Via il busto del “massacratore”, Napoli espelle il generale Cialdini

6 gennaio

paolo_calvi_-_ritratto_di_enrico_cialdini_-_litografia_-_1850-1860Napoli espelle Enrico Cialdini. Il consiglio comunale, come riporta il Corriere del Mezzogiorno, ha approvato all’unanimità la mozione che dispone l’immediata rimozione dal palazzo della Camera di Commercio del busto dedicato alla memoria del generale piemontese. L’iniziativa, firmata dal consigliere comunale di Napoli Capitale che ha recentemente aderito a Fratelli d’Italia, Andrea Santoro, coinvolgeva pure la statua dedicata a Camillo Benso conte di Cavour ma, per il momento, l’assise cittadina ha preferito glissare sulla damnatio memoriae dello statista piemontese sotto cui si completò la conquista del Regno delle Due Sicilie all’Italia sabauda.

di Alemao dal Barbadillo del 29 dicembre 2016

Quella di Enrico Cialdini, modenese, è figura tra le più controverse (e più vituperate) del più recente dibattito storico sull’Unità d’Italia. Non a caso, se si immette il suo nome su Google, il motore di ricerca consiglia di completare la stringa con “criminale di guerra”.

A capo di un nutrito corpo d’armata, forte di 22mila prima e 50mila uomini poi fino ad arrivare all’impiego di quasi 150mila soldati, represse i moti legati alla reazione lealista del Sud fedele alla causa di Francesco II di Borbone con l’appoggio dello Stato Vaticano.

Sul suo capo pende l’accusa di essere stato un “massacratore” e l’episodio storico che gli viene contestato con maggiore virulenza riguarda l’eccidio di Pontelandolfo, avvenuto nell’agosto del 1861 in cui, secondo le più recenti ricerche di stampo “revisionista”, persero la vita tra i 100 e i mille “cafoni”, contadini passati per le armi perché accusati di connivenza coi briganti e coi borbonici.

Mentre il consiglio comunale decreteva la rimozione di Cialdini, sono scese in piazza alcune associazioni neoborboniche che hanno chiesto a gran voce all’amministrazione comunale di rimettere mano alla toponomastica cittadina. Via le strade intitolate ai protagonisti del Risorgimento e più attenzione ai personaggi locali, agli eroi scordati, alle figure cadute nel dimenticatoio dove giacciono tutti i vinti della storia.

La “cancellazione” di Enrico Cialdini dal Pantheon – anche se, come sottolineato dai promotori del provvedimento “non mette in discussione l’unità nazionale” – è fatto politico che testimonia, una volta di più, la volontà del Sud di riprendersi un’identità forte. Che è passata per numerosi interventi, anche politici, legati a provvedimenti formali e simbolici, come la revoca dell’intitolazione di piazze, strade, cittadinanze onorarie. Volontà che, negli ultimi vent’anni, è passata dalla rielaborazione di fonti e ritratti storici e non ha salvato dalla sua scure nemmeno i personaggi che parevano intoccabili, su tutti Giuseppe Garibaldi.

@barbadilloit

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22 commenti


  1. Interessante, utile a smuovere le coscienze sopite di molti e la mala fede di troppi. Un piccolo passo in avanti verso la verità storica.

    Socrate

  2. Mentre in pieno centro di Napoli i camorristi sparano anche sui bambini, il consiglio comunale cittadino affronta a brutto muso Cialdini e lo caccia dalla Camera di Commercio. Questa sì che è gente di coraggio.

    Augusto

  3. I “camorristi” di Cialdini sparavano ai bambini, alle donne e ai patrioti siciliani, calabresi, pugliesi e campani da molto più tempo, mentre la “gente di coraggio” piemontese si mangiava un Regno alla faccia dei fessi!

    Socrate

  4. Socrate, si ripari dal freddo, la morsa del gelo che attanaglia il meridione fa male alla testa! Si copra, dia a retta a me, si copra!
    I fanatici borbonici erano intenzionati a distruggere Palermo senza riguardo per nessuno, e poi anche Messina, che già aveva assaggiato, anni prima, le bombe di Ferdinando II che causarono la morte di migliaia di persone. Cialdini fece sapere all’esaltato generale Fergola asserragliato nella piazzaforte, che, per ogni messinese morto avrebbe fucilato un borbonico prigioniero. Quando poi Fergola si arrese (dopo 8 mesi di follia), il generale Cialdini fu anche troppo cavaliere nel trattarlo come non meritava. La folla inferocita, infatti, voleva linciare lui e tutti i suoi compari.
    Ma, essendo lei fermo alla beata epoca dell’infanzia, ha abboccato alle belle favole al cloroformio narrate da Alianello, consolanti come la ninna nanna e sciocche quanto basta per piacere a quella parte d’Italia del dopoguerra che era animata dalla ben nota autodistruzione identitaria che ci ha portati dove siamo.

