ridotti come siamo.
    Chi le ha detto che i Savoia non amavano l’Italia, quando hanno rischiato più volte il trono per l’Italia fin dalla 1a guerra d’indipendenza e infine l’hanno perso? Sono gli italiani che non si amano, e lei ne è un esempio. Inutile stare a piangere sul 25 luglio: la responsabilità della sconfitta ricade sul Fascismo.
    A meno che non possa dimostrare il contrario, naturalmente, il che non è avvenuto. Tutto quello che ci ha lasciato dopo il 1945, è stato Giorgio Almirante con i suoi campioni (Fini, Meloni, La Russa…), e un microcosmo di fazioni inconcludenti che si detestano più o meno cordialmente tra di loro.

    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  14. Lei scrive a commento del mio intervento: “Chi le ha detto che i Savoia non amavano l’Italia, quando hanno rischiato più volte il trono per l’Italia fin dalla 1a guerra d’indipendenza e infine l’hanno perso? Sono gli italiani che non si amano, e lei ne è un esempio. Inutile stare a piangere sul 25 luglio: la responsabilità della sconfitta ricade sul Fascismo.
    A meno che non possa dimostrare il contrario, naturalmente, il che non è avvenuto. Tutto quello che ci ha lasciato dopo il 1945, è stato Giorgio Almirante con i suoi campioni (Fini, Meloni, La Russa…), e un microcosmo di fazioni inconcludenti che si detestano più o meno cordialmente tra di loro”.
    Andiamo per ordine, iniziando dalla fine di tale Sua costruzione: non capisco perché Lei tiri in ballo delle mezze calzette (meglio sarebbe definirle delle nullità) come Giorgio Almirante (un imbroglia-popolo ed imbroglia-giovani da operetta) od altri personaggi da cabaret quali Gianfranco Fini, Ignazio Larussa o Giorgia Meloni poiché il solo pronunciare i cognomi di tali Lillipuziani equivarrebbe ad esaltarli. Io parlavo nel mio intervento di Uomini che hanno fatto la Storia: Garibaldi, Mazzini e Mussolini e Lei mi cita delle formiche come i soggetti del missinismo antifascista e filo monarchico (leggi Destra Nazionale degli anni ‘70) o di una pseudo-destra confusa e bastarda post-tangentopoli che nulla avevano ed hanno in comune coll’idea repubblicana, sindacale e rivoluzionaria del fascismo sansepolcrista ed erresseista. Sinceramente tali gnomi del nulla non hanno alcun nesso colla mia tesi.

    In secondo luogo, Lei asserisce che i Savoia “amavano l’Italia”. Lei, nella Sua foga khomeinista isterica neosabauda (che fa il paio nella sua antipodica apparente contrarietà colla altrettanto patetica foga neoborbonica e papalina meridionalista) non ha chiaro il senso di ciò che ha rappresentato e rappresenta il 25 luglio 1943. Dal 7 al 10 aprile 1943 il Duce si incontra, nel castello salisburghese del Klessheim, per l’VIII volta col Führer dall’inizio della guerra. Mussolini sin da questo momento ha intrapreso la strada delle pressioni su Hitler per giungere ad una pace separata con Mosca. E pochi, troppo pochi – a nostro avviso – sino ad oggi sono coloro che hanno voluto dare il giusto peso al colloquio del 25 luglio 1943 (ore 12.00) avvenuto a Palazzo Venezia tra il Duce – reduce dalla lunga notte del Gran Consiglio in cui è stato messo in minoranza – e l’Ambasciatore giapponese Shinrokuro Hidaka. Basterebbe leggere i Documenti Diplomatici Italiani:

    “..l’ambasciatore nipponico si sentì infatti dire a tutte lettere che “quando le armi non costituiscono più un mezzo sufficiente per fronteggiare una situazione, ci si deve rivolgere alla politica” e che l’Italia risentiva fortemente di “una preoccupante condizione di inferiorità, sia dal punto di vista aereo che terrestre e marittimo”, sicché egli aveva deciso di compiere nel corso della settimana ventura un energico passo presso il Führer per attirare tutta la sua più seria attenzione sulla situazione che era venuta a determinarsi negli ultimi tempi e per indurre il Führer stesso, come già altre volte egli aveva tentato, a far cessare le ostilità sul fronte orientale, giungendo ad un componimento con la Russia. Una volta ottenuto ciò il Reich avrebbe potuto far sentire tutto il peso del suo potere bellico contro gli anglo-americani in Mediterraneo ristabilendo così una situazione oggi indubbiamente compromessa. In questa prospettiva il Duce pregava l’Ambasciatore del Giappone di comunicare al Presidente Tojo che era suo vivo desiderio che egli appoggiasse con tutte le sue forze tale passo verso il Führer allo scopo di giungere alla cessazione delle ostilità contro la Russia. Nella attuale situazione non era infatti più il caso di pensare ostinatamente al possesso dell’Ucraina, che non poteva rappresentare per il Reich un modo di soluzione integrale dei suoi problemi economici ed alimentari. Tale preghiera il Duce rivolgeva al Presidente Tojo, perché solo in questo modo egli riteneva che la situazione potesse modificarsi a favore del Tripartito”. Altrimenti le condizioni in cui l’Italia conduceva la sua guerra erano tali che l’Italia si sarebbe, e a breve scadenza, trovata nella assoluta impossibilità di continuare le ostilità e sarebbe stata costretta a dover esaminare una soluzione di carattere politico”.
    Mussolini, tramite il generale dei carabinieri Ugo Luca, aveva già attivato in Turchia i primi passi in chiave filo-sovietica per chiedere la pace separata in unione alla Germania.
    Ma, dott.ssa Cipriani, il Suo Re Vittorio Emanuele II pensò di arrestarlo proprio nel momento cruciale della Storia politica del XX secolo, consegnando l’Italia ad un inetto come Badoglio ed a scarti della politica prefascista stile Sforza & Co.
    Se a ciò aggiunge, che dall’incartamento di un dossier sul carteggio Mussolini-Churchill in mio possesso e non conosciuto sinora in Italia, emerge che casa Savoia ed Acquarone conoscevano perfettamente, prima del colloquio Mussolini-Hidaka, quale sarebbe stato il significato di tale passo mussoliniano, la gravità del gesto compiuto da Vittorio Emanuele II appare nella sua immensa portata per l’Italia. Le ricordo le conseguenze, visto che la Sua memoria sembra selettiva:
    1) l’arresto di Mussolini scatena la guerra civile;
    2) l’assassinio di Ettore Muti su commissione di Pietro Badoglio e dei servizi già venduti all’OSS statunitense è un chiaro segno della violenza assassina monarchica;
    3) senza l’arresto di Mussolini non vi sarebbero stati i rastrellamenti di ebrei italiani a cui nessun SS tedesca aveva torto un capello prima del 25 luglio 1943 perché Hitler non si sarebbe mai permesso di fare simili passi dinanzi ad un governo legittimo capeggiato dal Duce, anzi al fascismo dovevano la vita più di 50mila ebrei europei dal 1940 al 25 luglio ’43;
    4) tragedia di Cefalonia, truffaldinamente contrabbandata dalla vulgata, come primo atto della Resistenza italiota (si legga i saggi di Massimo Filippini);
    5) assassinio dei gerarchi fascisti a Dongo ed assassinii di Benito Mussolini e Clarice Petacci a Bonzanigo di Mezzegra col pieno assenso dei settori filo sabaudi della Resistenza, nelle persone di Raffaele Cadorna, barone Sardagna, Pier Bellini delle Stelle ed Urbano Lazzaro.
    E Lei ha la faccia tosta di parlarmi dell’amore di casa Savoia per l’Italia?
    Mi arresto, rassegnato, sulla soglia della Sua coscienza storico-politica.

