L’odioso mito del Mediterraneo incrocio di popoli e culture

5 agosto

L’ondata migratoria dai paesi d’Africa e Medio Oriente verso il Vecchio Continente, oltre a disordini sociali nei Paesi d’arrivo e infiniti lutti nel Mediterraneo, ha innescato in Occidente una sorta di idolatria dell’integrazione, che sfrutta una tragedia umana nel nome della nuova religione laica del multiculturalismo dedita al culto del migrante. E benché giorno dopo giorno gli effetti di una politica scellerata d’accoglienza assurgano agli onori della cronaca, i sacerdoti della nuova religione, con insopportabile boria, si esibiscono in ridicoli panegirici in favore dell’accoglienza, valore, beninteso, nobilissimo, se non strumentalizzato per fini ideologici o usato in modo da turbare gli equilibri della società.

di Leonardo Pignataro da Azione Culturale del 20 luglio 2016

E come negli incessanti sermoni mediatici ci vengono ricordati gli “indiscussi benefici” tratti dal melting pot, i più si spingono oltre le questioni pratiche, forse perché consci del fatto che da un punto di vista pragmatico il riscontro è tutt’altro che positivo, e ben volentieri fanno sfoggio della loro presunta cultura parlando di periodi storici in cui regnavano la mescolanza e gli incroci tra le genti di questa e di quell’altra sponda del Mediterraneo. I riferimenti storici più citati non possono che essere l’età ellenistica e l’Impero Romano. Affrontando la questione superficialmente verrebbe da dar ragione a quanti sostengono questa tesi, tanto che molti autori di testi scolastici o di divulgazione hanno fatto propria tale idea, unendosi alla vulgata multiculturale.

Ma è davvero così? Andando per ordine, l’età ellenistica ha inizio con la morte di Alessandro Magno, evento che segnò la fine del suo impero, esteso tra l’Ellade e la Valle dell’Indo, il quale fu diviso in svariati regni il cui potere era accentrato nelle mani dei diadochi e dell’aristocrazia greco-macedone, un universo di regni in cui la cultura dominante era quella greca. Basti pensare all’Egitto dei Faraoni, che ospitava la Biblioteca d’Alessandria, faro della civiltà greca in un paese che greco non era, per quanto retto da una dinastia greca (quella dei Tolomei, alla quale apparteneva Cleopatra). I regni ellenistici furono inglobati più tardi dalla potenza romana, la quale, per quanto tradizionalmente nota come attratta dai culti esotici, soppiantava con la propria le culture sottomesse in favore dei soli culti di chiara matrice indoeuropea vicini alla sensibilità latina.

Si può osservare, dunque, come, più che di una convivenza pacifica, si trattasse in realtà della sopraffazione di una cultura dominante su una dominata, nulla di più lontano dal modello di integrazione di cui si sente parlar tanto e al quale dicono di puntare i più accaniti sostenitori di tale modello. Ciò non significa che non si possa parlare di contaminatio di costumi nel periodo dell’impero, ma lo si può fare solo in maniera negativa se si considera che questa fase coincide con la decadenza e il collasso dello stesso. Come noto, la cesura definitiva tra le due grandi sponde del Mare Nostrum fu posta dall’invasione araba e dalla conseguente islamizzazione del Nord Africa, in contrapposizione con l’Europa cristiana. Da questo momento in poi parlare di un Mediterraneo incrocio di popoli e culture appare del tutto ridicolo, se non ci si limita a qualche scambio commerciale e a qualche spiacevole invasione.

Il mito del Mediterraneo incrocio di popoli e culture muore nella battaglia del Kosovo, a Otranto come a Lepanto, a Granada e in Sicilia, dove per inciso il popolo siculo, pur beneficiando a detta dei più della “radiosa” civiltà portata dagli arabi, salutò l’invasore Normanno come liberatore. In conclusione, al netto delle ideologie, appare ridicolo il tentativo di voler ergere il mito del Mediterraneo multietnico e multiculturale a massima giustificazione delle tendenze apolidi del nostro tempo, quando si può ammettere in tutta franchezza che il nostro Continente non conosca confine più netto del Mediterraneo.

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