La pineta di Tombolo, luogo di perdizione del nostro Novecento

15 dicembre

“La Ciociara” di Albero Moravia aveva immediatamente e in maniera straordinaria richiamato l’attenzione sulla violenza di genere nella seconda guerra mondiale. Tuttavia c’è voluto mezzo secolo dalla fine del conflitto perché un’ampia letteratura storiografica si sviluppasse attorno al tema delle violenze carnali commesse dalle truppe di liberazione: gli studi significativi di Marcello Flores e Gabriella Gribaudi sono usciti negli anni Novanta. In questa fioritura di ricerche un tema relativamente trascurato è stato quello della prostituzione.

di Dino Messina da Lanostrastoria La nostra storia

Ora un saggio di Chiara Fantozzi pubblicato dalla rivista “Passato e presente” sul caso del Tombolo, la pineta tra Livorno e Pisa dove c’erano i depositi del Decimo Port dell’esercito statunitense stabilitosi nella città labronica dal 19 luglio 1944 al 31 dicembre 1947, getta una nuova luce sull’inquietante fenomeno.
Il saggio di Fantozzi, sin dal titolo “L’onore violato: stupri, prostituzioni e occupazione alleata”, mette in relazione i crimini sessuali con la condizione delle prostitute e l’immagine della donna italiana disonorata. Al centro dell’indagine, il Tombolo, la pineta dove in breve tempo erano accorse soprattutto dal Sud Italia frotte di “segnorine” e che era diventato anche il rifugio di ogni genere di malavitosi. Il Tombolo divenne all’epoca sinonimo di perdizione e Livorno in Italia e all’estero fu indicata come la città delle “segnorine”, secondo la storpiatura americana del vocabolo italiano. Alla prostituzione si accompagnava la violenza sulle donne, anche se la studiosa dice che non è facile quantificare il fenomeno.

“Secondo le relazioni delle forze dell’ordine – scrive Fantozzi – le donne del territorio venivano molestate frequentemente, ‘senza riguardo alcuno nelle vie e nelle case’; e molti erano ‘i tentativi di corruzione mediante allettanti offerte di corruzione e generi alimentari, denaro’”. Il fenomeno venne denunciato dal prefetto della città, Francesco Miraglia, che sarebbe diventato capo di Gabinetto di Alcide De Gasperi. Miraglia arrivò a fare un appello al “senso di dignità e di decoro delle donne della comunità”. Sotto accusa erano in particolare i soldati di colore. Secondo i rapporti dell’Allied Military Government erano soprattutto i soldati afroamericani gli autori delle aggressioni, in quanto “naturalmente inclini alle rapine e alle violenze di genere”. In realtà i soldati neri, anche quando erano colpevoli, scontavano un forte pregiudizio razziale perché a parità di reato le pene per i commilitoni bianchi erano molto più lievi. Mentre sulle violenze a Livorno mancano dati certi, qualche cifra dà l’idea delle violenze di genere commesse ai danni delle donne dell’isola d’Elba, che fu liberata dalle truppe coloniali agli ordini del generale francese Alphonse Juin, l’ufficiale che aveva consentito gli stupri di massa nella provincia di Frosinone. All’Elba “furono dichiarate 191 violenze carnali compiute, 20 tentate su donne e una su un bambino”.

A Livorno violenza e malaffare si concentrarono a pochi chilometri dal centro, nella pineta del Tombolo, assieme alle rimesse delle merci era ospitata la novantaduesima divisione fanteria Buffalo, “unica unità americana in Italia composta esclusivamente da soldati di colore”.
A quel luogo di perdizione, vennero dedicati tre film del Neorealismo, “Tombolo Paradiso nero” di Giorgio Ferroni, “Senza pietà” di Alberto Lattuada e “Campane a martello” di Luigi Zampa. Fantozzi ricorda anche opere letterarie come “Tombolo città perduta” di Gino Serfogli e “Dopo l’ira” di Silvano Ceccherini.
Le prostitute che continuavano ad arrivare nell’area di Livorno divenne un fenomeno talmente preoccupante che si cominciò a pensare di costruire un campo di concentramento per ospitarle. Scartata questa soluzione, anche per difficoltà logistiche, il comando alleato decise di destinare il V padiglione dell’ospedale cittadino al ricovero delle prostitute fermate. I dati sono impressionanti: “Il numero di prostitute ricoverate tra il 1944 e il giugno 1947 fu calcolato attorno a 8.000”. Venne istituito un servizio di sorveglianza composto da agenti di polizia e da carabinieri, ma presto si scoprì che per evitare forme di corruzione bisognava variare il personale, obbligato a prestare servizio sempre in divisa, e istituire turni di lavoro di pochi giorni. I medici si ribellarono all’utilizzazione dell’ospedale come luogo di segregazione, perché se tante donne erano da curare in quanto affette da malattie veneree, almeno la metà erano perfettamente sane e quindi non avevano alcun motivo per stare in ospedale.

Le forze dell’ordine continuarono nell’opera di repressione (nel solo luglio 1945 ci furono 319 fermi e 193 rimpatri), ma il fenomeno sembrava inarrestabile.
Al malaffare, alla violenza dei soldati, al degrado morale la città reagì nel modo più istintivo e sbagliato, quando mancavano pochi mesi alla partenza delle truppe alleate: “Nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1947, un gruppo di ‘giovanotti’, così definiti dai quotidiani locali, si scatenò contro le prostitute in diverse zone della città, le denudò in segno di umiliazione, le derubò e in alcuni casi le picchiò”. I livornesi sembra che assistettero anche a qualche tonsura, l’umiliante pratica di radere a zero i capelli delle “nemiche” e persino a caroselli delle camionette della polizia che sfrecciavano per la città esibendo le nudità delle malcapitate. In quegli sciagurati “vespri livornesi”, come alcuni giornali definirono quei pogrom sessisti, ci fu anche lo stupro di una signora borghese. Il che fece precipitare la situazione con un’ondata di centinaia di fermi e rimpatri.
Tra il 1948 e il 1949 vennero celebrati due processi tra Firenze e Perugia contro i “giovanotti livornesi” autori delle violenze che se la cavarono con pene alquanto miti. L’episodio della “caccia alle segnorine” venne presto dimenticato. Rimase il nome del Tombolo, a indicare uno dei luoghi di perdizione del nostro Novecento.

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