    Alessandro De Felice

  15. Vittorio Emanuele III, ovviamente.

    Alessandro De Felice

  16. Egregio Dott. De Felice, qui se c’è qualcuno che sfodera toni khomeinisti-isterici a 360° questo è lei, se non altro per la sfilza d’insulti che rifila, dai quali mi dissocio, anzitutto per una questione di “bon-ton” . Se il neofascismo per lungo tempo ha avuto come maggior punto di riferimento politico Almirante e i suoi, io non so che farci, mi limito a indicare un fatto assodato. Ciò che mi sono limitata a sottolineare è molto semplice, e cioè che il Fascismo ha perso la guerra e la responsabilità ricade sul medesimo (mentre la monarchia sabauda ha vinto la 1a guerra mondiale e il merito ricade su di essa). Che poi Mussolini avesse in testa chissà quali meravigliosi rimedi (e considero la pace con la Russia una di queste “meraviglie” irrealizzabili), e il re Vittorio Emanuele III glielo abbia impedito assieme a Badoglio e a tutti gli altri, questo, secondo me, rientra nelle tante questioni ancora aperte e irrisolte della 2a guerra mondiale. Se lei le ha risolte, beato lei!
    Ci sono almeno tre correnti storiografiche sul 25 luglio: una, enunciata anche dal defunto Pietro Ciabattini in un libro che lei senz’altro avrà letto, prende in esame l’ipotesi che il Duce e il Re abbiano concordato insieme il 25 luglio, dietro le quinte. Personalmente, io propendo per questa tesi.

    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  17. Vorrei ( se mi è permesso) aggiungere alcune note nell’interessante polemica fra il dott.De Felice e la signora Cipriano. Prima di tutto dire che il fascismo ha perso la guerra e i Savoia no è una sciocchezza assoluta. E’ una tesi che nessun storico,veramente tale,si permetterebbe di sostenere. Dire che i Savoia abbiano amato l’Italia poi……. Infatti l’amavano cosi tanto che,appena costituito ( nel modo criminale che ben si sa) l’Unità d’Italia dal 1861,gli stessi Savoia specularono sulla pelle degli italiani ( soprattutto centro meridionali) che furono costretti ad emigrare,soprattutto a quella criminale unione imposta dai savoia e loro burattinai d’oltre Manica.Lo storico del risorgimento,Arch. Loreto Giovannone ( per informazioni scrivere a: storia.italia@yahoo.it) ha ampiamente documentato tale vergogna.E’ altrettanto vile ( per non dir di peggio) affermare che le responsabilità della guerra furono solo del fascismo (Mussolini) e non dei Savoia…Vorrei ricordare a tal proposito,che nella tarda primavera del 1940,quando la Wehrmacht si stava ingiottendo quasi tutta l’Europa Occidentale, Vittorio Emanuele III si lamentava perchè “ul testun” ( detto col termine colorito piemontese a Mussolini con riferimento alla scatola cranica di quest’ultimo) era ancora tentennate e non si buttava nella mischia.Quindi,prima di parlare e dire le solite sciocchezze sarebbe opportuno non credere che i porci possano volare. A tal riguardo,uno lettura a quanto vi è scritto in questo articolo,scritto mirabilmente dallo scomparso storico-giornalista presso la sede ONU di Ginevra,tale Alberto Bernardino Mariantoni, dovrebbe far riflettere tutti e di tutte le tendenze,purchè dotati di cervello:http://www.abmariantoni.altervista.org/storia/f_Le_responsabilita_del_disastro.pdf

    Cordialità.

