Gli Asburgo, i Rothschild e il complottismo anti-italiano

26 novembre

Francesco Giuseppe Carlo d’Asburgo-Lorena, Imperatore d’Austria e Re Apostolico d’Ungheria, nei suoi 86 anni di vita (1830-1916) e 68 di regno (dal 1848 fino alla morte), ha segnato un’intera epoca della storia europea, non solo dal punto di vista politico e diplomatico, ma anche della cultura e del costume. Una variegata corrente di pensiero, innamorata dei miti letterari e delle idealizzazioni storiche, ha identificato in Francesco Giuseppe l’incarnazione del mito mitteleuropeo della Felix Austria, onirica rappresentazione di un mondo idilliaco in cui, prima del prevalere dei “nazionalismi”, popoli ed etnie assai vari per origine, lingua e religione avrebbero pacificamente convissuto in clima di tolleranza e di concordia sotto il saggio e paternalistico governo di un anziano Imperatore, espressione di un’antica e legittima dinastia, coadiuvato da una efficiente burocrazia e da forze armate salde e fedeli.

di Luca Cancelliere dal IL PRIMATO NAZIONALE del 24 novembre 2016

Fin qui il mito, che ha come corollario l’immancabile nostalgia per quel “Mondo di ieri” (Stefan Zweig) travolto dalla sconfitta degli “Imperi Centrali” di fronte ai “nazionalismi” e dalla conseguente ascesa dei totalitarismi degli anni ’20 e ’30. Con il sottinteso, quanto mai utile politicamente ai poteri forti che stanno dietro il processo di integrazione europea, che le entità plurinazionali (ieri l’Impero Asburgico, oggi l’Unione Europea) garantiscono migliori condizioni di pace, benessere e proficua convivenza tra i popoli, mentre gli “Stati Nazionali” sarebbero per loro intrinseca natura oppressivi all’interno e propensi a scatenare conflitti all’esterno. Un ulteriore corollario, caro a certi ambienti cattolici tradizionalisti o genericamente conservatori, innamorati della “teoria del complotto” presente nel pensiero politico europeo dall’abate Barruel in poi, consiste nella visione dello Stato Nazionale moderno (in particolare l’Italia post-risorgimentale, inopinatamente ragguagliata alla Francia della Grande Rivoluzione con cui politicamente e culturalmente ben poco ebbe a spartire) come quintessenza di ogni nefandezza “settaria”, “giacobina” e “nazionalista”, a fronte dell’irenico mondo delle “monarchie tradizionali”, plurinazionali e fondate sul “diritto divino”.

A una corretta analisi storica, questa oleografica quanto ingenua ricostruzione finisce per dissolversi come neve al sole. Risulta in primis totalmente abusivo attribuire una presunta e mitologica “legittimità tradizionale”, in senso imperiale, alla casata d’Asburgo. Già nel 1273 fu proprio un Asburgo, l’Imperatore Rodolfo, a liquidare le pretese del Sacro Romano Impero sull’Urbe, capitale naturale dell’Impero e del Regno Italico, a tutto vantaggio del Papa e contro l’autentica tradizione ghibellina imperiale, per esempio di un Federico II di Svevia. L’Impero d’Austria, ormai non più Sacro Romano Impero, uscito trionfatore dal Congresso di Vienna del 1815, era il risultato di un periodo di rafforzamento e consolidamento dei domini asburgici, avvenuto in grazia di intrighi diplomatici settecenteschi, rovesciamenti di alleanze e opportunismi vari comprensibilissimi alla luce della “Realpolitik” di ogni tempo, ma poco coerenti con l’enfasi di certi cantori della superiorità etica del legittimismo. Basti pensare ad episodi quali la concessione della mano di Maria Luigia al “plebeo” Bonaparte, eletto quale alleato principale dell’Impero, salvo poi rivolgersi contro quest’ultimo dopo la sfortunata campagna di Russia.