    Maria Cipriano

    Ah, dimenticavo. Un bel busto di Barbadillo -il celebre calciatore sudamericano- starebbe proprio bene al posto di Cialdini. Mica si vorrà lasciare un posto vuoto nella Camera di Commercio di Napoli, sarebbe antiestetico….

    Maria Cipriano

  5. Consiglierei ai neoborbonici anti-italiani di vedere le cose in grigio invece che in bianco o nero. Carlo Filangieri, principe di Satriano, duca di Cardinale e di Taormina, barone di Davoli e di Sansoste, noto anche come principe di Satriano o Satriano (Cava de’ Tirreni, 10 maggio 1784 – San Giorgio a Cremano, 9 ottobre 1867), è figura centrale nel chiaroscuro pre-1860, come generale e politico italiano, del Regno delle Due Sicilie.
    Figlio di Gaetano Filangieri, partecipa alle guerre napoleoniche nell’esercito francese: prende parte alla battaglia di Austerlitz e alla Campagna di Spagna. Trasferito nel Regno di Napoli per aver ucciso in duello un generale italo-francese, è aiutante di campo di re Gioacchino Murat che lo nomina generale nel 1813.
    Dopo la restaurazione borbonica nel Regno delle Due Sicilie, viene reintegrato ed ha vari incarichi comandando con successo la Campagna per la riconquista della Sicilia (1848-1849). Rimane nell’isola come luogotenente fino al 1855. Consiglierei, onde placare gli animi italiani di neoborbonici e filosabaudi (che ritengo più vicini di quanto essi possano credere gli uni degli/agli altri) di leggersi un volume del 1906 (edito da Francesco Battiato editore che nulla ha a che vedere col cantautorato putrescente pseudo-intellettuale contemporaneo ed omonimo) pubblicato dal Dott. Vincenzo Finocchiaro (che ho tratto dalla biblioteca del mio bisnonno avvocato Ugo De Felice, con dedica personale dell’autore al mio ascendente) intitolato “La rivoluzione siciliana del 1848-49 e la spedizione del general Filangieri” con appendice sui reggimenti svizzeri nella spedizione di Catania, per vedere la complessa dinamica pre-1860 della strategia politica di casa Borbone. Il volume di più di 460 pagine, corredato di piantine delle battaglie, è un raro esempio di storia non propagandistica pur essendo stato pubblicato ad unità Savoia avvenuta (1906). La sua lettura smorzerebbe molte polemiche e raffredderebbe asti ingiustificati tra le due parti. La storia è scacchiera complessa se si vuole comprenderla in profondità ed anche in inaspettate sfaccettature. E chi vuole ricostruirla non deve giocare a dama, ma, appunto, a scacchi.

    Alessandro De Felice

  6. Mi scusi signora Cipriano, ma in ciò che scrive non tornano gli ordini di grandezza: il corpo si spedizione inviato da Ferdinando II per reprimere gli insorti siciliani poteva contare su una forza di 14000-26000 uomini a seconda delle fonti e a seconda di cosa viene elencato tra gli effettivi, mentre la Marina del Regno delle Due Sicilie, pur essendo la più potente marina da guerra tra quelle degli Stati preunitari (esclusa naturalmente la K.u.K. Marine), non era certo la Royal Navy o la Royale!
    Le artiglierie napoletane, navali e terrestri, non erano affatto numerose, ne erano in assoluto le più moderne o efficaci al mondo: sostanzialmente i cannoni “di grosso calibro” erano tutti ad anima liscia e ad avancarica. Poco diffusi gli obici e pressoché sconosciuti i mortai da assedio.Si badi bene che quasi tutti gli storici o i sedicenti tali nel conteggiare i cannoni della flotta napoletana dell’epoca includono anche le carronade, cosa decisamente fuorviante! Il munizionamento era in gran parte simile a quello dell’età napoleonica, nonostante l’introduzione dei sabot per i proiettili dei cannoni Paixhans, i pezzi più moderni tra quelli impiegati dalle Forze Armate del Regno delle Due Sicilie. La maggior unità della flotta, il vascello Vesuvio, era un’unità a vela in cattive condizioni di manutenzione e prese parte agli eventi del gennaio 1848 ma non a quelli del 1849, mentre la linea delle fregate, a parte le 3 unità a vela, era molto più recente, arrivando a contare 5 pirofregate a ruote. Stiamo però parlando di unità con armamento principale in batteria, coperta o scoperta che fosse, e non certo di “monitori”!
    Tradotto, il peso dei proiettili di una bordata di tutte le squadre navali che operarono contro Palermo o contro Messina e altre città costiere siciliane nel 1848 e nel 1849, era ben poca cosa. Ne consegue che, senza nulla togliera alla durezza/crudeltà della repressione, i “morti sotto le bombe” della Marina e dell’Esercito napoletani a Messina non furono migliaia ma centinaia. Gran parte dei caduti si ebbe invece con l’entrata delle truppe borboniche in città e con le feroci persecuzioni successive alla caduta della città in mano napoletana. “Re Bomba” fu assai cattivello, non c’è dubbio ma dovremmo sempre riflettere sul fatto che taluni celebrati generali del Regio Esercito nella I Guerra Mondiale hanno fatto massacrare in una giornata più italiani di quanti siciliani siano stati uccisi in combattimento dalle truppe borboniche in 17-18 mesi! Quanto alle feroci persecuzioni borboniche, che dobbiamo dire, sono forse troppo dissimili dalle illuminate fucilazioni / condanne a morte per diserzione ai danni dei poveri militi del Regio Esercito del ’15-’18?