    Ubaldo Croce

    Ubaldo Croce

  18. Egr. Dott.ssa Cipriano, del “bon ton” non so sinceramente che farmene. La propaganda neo-sabauada, che Lei ha il diritto di rappresentare, non ci porta da nessuna parte.
    L’ingegnere Amadeo Bordiga, con Nicola Bombacci la mente più pura del comunismo italiano del XX secolo (non a caso entrambi espulsi dal Pcd’I), amava citare il Mussolini socialista che al congresso di Reggio del 1912 nell’invettiva contro Bonomi Cabrini, Bissolati e Podrecca: “Il partito non è una vetrina per uomini illustri”. E la politica prêt-à-porter la lascio a Bruno Vespa ed alle corti simili. Lei non mi ha risposto. Attendo ancora una Sua risposta, e non uno sfogo di malumore accademico, in ordine a ciò che di catastrofico conseguì all’arresto di Benito Mussolini ordinato da Vittorio Emanuele III ed effettuato nel pomeriggio del 25 luglio 1943 a Villa Savoia; arresto che è cosa del tutto diversa dall’ipotetico (e mai provato) sfiduciamento concordato tra i due vertici istituzionali di cui sopra. Del resto non mi pare allo stato attuale ancora percorribile una pista che da un lato vuole un’intesa segreta sfociata nell’o.d.g. Grandi del 24 luglio notte 1945 e dall’altro le successive condanne a morte, parzialmente eseguite un anno dopo a Verona degli sfiducianti anti-mussoliniani. La discussione ci porterebbe lontano. Ma sulla nostra seconda guerra mondiale, “parallela”, “breve”, “concordata” (con Churchill, Lebrun e Reynaud) che dir si voglia, sino ad un velenoso punto di non ritorno che si sarebbe protratto sino all’aprile 1945 (leggi carteggio Churchill-Mussolini o carteggio segreto italo-britannico), una discussione aperta, libera da condizionamenti camorristico-catto-comunistico-azionisti, non c’è mai stata da 71 anni ad oggi, né nel sistema educativo (che continua a perpetrare propaganda piuttosto che complessità storiografica) né in quello mediatico. Una cosa è certa. Per piacere, non prendiamoci in giro sostenendo che Vittorio Emanuele III, povera vittima, ebbe imposta la guerra dal Duce. La dichiarazione del 10 giugno 1940 porta la firma, totalmente consenziente, di Sua Maestà Vittorio Emanuele III. E la piantino gli eredi di casa Savoia di scusarsi per il conferimento, nell’ottobre 1922, dell’incarico di Presidente del Consiglio al direttore del “Popolo d’Italia” che portava a Roma “l’Italia (Itaglia alla romagnola) di Vittorio Veneto”. E Le ricordo che Vittorio Veneto fu fatta prima che da monarchici, da fascisti, da sindacalisti rivoluzionari, socialisti e dannunziani. E la piantino i Savoia (ed il tatuato loro cugino e concorrente di altro ramo che porta male il cognome dell’eroe dell’Amba Alagi), di scusarsi (sragionando ora per allora) per le tanto strombazzate ed utilizzate strumentalmente (dall’urlo pecorino che ignora la Storia) leggi razziali del 1938 o per la guerra di Etiopia ed altri bla-bla politicamente corretti. Se conoscessero la Storia, a chi (shampiste improvvisatesi conduttrici televisive) chiedesse loro di scusarsi, potrebbero contrattaccare e rispondere ricordando semplicemente il bando fascista anti-schiavista di De Bono del 14 ottobre 1935. Ma si guardano bene dal farlo. Perché?
    Per quel che mi riguarda, a chiudere, pur non condividendo spesso le vedute del Presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani, penso sia giusto parafrasare Giordano Bruno Guerri, quando scrive (nel 2002):

    “David Irving…invita anche la coscienza civile del nostro Paese a fare i conti con la storia.
    Per esempio cominciando a prepararsi all’idea che (Renzo) De Felice, per quanto meritevole, non ha scoperto, capìto e scritto tutto del fascismo; che quello degli italiani non fu solo consenso, ma per lo più entusiasmo; che non c’è da vergognarsene, anche perché il trionfo del fascismo ha radici antiche e molto lontane da noi; che un bilancio davvero corretto dei meriti e dei demeriti del regime non è stato ancora fatto; che Mussolini – la cui reale e immensa fascinazione su uomini e masse deve essere ancora seriamente studiata – ebbe una straordinaria visione dello Stato, infinitamente superiore a quella dei suoi connazionali; che gli italiani si batterono poco o nulla per la propria libertà, perché della loro libertà importava loro poco o nulla; che non vale dire “se Mussolini non avesse fatto la guerra”, perché nel 1940 gli italiani la volevano con la stessa furbizia e per gli stessi motivi imperialistici del duce; che la combattemmo spesso male e molto spesso con una durezza e una crudeltà che è piacevole fingere di ignorare, ma che sarebbe meglio riconoscere.
    Forse qualcuno mi darà del fascista, con articoli fragili quanto la sua autonomia di pensiero, la sua onestà intellettuale o le sue conoscenze in materia. Sappia sin da ora che non riceverà querele, non perché io sia fascista, ma perché lui è un deficiente: “Persona totalmente o parzialmente minorata nella sua attività intellettuale” (Treccani)”.

    Salutissimi.
    Alessandro De Felice

    Alessandro De Felice

  19. 24 luglio notte 1943. Refuso.

    Alessandro De Felice

  20. Refuso: …a tal riguardo,una lettura…..

    Ubaldo Croce

  21. La ringrazio per il titolo di dottoressa che suona bene, ma non mi compete in quanto mi arrestai sulla soglia della laurea molto tempo fa non per demeriti ma per cause di forza maggiore.
    Per quanto riguarda il dibattito in corso, magari fossi il rappresentante propagandistico di Casa Savoia! Almeno suggerirei loro qualche mossa più consona al ruolo e agli interessi dell’Italia. Degli attuali discendenti salverei comunque il Principe Aimone, che è l’erede al trono designato, Elisabetta figlia di Maria Gabriella e il principe Sergio figlio di Maria Pia.
    Posto che a lei di tutto ciò non interessa ASSOLUTAMENTE niente, ed anzi rabbrividerà al solo udirne i nomi, proiettato com’è nell’esaltazione a senso unico del Fascismo anti-monarchico, sindacalista, rivoluzionario, etc., le ricordo però che i quadriumviri andarono a omaggiare S.M. la regina Margherita prima della marcia su Roma. Dunque, la Monarchia sapeva bene quel che faceva, i Fascisti ne volevano la benedizione, e ciò di fronte a lei dovrebbe suonare come un indubbio merito di Casa Savoia. Resta da chiarire il “tradimento” successivo del Re, con tutte le disastrose conseguenze che lei indica sommariamente, tradimento che a lei basta per condannare all’inferno l’intera dinastia. La quale -ripeto- rischiò il trono più volte per l’Italia, e infine lo perse. Non a caso Vittorio Emanuele II, il Re galantuomo, scherzava a denti stretti con Cavour se sarebbe diventato il Re d’Italia oppure il signor Savoia.
    Ma veniamo al punto cruciale: ci fu vero tradimento di Vittorio Emanuele III, il cosiddetto Re Vittorioso? Stando a Pietro Ciabattini, ex milite della RSI, ex prigioniero a Coltano, la cui intera famiglia fu travolta dalla sconfitta e che dunque avrebbe dovuto avercela a morte con chi questa sconfitta suggellò e assecondò il 25 luglio e l’8 settembre, ebbene il Duce e il Re si misero invece segretamente d’accordo per una temporanea estromissione di Mussolini. Ora mi è impossibile parlare del libro in cui Ciabattini avanza questa tesi e la supporta, anche perchè l’ho letto parecchio tempo fa, fatto sta che anch’io, combinazione, avevo pensato la stessa cosa prima di leggerlo e infatti lo comprai apposta. Forse perchè sono appassionata di gialli e di fantascienza, ma vi sono cose strane che non tornano in tutta la lunga vicenda che ha infine portato all’armistizio che tutti conosciamo. Una di queste stranezze è che gli anglo-americani pretendevano la consegna del Duce, e il Re e Badoglio non glielo consegnarono. Chi nascose infine Mussolini a Campo Imperatore, in un posto praticamente irraggiungibile, sottraendolo di fatto alla cattura?
    Giustamente lei obietta che questo accordo segreto non le sembra credibile, e ha ragione, infatti la maggioranza degli storici la pensa come lei: che il Re, d’accordo con i vertici delle forze armate, con Grandi e con altri elementi della Monarchia ostili al fascismo, decise di disfarsi del Duce e del fascismo per andare tranquillamente incontro agli anglo-americani vincitori e firmare una resa con la quale avrebbe consegnato la nazione al nemico, prima ancora di impiegare una flotta che era pressochè intatta. Ma questa flotta da La Spezia doveva andare a contrastare il nemico nel golfo di Salerno il giorno 9 settembre, mi pare! Era tutto pronto. Da chi fu dato dunque il fatidico contrordine? Dal Re? Non credo.
    E’ una questione secondo me ancora aperta, anche se tutti hanno avuto interesse a chiuderla, per non rivangare nel passato: in quel passato che non passa, in cui stanno le vere premesse dei guai odierni. Non nel Risorgimento, come scioccamente pensa qualcuno, ma lì, in quelle vicende strane, mai chiarite, della seconda guerra mondiale.