Certe “teorie del complotto” contro-rivoluzionarie vengono clamorosamente smentite dallo strettissimo legame politico-finanziario tra Casa d’Austria e banca Rothschild, vera e propria centrale finanziaria della “Santa Alleanza”, che con il suo decisivo sostegno economico aveva avuto la meglio sulla Francia di Napoleone. I Rothschild, già padroni delle finanze dell’Impero d’Austria e dello Stato Pontificio, acquisirono il controllo delle finanze del Regno delle Due Sicilie quale premio per il decisivo sostegno alla spedizione austriaca contro gli insorti Carbonari del 1820-21. La falsificazione storica prosegue con la nostalgica e infondata rappresentazione di un Lombardo-Veneto ben amministrato dall’Austria. Il grande storico Giorgio Candeloro ricorda che il regime doganale imposto ai sudditi Veneti e Lombardi prevedeva dazi per l’esportazione verso il resto dell’Impero ma nessun dazio in entrata dal resto dell’Impero verso il Lombardo-Veneto: una condizione di vero e proprio sfruttamento coloniale che, unitamente all’oppressione poliziesca esercitata sulle popolazioni, fu all’origine dei moti del 1848-49, di cui fu protagonista principalmente il popolo delle grandi città (si rammentino le Cinque Giornate di Milano, le Dieci Giornate di Brescia e l’insurrezione di Venezia) ma anche delle città minori e delle campagne (si pensi solo all’insurrezione del Cadore).

Peraltro la Lombardia era floridissima già prima di essere annessa nel 1706 dagli Asburgo, che con essa si assicurarono un cospicuo gettito fiscale. Regioni come il Veneto e il Trentino-Alto Adige erano poverissime quando vennero annesse dall’Italia (rispettivamente nel 1866 e nel 1918) e solo sotto quest’ultima – e grazie ai suoi investimenti – hanno poi raggiunto l’attuale livello di benessere. Contrariamente a quanto una certa propaganda anti-italiana vorrebbe far credere, dopo il 1918 l’Italia contribuì notevolmente all’ulteriore sviluppo della già prospera Trieste, con un’impressionante serie di investimenti pubblici tra cui l’Università, i collegamenti stradari e ferroviari, le case popolari, i palazzi pubblici (Tribunale, Questura, etc.), il Porto Nuovo e l’Ursus, mentre fu dato nuovo sviluppo a realtà preesistenti come il Cantiere San Marco e il Lloyd Triestino.

L’Unità italiana del 1861 e l’acquisto del Veneto, avvenuto con la controversa Terza Guerra d’Indipendenza nel 1866, intimorirono il governo di Vienna e ne scatenarono gli intenti persecutori verso gli Italiani rimasti sudditi della Corona austriaca: Trentini, Giuliani e Dalmati. Se Radetzki proclamò che «bisogna slavizzare la Dalmazia per toglierla alla pericolosa signoria intellettuale di Venezia alla quale le popolazioni italiane si rivolgono con eccessiva ammirazione», nel Consiglio della Corona del 12 novembre 1866 l’Imperatore Francesco Giuseppe dette precisa disposizione di «opporsi in modo risolutivo all’influsso dell’elemento italiano ancora presente in alcuni Kronländer e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione, a seconda delle circostanze, delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo».

Nei decenni successivi, l’opera snazionalizzatrice degli Asburgo verso Trentini, Giuliani e Dalmati si estrinsecò in varie misure amministrative, quali: la germanizzazione o la slavizzazione dei cognomi italiani da parte delle parrocchie (nell’Impero Asburgico l’anagrafe era gestita dal clero); il sostegno attivo delle autorità imperiali alle forze politiche tedesche e slave nelle elezioni municipali e dietali, fino al ricorso a veri e propri brogli (in tal modo le autorità agevolarono la conquista da parte dei partiti slavi della maggioranza all’interno della Dieta di Dalmazia nel 1870 e delle principali municipalità dalmate, quali Sebenico nel 1873 e Spalato nel 1882); la tolleranza, da parte delle autorità di polizia, delle violenze degli attivisti slavi nei confronti di singoli cittadini italiani e di associazioni e istituzioni culturali delle comunità italiane; lo scioglimento delle associazioni culturali italiane quale la “Pro Patria” di Trieste, attiva tra il 1885 e il 1890; l’abolizione dell’insegnamento della lingua italiana in ben 450 scuole su 459 dell’intera Dalmazia; la falsificazione palese e grossolana dei dati dei censimenti, in modo da sminuire il numero degli Italiani a favore degli Slavi; la repressione violenta delle proteste popolari italiane, come avvenne a Trieste con gli eccidi del 1868, del 1903 e in altre occasioni.

Anche dopo la stipula del Trattato della Triplice Alleanza, l’atteggiamento di Francesco Giuseppe verso l’Italia non si modificò sostanzialmente. Nel 1904 Austria-Ungheria e Russia firmarono un patto segreto con cui i due Stati si impegnavano alla neutralità assoluta in caso di conflitto con una terza potenza. Questo patto segreto non fu comunicato all’Italia, ma solo alla Germania, perché, come illustrò Francesco Giuseppe in una sua lettera a Guglielmo II di Hohenzollern, esso era stato immaginato proprio in vista di un conflitto con l’Italia. Dopo il terremoto di Messina (1909) e durante la guerra di Libia (1911) il capo di stato maggiore austriaco Conrad von Hötzendorf richiese per due volte un attacco a tradimento contro l’Italia, paese alleato.