    Complimenti per l’ottima battuta su Barbadillo: per la serie Avellino-Milan 4-0…

    Magari, lasciando al suo posto il busto del discutibilissimo Cialdini, si potrebbe aggiungere nei paraggi un monumento “a basso costo” in memoria di Raffaele de Cosa e/o del Brigadiere Cavalcanti.

    Admiral Canoga

  7. Signora Cipriano, considerando che il freddo preserva e il caldo corrompe, deduco che mentre scrive deve trovarsi molto vicino all’equatore.
    Gennaro Fergola è stato un grande soldato, colpevole di non essersi fatto corrompere e di aver resistito ai “folli” assalti del Cialdini per ben 8 mesi dimostrando tutta l’incapacità tattica e strategica del piemontese che, stizzito, con gesto poco nobile, non concesse l’onore delle armi alla guarnigione e mise ai ferri tutti gli ufficiali.
    Per anni, “abboccando”, ho creduto alle favole narrate nei libri scritti dai vincitori sulle mirabolanti imprese di don Peppino, della sagacia di super Camillo Benso e della bontà di Vittorio, poi mi sono svegliato… Lei invece continua beatamente a credere agli atti di eroismo dei bersaglieri sabaudi o alla generosità dei carcerieri di Fenestrelle!
    Le ripeto per l’ennesima volta che io credo nell’unità d’Italia e amo la mia patria, ma odio le ingiustizie e le menzogne, i furti e le rapine, gli stolti e i disonesti. Per questo non andremo mai d’accordo e comunque molto meglio lo sportivo Barbadillo del volgare assassino Cialdini.

    Socrate

  8. Dottor De Felice, non mi confonda il grano col loglio, per favore, proprio lei che è nipote del compianto professor Renzo. Non è questione di fare la propaganda al Risorgimento o di essere filo-sabaudi (io poi sono garibaldina, più precisamente), ma si tratta di confutare le balle di chi sappiamo, le quali circolano pressochè indisturbate, attirano la gente frustrata e invelenita del nostro tempo, e per alcuni costituiscono addirittura un passatempo provocatorio, anche se dietro a queste balle c’è una progettualità politica ben precisa, un’aggressione mirata all’Italia e agli italiani.
    Tra le innumerevoli pagine che si possono leggere sul Risorgimento, quelle di Vincenzo Finocchiaro da lei citato, membro del circolo scacchistico di Catania, se non erro, e storico del Risorgimento catanese, costituiscono solo una piccolissima parte, e comunque non mi pare che non mettano in luce, pur nella pacatezza del linguaggio forse troppo nozionistico, l’iter evolutivo dell’idea nazionale in Sicilia, la quale si mescolò e interagì subito con il tradizionale autonomismo dell’isola (il Regno di Sicilia di antica memoria normanna e sveva), com’è provato proprio dalle tante rivolte antiborboniche che scoppiarono, in cui, come disse qualcuno, si entrava autonomisti e si usciva patrioti, in cui la corona fu offerta a un Savoia, e i cui rivoltosi, moltissimi dei quali carbonari, confluirono praticamente tutti nel mazzinianesimo, prepararono l’impresa dei Mille, si rifugiarono a Torino, sostennero l’idea unitaria: perfino uno come Michele Amari, autonomista per eccellenza. D’altra parte, se la Sicilia non avesse sostenuto con passione e decisione l’Unità d’Italia, Garibaldi non sarebbe certo potuto sbarcare in nome di Vittorio Emanuele, sarebbe stato anzi ributtato a mare, e l’Italia probabilmente non si sarebbe realizzata senza la partecipazione dei siciliani, che fu fondamentale.
    In quanto ai fini calcoli balistici di Admiral Canoga, a me pare che 300 cannoni (che al momento della vera e propria invasione borbonica dal mare divennero 450), cannoni piazzati nell’enorme e inespugnabile cittadella di Messina, distante poche centinaia di metri dalla città, nel corso di tanti mesi di durissimo assedio (dal gennaio al settembre 1848) che scatenò perfino le proteste dello zar, praticamente senza tregue apprezzabili, dovettero fare perlomeno qualche migliaio di morti.
    Per il resto, è chiaro che l’invasione causò una ulteriore ondata di vittime nel martoriato ed eroico territorio messinese, senza distinzione di sesso ed età, ove i borbonici distrussero e incendiarono tutto quel che si trovava sulla via, comprese chiese e conventi.
    Le polemiche sulla Grande Guerra, infine, non le sfoderi davanti a me che sarei andata al fronte con le armi in pugno da scaricare addosso al nemico, ma le esibisca davanti alla mandria di perdenti cronici che regalerebbero all’Austria anche Cortina, e sugli Altipiani non sarebbero stati capaci di vincere contro gli Austriaci neanche una partita a rubabandiera.