    Ricambio i saluti

    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  22. L’ala più rivoluzionaria del fascismo,quella dei Berto Ricci e dei Gallian ,anche se con i se e i ma non si fa la storia, avrebbe vomitato nel vedere il proprio nome accostato a gente(la peudodestra antinazionale,papista controrivoluzionaria e filoborbonica oltre che prostituita al Berlusca e ai comitato d’affari di “veri cristiani”come quelli di Comunione e liberazione)o a gente che si esalta per un tangentista antifascista come Bettino Craxi.Per non parlare di un figuro come Giordano Bruno Guerri,protettore di Pino Aprile,che rappresenta ignobilmente il grande Gabriele D’Annunzio(in che mani immonde giace la cultura italiana…).Resta il fatto che Mussolini,nonostante il parere contrario del più grande filosofo italiano dell’epoca,Giovanni Gentile,il peggiore compromesso lo fece con la più grande forza antinazionale della Storia Italiana,l’unica entità ancora in grado di influire oggi su menti deboli o corrotte,la Chiesa cattolica,con i suoi maneggi, i suoi privilegi,le sue porcate quotidiane,il suo immenso patrimonio mobile ed immobiliare i suoi rapporti documentati con briganti e mafiosi in ogni epoca. Una forza assolutamente incompabile con chi voglia costituire uno stato Moderno con cittadini veri e non squallidi sudditi del Papa re o di re Borboneo di Bettino e Silviuzzo, pronti a vendersi per una mancia elettorale.Ma gli pseudonazionalisti odierni che ciarlano ad minchiam di federalismo(localisti che amano il Tricolore a giorni alterni) fabbricati spesso dal signor Cav di Arcore,ex lacchè di Bettino, oltre che loschissimo intrallazzatore, se ne dimenticano spesso e preferiscono intonare la litania antisabauda confondendo il 1861 con il 1945 e ponendo sullo stesso piano Vittorio Emanuele II con Ferdinando il Borbone.Cosa che un fascista degno di questo nome che ha a cuore L’Italia tutta e non la sua fazione o il solo periodo 1922-1943,non farebbe mai.Ma quando la storia si ripete,diceva Carlo Marx,la storia si muta in farsa( si vedano i neoborbonici,ma anche i neofascisti)Così come non preferirebbero mai un Bettino Craxi, che ha simpatizzato con la destra missina solo per raccoglierne i voti, ma ha forti responsabilità nella degenerazione del sistema partitico italiano ed era un maestro di clientelismo e malaffare, con Giorgio Almirante che comunque lo si giudichi è parte integrante della storia fascista e postfascista e negli anni immediatamente successivi al 45 ha messo a repentaglio la sua pelle in tante piazze calde d’Italia,dove i comunisti picchiavano davvero ,rischio da cui invece sono rimasti sostanzialmente esenti gli pseudofascisti dagli anni 90 in poi che hanno dato ampio spazio e agibilità ai patetici leghisti secessionisti e sudisti neoborbonici che per un decennio almeno hanno imperversato sulle colonne dei giornali berlusconidi coperti e tutelati da chi si riempie quotidianamente la bocca di Italia e di Patria,dimenticando chi l’ha costruita con il sangue e preferendo magari chi l’ha osteggiata ed oggi ha il privilegio di parlare e sparlare cosa che ai patrioti del Risorgimento allora non era assolutamente concessa.Solo con il sangue dei briganti oggi si vendono libracci schifosi e si costruiscono carriere politiche e letterarie.

    Ernesto

  23. La frase di Marx ovviamente è questa”quando la storia si ripete ,la tragedia si muta in farsa”

    Ernesto

  24. Cari signori, non arrabbiatevi,tanto so per esperienza che
    ciascuno rimarrà delle proprie idee. Ciò nondimeno, quanto
    avete scritto rimane interessantissimo e permette di vedere
    le cose da entrambi i lati: poi ognuno scelga quello che
    preferisce. Sarebbe però ora di vedere le cose senza i condi-
    zionamenti imposti da decenni di regime: oggi la diffusione
    di internet lo consente. cordiali saluti.Leo

    leo

  25. Non me ne voglia per la pignoleria, Ernesto, ma la traduzione del testo marxiano suona così:
    Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa.
    Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, par. 1.