Seguirono reiterate violazioni da parte dell’Austria-Ungheria dell’art. 7 del trattato della Triplice Alleanza, che prevedeva l’obbligo della “mutua informazione” e della “compensazione reciproca” in caso di “modifiche dello statu quo territoriale in Oriente”. Ciò avvenne in occasione dell’annessione unilaterale austriaca della Bosnia-Erzegovina nel 1908, in violazione dei pregressi accordi con cui l’Austria si era impegnata a mantenere unicamente un protettorato; e dell’aggressione austriaca alla Serbia nel luglio 1914, a riguardo della quale l’Ambasciatore austriaco a Roma scrisse: «Dato che il carattere della Triplice Alleanza è puramente difensivo; dato che le nostre misure contro la Serbia possono precipitare una conflagrazione europea; e infine, dato che non abbiamo preventivamente consultato questo governo, l’Italia non sarebbe stata obbligata a unirsi a noi nella guerra». Per inciso, anche lo scoppio della Prima Guerra Mondiale dimostra che la maggior parte delle guerre, a discapito della “vulgata” che tende ad attribuirne la responsabilità agli Stati Nazionali, sono in genere il frutto delle ambizioni sopraffattrici di potenze imperialistiche, spesso plurinazionali, a danno di Stati Nazionali.

Furono intavolate trattative tra Austria-Ungheria e Italia per arrivare alle compensazioni dovute in base all’art. 7 del Trattato della Triplice Alleanza, ma il Ministro austriaco degli Esteri Stephan Buriàn assunse una posizione assai rigida, opponendo un iniziale rifiuto – poi solo parzialmente revocato – ad ogni concessione sul Trentino, precludendo la cessione di Trieste e prospettando il rinvio delle compensazioni a dopo la fine della guerra, condizione evidentemente inaccettabile per l’Italia. Conseguentemente, il 4 maggio 1915 il Ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino notificò a Vienna la denuncia della Triplice Alleanza. È appena il caso di rammentare che la tesi, sostenuta da Francesco Giuseppe, di un presunto “tradimento” italiano nel 1915 è oggi totalmente smentita dalla stessa storiografia austriaca (Oswald Überegger: «Proprio quei circoli austro-ungarici che, sia allo scoppio della guerra sia, soprattutto il 23 maggio 1915, parlarono con maggior sdegno di “tradimento” avevano mostrato di ragionare in modo del tutto simile allorché la questione aveva riguardato i loro interessi»). Semmai, alla luce di quanto sopra esposto, si potrebbe e si dovrebbe parlare di tradimento austriaco, se avesse senso applicare queste categorie morali ai rapporti tra Stati.

Il 24 maggio 1915 l’Italia scendeva quindi in guerra, usando le parole del proclama del Re alle Forze Armate, per «piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che natura pose a confine della Patria nostra» e per «compiere, finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri». Dopo lo scoppio delle ostilità, l’Austria-Ungheria deportò decine di migliaia di propri sudditi trentini, giuliani e dalmati nei campi di concentramento di Katzenau, Wagna, Pottendorf, Steinklamm, Bruck an der Leitha, dove essi affrontarono fame, malattie e morte. Sotto la forca di Francesco Giuseppe, come prima di loro Amatore Sciesa, i Martiri di Belfiore, Guglielmo Oberdan e tanti altri martiri del Risorgimento, affrontarono il supremo sacrificio i patrioti irredenti Fabio Filzi, Cesare Battisti e Nazario Sauro. Francesco Giuseppe, non rimpianto se non da chi ignora totalmente la verità storica, si spense il 21 novembre 1916, presago della sorte che la storia avrebbe riservato al suo Impero, destinato a essere cancellato da quell’Italia che il suo successore Carlo d’Asburgo aveva definito “nemico ancestrale”. Purtroppo, la pulizia etnica avviata con metodi burocratici da Francesco Giuseppe nei confronti degli Italiani dell’Adriatico orientale (Istria, Fiume e Dalmazia) fu portata a termine dopo il 1943, con metodi violenti, dal suo erede (geo)politico Josip Broz Tito.

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