Il dibattito sulle municipalizzate? Iniziò a Roma, 113 anni fa

28 giugno

La legge sull’assunzione dei pubblici servizi da parte dei comuni fu votata nel 1903 dopo un acceso dibattito. Nel 1912 Nathan, a Roma, creò Atm e Aem: una svolta.

di Valeria Palumbo dal Corriere della sera del 23 giugno 2016 

La giunta di Roma si spacca: i repubblicani escono in disaccordo sulla gestione dell’azienda che distribuisce l’energia elettrica. Nessun allarme. Almeno per ora. Questa è cronaca del 1912, oltre cento anni fa. Perché a Roma, e non solo, il dibattito sulle municipalizzate, sulla maggior o minore efficienza della gestione privata, sugli scandali e i costi dura da sempre. O meglio, da quando, dopo un accesissimo dibattito, il 24 marzo 1903, il Senato approvava a voto segreto la municipalizzazione dei pubblici servizi, con 85 sì contro 67 no. Commentava il Corriere della Sera il giorno dopo: «Fa viva impressione il fortissimo numero di votanti contrari».

La legge voluta da Giolitti
Aveva visto giusto. La legge era stata voluta da Giovanni Giolitti, all’epoca ministro dell’Interno. Quasi un anno prima, a fine maggio 1902, il Corriere aveva pubblicato la relazione dell’onorevole Angelo Majorana Calatabiano, zio del celebre fisico Ettore, ma soprattutto vero talento dell’economia. Majorana, a fine 1903, sarebbe stato nominato sottosegretario alle Finanze nel secondo governo Giolitti e l’anno dopo, a soli 38 anni, ministro delle Finanze (sarebbe poi morto nel 1910 a 44 anni). Majorana, favorevole alla riforma, disse dunque che nel secolo XIX la tendenza era stata di sottrarre ai pubblici poteri le iniziative industriali, ma il XX secolo si apriva con idee del tutto nuove. Aggiunse che i comuni non erano mossi da spirito di speculazione e che avrebbero, per questo, ridotto i costi, in particolare del gas e dell’energia elettrica. Majorana fece una serie di esempi concreti e poi indicò i campi sui quali si sarebbe allungata la mano pubblica: acqua, energia elettrica, trasporti, acquedotti, nettezza urbana, fognature, affissioni, bagni, lavatoi (all’epoca pochi avevano l’acqua corrente in casa: al Sud praticamente nessuno), asili notturni, semenzai e vivai (non male, per un popolo di contadini poveri).

All’epoca fu una rivoluzione
A noi, abituati da sempre all’illuminazione delle strade a cura dell’amministrazione pubblica o all’acqua (pubblica) del rubinetto l’elenco può sembrare banale. All’epoca fu una rivoluzione: fu, come molti atti dei governi Giolitti, un passo verso una cittadinanza diffusa e reale. Molto più scettico sul tema apparve Luigi Einaudi, futuro presidente della Repubblica, che, in un fondo non firmato del 1° febbraio 1903, sempre sul Corriere della Sera scriveva: «Tanto meno è facile il dire se i servizi dopo la municipalizzazione procedono meglio o peggio di prima. Per il gas sembrano certi un aumento di consumo ed una diminuzione dei prezzi; per l’illuminazione elettrica un servizio migliore a costo cresciuto..».

I dubbi di Einaudi. Le scelte di Nathan
Da liberale, Einaudi non considerava il fatto, per noi scontato, che i servizi pubblici servano a garantire alcuni diritti fondamentali ai meno abbienti. Ma questo fu proprio il primo pensiero del più celebre sindaco di Roma, Ernesto Nathan, e del suo assessore socialista, Giovanni Montemartini, forse il principale teorico delle municipalizzazioni in Italia, ispiratore della legge di Giolitti. In veste di assessore ai servizi tecnologici di Roma dal 1907 al 1913, Montemartini fu l’amministratore che più di tutti tentò, in un’ottica sociale, di realizzare la legge. Ci riuscì solo in parte, perché la giunta, guarda caso, eletta con il cosidetto Blocco e formata da 7 liberali, 3 socialisti, 2 repubblicani e 2 radicali, a loro volta espressione della borghesia più laica e illuminata che la capitale potesse produrre, fu litigiosissima. Nel gennaio-febbraio 1912 uscirono dall’esecutivo i repubblicani, in disaccordo sulla nuova convenzione con la Società anglo-romana che gestiva la distribuzione dell’energia elettrica. In agosto uscirono i socialisti, che contestavano a Nathan, oltre alla lentezza delle riforme, il fatto di essere andato a salutare lo zar. Lo zar cadde da lì a cinque anni. I problemi di Roma, invece, pare siano ancora gli stessi.

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