    Augusto

  26. Gli interventi soprastanti richiedono risposte articolate. Egr. Sig.ra Cipriano, riscontro la Sua replica e concordo quando afferma, dopo mia sollecitazione e sottolineatura, che i nodi irrisolti del 25 luglio 1943 (arresto di Mussolini a Villa Savoia) fanno parte nucleare di “quel passato che non passa, in cui stanno le vere premesse dei guai odierni. Non nel Risorgimento, come scioccamente pensa qualcuno, ma lì, in quelle vicende strane, mai chiarite, della seconda guerra mondiale”. Io non sono di fede monarchica, questo lo avrà capito, (casomai potrei alla lontana definirmi un bonapartista figlio di Gracco Babeuf o Filippo Buonarroti) ed allora Le chiedo: Se la Francia postnapoleonica, leonblumiana, gaullista e neogaullista ed i francesi non hanno mai avuto nulla da ridire sul fatto che lo Stato Francese continui ad omaggiare l’uomo del 5 maggio manzoniano custodendo le sue spoglie all’Hotel des Invalides in Parigi (e parliamo di un uomo che mise a ferro e fuoco l’Europa), perché gli italiani non hanno ancora costruito un mausoleo all’Eur a Benito Mussolini ma gli hanno invece riservato la vergogna di Piazzale Loreto il 29 aprile 1945? E perché i Savoia, escluso Vittorio Emanuele III ed Umberto II sono sepolti al Pantheon in Roma, mentre Mussolini giace in una anonima cripta a Predappio (San Cassiano)? Perché lo Stato turco ha costruito a Mustafa Kemal Ataturk uno spledido mausoleo e noi dobbiamo subire la propaganda e la menzogna 71ennali 24 ore al giorno? Anche Napoleone aveva perduto l’Impero ed era morto a Sant’Elena. Che cosa è il popolo italiano? O che cosa non è? Al netto degli errori, delle ingenuità e della apparente improvvisazione delle scelte mussoliniane, faceva bene il Duce a dire: “Non si può fare una grande nazione con un piccolo popolo”.
    (Benito Mussolini, Discorso alla Mostra d’Arte “Novecento”, Milano, 26 marzo 1923).?
    Aveva ragione Metternich? Non crede che dopo il 25 luglio 1943 l’Italia, per colpa di casa Savoia, l’Italia sia tornata popolino, contrade, davanzali e cortili? Si immagina cosa avverrebbe in questo paesino fu nazione se Qualcuno decidesse, in diretta tv o mondovisione, di trasferire solennemente la salma di Mussolini in un mausoleo di Stato con ovvio codazzo di comunità israelitiche ed Unione Europea che scatenerebbero l’inferno o varie Laure Boldrini dell’ignoranza e della malafede che aizzerebbero le pecore italiote coll’ausilio di mafia giornalistica e pullmann organizzati?
    Fino a quando non vi sarà la riabilitazione universitaria, televisiva, liceale, scolastica e giornalistica, documentazione alla mano, storico-politica di Benito Mussolini (rapportato alla scala di riferimento internazionale, con la ricostruzione fedele ed a 360 gradi della guerra e del Novecento politico nostrano), di questo paese chiamato Italia continuerà a non (ri)vedersi il minimo profilo. Una riabilitazione, in chiave mazziniana e gentiliana, già auspicata da un autore e filosofo oggi dimenticato: Augusto Del Noce.
    Tralasciando il ruolo nefasto di Pietro Badoglio e degli “uomini” del SIM dopo il 25 luglio 1943 (e su Carboni e Roatta si aprirebbero voragini interpretative), la Sua ricostruzione sul fair play tra Savoia e Fascismo cozza ed urta purtroppo con ciò che accadde dopo il 25 luglio 1943 e cozza in primo luogo col ruolo di Raffaele Cadorna e Pier Bellini delle Stelle nella consegna di Mussolini e Clarice Petacci al gruppo di mandanti e sicari britannici e comunisti italiani responsabili dell’assassinio del Duce e della sua amante a Bonzanigo di Mezzegra la mattina del 28 aprile 1945.
    Quanto al sig. Ernesto, che non ha il fegato di firmarsi con nome e cognome (alla stregua dei partigiani che si nascondevano dopo aver sparato a uomini visibili), il meno che si può dire è che non ha capito niente. Dice una cosa vera e dieci fesserie. Confonde, nella sua foga isterica, Bettino Craxi che liquida come un tangentista con gente con cui non ha nulla a che vedere. Ernesto è forse convinto che tangentopoli sia stata una rivoluzione di eroi puri? Tangentopoli è stata solo una finta rivoluzione mediatico-giudiziaria pianificata oltre-Atlantico da pupari occulti (autori e progettisti delle operazioni anti-Saddam, anti-Gheddafi, anti-Assad e delle altre truffe delle cosiddette “Primavere Arabe”), con dei finti eroi di cartapesta promossi al rango di paladini della correttezza morale e poi rivelatisi per quello che erano. Non ho mai votato PSI, ma Craxi è stato l’unico (in sinergia a Gronchi, Fanfani, Andreotti e Moro) a parlare “italiano” all’estero. Ed è stato colui che, a differenza degli allineati e coperti moderati ed impotenti cortigiani finiani e berlusconiani succedutigli indebitamente, ha avallato e supportato convegni sul revisionismo storico e sull’anticomunismo radicalchichiano e scalfariano negli anni ’80 dello scorso secolo. Bettino Craxi aveva il coraggio di parlare in tv e nelle tribune politiche (che non erano farse nello stile vespiano di “Porta a Porta” e cabaret simili) di Nicola Bombacci e del patto di pacificazione tra Fascisti e socialisti nel 1921. E definì Mussolini “progressista e progressivo fino all’ultimo”. Ma Ernesto, e quelli come lui, avrebbero solidarizzato con i tiratori barabbiani e scalfariani-finiani di monetine del Raphael Hotel. Certo era circondato da un contorno famelico Craxi, a cominciare da quella mezza calzetta di Claudio Martelli che cercò di fargli le scarpe da quel Giuda Iscariota che era. Ma Martelli, Oscar Luigi Scalfaro e Mancino fecero di peggio abbandonando Falcone e Borsellino al loro destino.
    Quanto ad Almirante, Ernesto non sa (o non vuole sapere) che il Giorgio missino ha distrutto non solo un partito, ma un’idea, facendo fuori (lui che non era stato degnato neanche di uno sguardo dal Duce durante la RSI) negli anni ’50-’60 i cervelli politici, corporativisti e sindacali del fascismo pre-missino: sto parlando di Giorgio Pini, Stanis Ruinas, Lando dell’Amico, Edvige Platania etc.
    Era troppo impegnato a profetizzare l’ascesa 30 anni dopo di una mezza calzetta che lui, Giorgio Almirante, avrebbe designato erede: la nullità politica Gianfranco Fini che, dopo aver rovinato Silvio Berlusconi (altra nullità) nel 1996 non facendo il patto di desistenza con Rauti, consegnò il Paese a Prodi & Co. In un altro Paese, Fini avrebbe immediatamente chiuso la carriera politica dopo tale scelta scellerata. Ma Silvio Berlusconi (nullità primaria) lo promosse (nel suo governo successivo) ministro degli esteri e poi Presidente della Camera.
    E sa, il buon Ernesto, cosa diceva Edda Mussolini (vedova Ciano) negli anni ’70 ad Almirante quando costui prendeva in giro la gente nei comizi alzando fintamente il braccio col saluto romano (mentre i suoi uomini nel meridione ed altrove si vendevano i pacchetti di voti alla DC)? Diceva: “Giorgio, perché fai il buffone? Perché non fai politica”?.
    Con noia, Alessandro De Felice