    Maria Cipriano

    PS.: Socrate, ma di che patria e di che unità straparla? L’Unità l’ha fatta il Risorgimento. I suoi beniamini hanno invece combattuto, massacrato e fatto il diavolo a quattro per tenerla divisa, l’Italia. Quindi la sua è una contraddizione in termini, degna di un ghiacciolo che si sta miseramente sciogliendo al calore delle stupidaggini più stratosferiche.

    Maria Cipriano

  9. Egr. Sig.ra Cipriano, riscontro quanto Lei scrive: “Non è questione di fare la propaganda al Risorgimento o di essere filo-sabaudi (io poi sono garibaldina, più precisamente), ma si tratta di confutare le balle di chi sappiamo, le quali circolano pressoché indisturbate, attirano la gente frustrata e invelenita del nostro tempo, e per alcuni costituiscono addirittura un passatempo provocatorio, anche se dietro a queste balle c’è una progettualità politica ben precisa, un’aggressione mirata all’Italia e agli italiani”. E non posso non essere d’accordo con il Suo sopra riportato punto di vista. Ma il mio contributo alla discussione storica è un altro e non legato alla polemica tra neo-borbonici ed unitari che pure deve avere entità “indefinite” dietro le quinte a manovrare. Non credo alle storie apologetiche anche se la propaganda a volte è indispensabile a cementare le nuove strutture istituzionali. Ciò che in effetti stupisce e va sottolineato è la mancanza di reazione e reattività storico-analitica nonché di strutturazione di un team culturale (extra od anti)accademico da parte di Casa Savoia che possa fungere da volano dialettico e propositivo ad una difesa e ridiscussione sull”800 ed, in misura minore (perché più problematica) il ‘900 ufficiali. Proprio per contestare, documenti alla mano, determinati cliché o stereotipi contingenti cui Lei si riferisce, e riproporre questioni dirimenti e dirompenti per il confronto dell’intelligenza italiana. Confronto che manca del tutto. Silenzio di Casa Savoia che stupisce ancor di più se si considera la serietà e la preparazione culturale della principessa Maria Gabriella e se si considera, senza pregiudizi e deformazioni caricaturali giornalistico-radicalchic, la non banale personalità di Vittorio Emanuele (IV).