    Alessandro De Felice

  27. Sulla politica partitica del secondo dopoguerra io non mi pronuncio perchè mi viene mal di testa, ho ancora il ricordo di discussioni interminabili e accese tra familiari e parenti in casa mia, chi la pensava in un modo e chi in un altro -destra e sinistra-, ed essendoci passata anch’io con la mia buona dose di ingenuità giovanile, ho chiuso per sempre con quelle arruffate passioni che andrebbero messe in cantina, tra i ferrivecchi del passato. Ai partiti, intendo dire, con tutte le loro inutili fazioni, frizioni, finzioni, discussioni e quant’altro, andrebbe rifilato un bel calcio conclusivo, e allora forse s’inaugurerebbe una migliore forma di democrazia. Senza contare che nell’attuale condizione di sudditanza all’europa, essi non contano più nulla.
    Senza gli alti ideali la vita non è degna di essere vissuta, è un mortorio, e questa nazione li aveva e non li ha più. Gli ideali Risorgimentali passarono nell’Irredentismo e poi nella Grande Guerra: quindi nel Fascismo, che era una dittatura piuttosto originale, con un consenso che superava il 90%. Quegli ideali hanno unito fortemente gli Italiani e avrebbero continuato a unirli se non ci fosse stata la guerra persa con tutte le conseguenze cui s’è accennato.
    Di chi la colpa? Io ho dato al Fascismo la colpa d’aver perso la guerra non per malanimo, ma perchè esso stesso se n’era arrogato la responsabilità, e la Monarchia lo lasciava fare. Il Re si fidava del Duce, il Duce si fidava del Re, per vent’anni si sono regolarmente incontrati due volte alla settimana al Quirinale, ma era nei patti che se qualcosa fosse andato storto il Re avrebbe ripreso le redini. E’pur vero quello che dice Alessandro De Felice: Napoleone fu sconfitto anche lui, trascinò i francesi in Russia anche lui finendo malamente, eppure i francesi gli costruirono un monumento. Mussolini ha avuto invece lo scempio di piazzale Loreto. Però non è la stessa cosa, perchè Napoleone non ha supportato in Patria un alleato ingombrante che si è trasformato poi, di fatto, in prepotente invasore, compiendo stragi di migliaia di civili, donne e bambini. Non credo che in tal caso i francesi gli avrebbero dedicato un monumento. I Fascisti hanno sempre glissato su questo punto, parlando di onore, di parole date, di coerenze, quando in politica estera ognuno fa e deve fare i propri interessi e non ci si sposa mai con nessuno. La Storia è piena di alleanze fatte e disfatte, sennò il Ducato di Savoia sarebbe rimasto un piccolo ducato di montagna con pastori, sarte e mugnai, o sarebbe stato inghiottito dalla Francia. Invece nel 1782 aveva un’Accademia delle Scienze tra le più prestigiose che poteva vantare scienziati del livello di Avogadro, che scoprì la molecola. Aveva un esercito ammirato, un esercito di popolo, che, pur non potendo competere col colosso austriaco, osò sfidarlo sul campo di battaglia nel 1848-’49.
    E comunque la monarchia sabauda è rimasta travolta anch’essa dalla sconfitta del Fascismo, è stata incolpata anche lei perchè agli antifascisti faceva comodo disfarsene, tant’è che diedero al Re Umberto II l’aut aut “o la repubblica o il caos”, e a tutt’oggi, come De Felice ricorda, a Vittorio Emanuele III e alla regina Elena è negata la sepoltura in Italia, la qual cosa mi pare molto più ingiusta e ingiustificata di quella che Mussolini non abbia un mausoleo all’Eur (senza dire di com’è ridotto attualmente questo quartiere che dovrebbe essere lo splendore di Roma…)

    Buonanotte a tutti

    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  28. PS.: nel caso che il Duce e il Re avessero avuto un piano, non credo l’avrebbero comunicato a Raffaele Cadorna (che era un pò diverso dal padre) nè tantomeno al capo partigiano PierBellini delle Stelle. Doveva essere un piano segreto. Ma, come tutti i piani preparati a tavolino, c’è sempre qualcosa che va storto. Ed è chiaro che le cose non andarono come previsto.
    Sarà fantastoria, ma io la penso così.

    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  29. Egr. sig.ra Cipriano, il problema è sempre quello dell’arresto sabaudo ai danni di Mussolini il 25 luglio 1943. Un alleato (la Germania nazionalsocialista), da cui ci si sarebbe potuti sganciare a tempo ed a modo ed in mille modi (scusate il gioco di parole), diventa un “prepotente invasore” se gli si squarciano, a tradimento, gli uomini con bombe piene di chiodi in attentati vili da guerriglia terroristica e stragista: leggi via Rasella (ed altri episodi) con le tragedie che ne conseguirono. L’ammiraglio Darlan e la Francia di Vichy (che si accanì come nessun governo fascista europeo contro gli ebrei) vennero a patti segreti con Roosevelt e Churchill cui era necessario il territorio metropolitano francese. Un governo che il giorno prima è tuo alleato e poi ti si rivolta contro, dichiarandoti guerra (e questa vergogna il governo Parri nel luglio 1945 con De Gasperi in testa la compì anche contro il Giappone pochi giorni prima di Hiroshima e Nagasaki), è l’espressione di che cosa, secondo Lei?

    Alessandro De Felice

  30. Il sommo professore sa tutto,ha fatto un’intervento che non c’entra niente con il post inquestione e continua a sparare sentenze con boria insuperabile.Caro il mio professorone dei miei stivali,mi chiamo Ernesto,Ernesto Gallerano.A disposizione per qualsiasi evenienza,caro il mio commissario di polizia secondo cui quelli che amavano L’Italia erano Craxi Andreotti,Fanfani e Moro equalche altro democristianone corrotto.Lei sa molto poco di fascismo,è un prodotto del pattume degli ultimi vent’anni e dintorni,è un craxiano berlusconiano.Glielo dice il figlio di un uomo che ha fatto due anni e mezzo di galera durante la seconda guerra mondiale per il suo Duce.Fruendo poi dell’amnistia Togliatti.Mio nonno ha fatto due guerre mondiali.Si figuri se sto ancora a sentire i deliri di un soggetto che ama aolo se stesso e il suo ombelico.Me ne frego altamente di quello che dice,non caèpisce una mazza,l’eroico antisabaudo da tasstiera,vai a raccogliere ciooria..Con profondo diprezzo Ernesto Gallerano.Un saluto affettuoso alla cara signora Maria che ha la forza di cercare il dialogo con un energumeno arrogante che vorrebbe questo spazio tutto per sé e le sue boiate.

    Ernesto

  31. Saluto anche il sig Augusto di cui apprezzo la precisazione, nonché gli interventi precedenti dai quali si evince preparazione storica ed equilibrio,doti rare.

    Ernesto

  32. Egr. Ernesto Gallerano, la prossima volta prima di blaterare contro lo scrivente si sciacqui la bocca. Non discuto con gli stupidi (intervenuti gratuitamente ad insultare chi li ha preceduti in questa discussione), stupidi oltretutto affetti da profondo complesso d’inferiorità, perché mi metterei al Suo stesso “livello”, e perché mi batterebbe, non potendo io competere con Lei in quanto a cretinaggine, ignoranza ed acidità acute. Se lo facessi, mi porrei alla stessa Sua “altezza” di omuncolo (o qua-qua-ra-qua) piccolo piccolo, nella mente e nel cuore.

    Alessandro De Felice

  33. Signor Ernesto, ricambio il saluto affettuoso, unito all’apprezzamento dei sacrifici della sua famiglia, di cui lei ha ereditato il sano patriottismo che tutti abbiamo constatato dai suoi numerosi interventi in difesa del Risorgimento. Di cui mi sovviene adesso questo episodio che forse lei e il dottor De Felice conoscerete: tra il deputato Silvio Spaventa e il collega Luigi Nicotera corsero un giorno PAROLE DI FUOCO nel Parlamento del Regno d’Italia, e il primo arrivò addirittura a sfidare a duello il secondo. Erano entrambi due eroi del Risorgimento, che molto avevano sofferto per l’Italia e molto volevano fare per essa.
    Il duello non ebbe luogo. Il giornale l'”Opinione” di Torino scrisse in proposito: “Oggi correva voce per Torino che avesse avuto luogo un duello fra i deputati signori Spaventa e Nicotera. Siamo lieti di apprendere che questa notizia è senza fondamento, e che lo spiacevole incidente di ieri non avrà ulteriori conseguenze.”

    Buonanotte a tutti.

    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  34. Giovanni Nicotera, mi sono sbagliata.

    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  35. Egregio professore,sarò molto breve,sorvolando su quello che dice,anche perché non avrebbe molto senso aizzare ulteriori guerre virtuali che al di là di quanto ho scritto prima ,sbagliando,non mi appartengono.Quello che mi ha innervosito non ha niente a che vedere né con la storia,nè con la politica,lei ha la pessima abitudine,come ho potuto constatare frequentemente su questo forum, di aggredire furiosamente chi dissente dal suo pensiero,accusandolo di vigliaccheria,perchè non si firma con nome e cognome.non mi sembra affatto corretto,perchè le regole di questo forum non prevedono l’obbligo di dichiarare le nostre generalità.Semplicemente devo, oltre ad indicare un nick che peraltro corrisponde al mio nome reale, inviare un indirizzo email valido che nel mio caso contiene in modo chiaro il mio cognome.Quindi sono perfettamente identificabile dal sito a cui sono registrato da anni,apprezzando la rivista di cui sono un affezionato lettore.Se lei mi aggredisce gratuitamente dandomi del partigiano vigliacco(???),cosa pretende rose e fiori in cambio?E’ ovvio che non sono stato sereno ed equilibrato nel valutare il suo intervento precedente in cui lei ha affrontato moltissime questioni,mettendo molta carne al fuoco.Lasciando da parte il tema fascismo e neofascismo che sarebbe assai lungo e ci porterebbe magari ad ulteriori scontri,desidero fare qualche precisazione su Bettino Craxi che ovviamente deve essere valutato sotto il profilo politico e non come un semplice tangentista.Riconosco a Craxi dei meriti politici per avere sottratto il suo partito all’egemonia comunista, per la sua forte personalità e anche per un certo spirito nazionalista insolito in molta parte della sinistra.Non apprezzo particolarmente Andreotti,anche se riconosco che come Craxi, è comunque un personaggio di caratura politica e intellettuale di gran lungs superiore alla classe politica attuale.Sugli altri personaggi politici da lei citati come esempi positivi,ho molte perplessità su Aldo Moro.Quanto agli altri, Fanfani e Gronchi mi sono tralasciare da un ingiusto furore antidemocristiano,ma non ho sufficiente cognizione dei fatti e dei personaggi e non sono abituato a “blaterare” su questioni sulle quali non sono preparato.Probabilmente non mi aspettavo dal Prof.De Felice ,che sembrava quasi un cultore del “fascismo puro”, una valutazione così positiva.concludo dicendo che non credo ai complotti internazionali che spesso sono comodi alibi di cui si servono molti politici e politicanti inclini ad un deplorevole vittimismo,per cui ritengo Craxi e Andreotti e non solo loro ,visto che hanno ricoperto per decenni incarichi di grande rilievo a livello governativo, responsabili in termini politici se non penali(non è mio compito) del clima di corruzione e di illegalità diffusa vigente nel nostro Paese.E non mi sembrano questioni di poco conto.Ovviamente questo non assolve il cosiddetto popolo sovrano che quasi sempre, in un sistema rappresentativo,ha i governanti che si merita.Esiste senz’altro una parte della magistratura politicizzata,ma non solo come si vuol far credere da parte di qualcuno sul versante sinistro,ma anche dall’altra parte.Che devo aggiungere? Se enttrassi a casa dell’illustre professore De Felice senza dire nome e cognome sarei un maleducato,qui il discorso è diverso.A meno che il sito non si chiami da qualche tempo “DE Felice.com e lei ne sia divenuto il custode ed il padrone assoluto.In tal caso mi regolerei di conseguenza.Passo e chiudo.

    Ernesto

  36. La rassicuro Ernesto, io sono padrone solo di me stesso. Ed ognuno ha spazio per le proprie opinioni e dialettiche. Se Lei, sig. Ernesto, crede che questo sito di cultura storico-politica, raro come pochi (che ospita punti di vista eterogenei), abbia favoritismi per qualcuno mi dispiace per Lei, ma sta solo sceneggiando una partitura irreale. Prendo atto del cambiamento di tono del Suo intervento e della correzione di alcune Sue prese di posizione e giudizi. Non si dimentichi, però, in ordine al popolo italiano, che cambiano i tempi, mutatis mutandis, ma ha sempre il vizio del Capo (e Capro) Espiatorio. Il popolo italiano è quello che il 10 giugno 1940 a Piazza Venezia in Roma esultava per la dichiarazione di guerra effettuata al massimo del consenso, e poi lo stesso popolo il 29 aprile 1945 giù a dare sputi e calci ed urinare addosso ai cadaveri fascisti a Piazzale Loreto in Milano con relativo linciaggio post-mortem, o il 26 luglio 1943 a buttare a terra e distruggere e vilipendere busti del Duce o simboli del fascio littorio (simbolo rivoluzionario e di sinistra dopo essere stato simbolo etrusco e romano ed antica effigie pagano-classica). Allo stesso modo, in ordine a Tangentopoli ed alla beatificazione di Antonio Di Pietro & Co. con relativo linciaggio di Bettino Craxi e suo esilio forzato in Tunisia, non si dimentichi che alla differenza tra il popolo “buono” ed “ingenuo” ed i governanti “cattivi” io non ci ho mai creduto. E continuerò a farlo.
    Saluti.

    Alessandro De Felice

  37. Ma su questo sono pienamente d’accordo con lei,qualora non fossi stato chiaro in merito.Ricambio i saluti,senza alcun rancore.

    Ernesto

  38. Signora Maria Cipriano, Augusto, Ernesto, chi vi legge ha chiara la sensazione che nessuno di voi sarà disposto ad ammettere, anche solo per un istante, di essere in errore o di poter cambiare opinione o arretrare mai di un solo passo dalle sue posizioni. Solo certezze e cieca fiducia nei vostri autori di riferimento. Niente da dire e massimo rispetto. Sulla base di studi e analisi serie sono pervenuto alla conclusione che gran parte delle vostre certezze non corrispondono alle mie, anzi diciamo che più approfondisco l’indagine più aumentano i dubbi. Nei vari incontri avuti con ciascuno di voi, non ho cercato di farvi cambiare idea, ho solo voluto farvi cambiare prospettiva e di andare così un po’ oltre il raccontino agiografico. Il vostro errore più grande non è quello di rifiutare le tesi contrarie, no.
    Sbagliate perché non volete più cercare, non vi interessa più indagare, insomma non vi mettete più in gioco. Questa è la vera Tristezza, cara la mia signora Cipriano.
    Continuo domani

    Socrate

  39. Socrate, io ho passato la vita negli archivi a cercare per scrivere i miei libri. Lei, per quel che mi risulta, si limita a copiare affermazioni generiche da siti neoborbonici o a riciclare articoli scritti da altri. Ci indichi le sue fonti e poi potremo discutere.
    Il fatto singolare è che se io scrivo un articolo mettendo in evidenza gli errori politici di Rattazzi non si leva alcun coro di proteste. Se dimostro che il terzo posto all’Esposizione di Parigi del Regno delle Due Sicilie è una favola o che il finanziamento della massoneria scozzese a Garibaldi è una invenzione trovo subito un neoborbonico, dichiarato o no, che protesta, ovviamente senza avere un solo documento per corroborare la sua tesi, salvo la risibile affermazione che tutti gli altri mentono e la stanca ripetizione di una sfilza di luoghi comuni e sbagliati. E almeno Alianello, che era un bravo romanziere, scriveva bene. Oggi il migliore dei revisionisti alle vongole è Pino Aprile.

    Augusto

  40. Augusto, le chiedo: perché scrive libri?
    Cosa la spinge a mettere su carta il frutto delle sue ricerche?
    Per chi lo fa?
    Mi risponda onestamente. Grazie.

    Non è singolare il fatto che nessuno le risponde quando cerca di dimostrare che il Sud valeva meno del Piemonte solo per non aver partecipato all’esposizione di Parigi o che Garibaldi avrebbe intascato qualche lira in meno. Semplicemente non ne vale la pena.
    Posto che di carte e documenti ne ho visionati anch’io tantissimi non è il caso di mettersi in competizione. Piuttosto le voglio ricordare il punto di partenza: Perché invadere un Regno sovrano in quel modo? Perché coprire con montagne di menzogne l’epopea garibaldina? Perché credere alla buona fede del Benso? Perché infangare l’onore di milioni di meridionali solo per esaltare il “valore” dei conquistatori?
    Potrei continuare ma per ora mi fermo qui.

    Socrate

  41. “In democrazia, a meno che non si tratti di una falsa democrazia, le opinioni vanno dibattute con la forza delle argomentazioni, della logica, e del possesso delle nozioni storiche, quando si parla di Storia. Esattamente come avviene nel mondo della Scienza, dove non si compì nessun progresso fino a quando fu impedito di parlare. E se non vi sono certezze assolute nella Scienza, figuriamoci nella Storia.”

    Maria Cipriano, riconosce questo scritto? Bene, qui Lei ha commesso tre errori.
    Primo errore: La democrazia non centra nulla, per dare senso alla frase avrebbe dovuto scrive “In un paese libero” e “falsa libertà”;
    secondo errore: Moltissimi progressi scientifici si ebbero nei periodi storici di minore libertà;
    terzo errore: La scienza si basa su certezze assolute.

    Parliamone.

    Socrate

  42. I coniglietti, ferventi seguaci delle favolette risorgimentali, sono scappati!
    Come sempre accade in questi casi, rifiutano di ammettere l’evidenza e si chiudono nel mutismo tipico degli sconfitti. Per chi, al contrario, non si accontenta della narrazione dei vincitori e continua cercare e a studiare è una conferma che la strada intrapresa è quella giusta. Grazie agli sforzi e alle fatiche di pochi eroici volenterosi, ad onta del conformismo imperante, le future generazioni avranno una visione più completa, lucida ed imparziale degli accadimenti risorgimentali.

    Socrate

  43. purtroppo è la solita storia, in questo specifico caso chi difende la propria libertà viene bollato come brigante, mentre gli aggressori vengono elevati agli onori degli altari, chi vince scrive la storia ed i tagliani nonostante le nefandezze compiute diventano eroi, cialdini, garibaldi, cavour, i savoia ecc.

    guido

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