    Alessandro De Felice

  10. Signora Cipriano, Messina non è Antietam, o Gettysburg o Sadowa o Sedan e il Cavalcanti e il Filangieri non erano certo Farragut o Porter o Sherman. Orsuvvia siamo seri, qua manca totalmente il senso delle proporzioni: ma neanche i cannoni Dahlgren del Monitor impiegati per 20 giorni consecutivi avrebbero causato tanti morti! Mai sentito parlare di cadenza di tiro? E di usura delle bocche da fuoco? O di instabilità delle polveri dell’epoca? Ribadisco, se si continua ad assimilare carronade e Paixhans non si parla di storia, ma si rende Roncisvalle un tegame! Nel 1882 il bombardamento di Alessandria d’Egitto da parte dalla Mediterranean Fleet della Royal Navy, una formazione navale dalla potenza di fuoco di gran lunga maggiore di quella che potevano esprimere l’intera Marina delle Due Sicilie e l’intero Esercito borbonico messi assieme causò circa 700 morti. E stiamo parlando di un bombardamento effettuato da corazzate a ridotto centrale armate di cannoni rigati di grosso calibro, pezzi che ancora non esistevano all’epoca dei fatti di Messina. Quando si parla di storia navale non si può prescindere da alcune “pietre miliari”: una di queste è la Guerra Civile Americana. C’è un prima e un dopo Hampton Roads, piaccia o non piaccia, con tutto quel che ne consegue per le navi, le corazze, le artiglierie, il munizionamento, le tecnologie. Capisco i sudori nazionalistico-patriottici e il viscerale anti-borbonico, anti-austriaco e via dicendo, purtroppo però la balistica non è un’opinione ma una branca della fisica! E notoriamente in Italia e specie al Sud, le case sono state costruite quasi sempre con materiali lapidei, magari usati insieme a travi in legno e non in legno leggiero e rivestimenti facilmente infiammabili come a Kagoshima o in legnami stagionati e non come negli USA, con tutto quel che ne consegue in termini di “protezione” e resistenza al fuoco.
    Ah,l’irresistibile fascino del “pro patria mori”!
    Comprendo che per alcuni Giovanni Biagio Luppis von Rammer era un italiano così come “Roberto Testabianca” non avrebbe fatto mai un fico secco senza l’immancabile e proverbiale genio italico, ma forse sarebbe il caso di
    stendere un velo pietoso sulle tradizionali, croniche e tragiche incompetenze dei generali piemontesi e di quelli del Regio Esercito, menti brillanti capaci solo di produrre Custoza, Adua, le spallate sull’Isonzo, Caporetto. Consiglio una visita al rifugio Generale Achille Papa, da raggiungersi dopo aver percorso la “strada delle 52 gallerie” per avere un’idea di quanto fosse illuminata la decisione di andare a far la guerra sulle Alpi.

    Admiral Canoga

  11. Sig.ra Cipriano, l’antipatica presunzione di conoscere tutto, l’infantile arroganza di credere di avere sempre ragione, l’insolenza nei giudizi e la protervia nel trarre conclusioni suscitano più compassione che fastidio. Lei non sa chi sono eppure afferma di conoscere i miei “beniamini”, di non credere al mio amor patrio e mi definisce filo borbonico. Parla di “contraddizione in termini” basandosi sul nulla, convinta della mia stupidaggine. Così come sui fatti storici ancora una volta l’eccesso di tracotanza le impedisce di vedere la verità.
    Non ho mai negato che “L’Unità l’ha fatta il Risorgimento”, (anche se detta così è molto riduttivo) ho invece sempre e solo contestato il modo come si è realizzata e soprattutto come è stata raccontata.

    Socrate

  12. Sì, dottor De Felice, lei ha ragione, anch’io lamento questo vuoto di reattività storico-analitica da parte dei restanti Savoia, tanto più che una Unione Monarchica in Italia c’è, presieduta dal brillante avvocato napoletano Alessandro Sacchi, ma credo che la loro inerzia sia in gran parte spiegabile. Sono usciti di scena, sono vissuti sempre all’estero, il Re a suo tempo svincolò addirittura gli ufficiali dal giuramento di fedeltà, si piegò per non far scoppiare una guerra civile che proprio a Napoli stava principiando, il referendum probabilmente era truccato, e comunque quando un regnante esce di scena dopo una sconfitta mondiale è praticamente impossibile ci possa rientrare. Fino a ieri non potevano nemmeno aprir bocca. Adesso stanno attenti a non urtare la suscettibilità dei nostri governanti (Vittorio Emanuele IV fu incarcerato nel 2006 come un volgare delinquente per fatti poi risultati del tutto infondati) che ci hanno regalato la penosa corte dei miracoli che ci attornia. Ma il vero problema è che la maggioranza di italiani è addormentata come in un limbo e praticamente non mostra reazioni, anche se di cose per cui mettersi in trincea ce ne sarebbero a non finire, e difendere il Risorgimento è solo una delle tante, e comunque il minimo che si possa fare per l’Italia.

    Maria Cipriano

  13. A proposito dell’insurrezione antiborbonica di Messina che nel 1848 resistette eroicamente otto mesi sotto bombe e proiettili di tutti i tipi (furono usati anche degli speciali preparati al fosforo), sono le fonti borboniche che parlano di un “numero incalcolabile di morti che non si potevano neanche contare”, “di morti in cui s’inciampava a ogni passo per oltre due miglia”, e della città ridotta al centro come il “cratere di un vulcano”, avvolta in nere nuvole di fumo e cosparsa d’incendi, effetto collaterale dei bombardamenti. Del resto, se la Statistica non è un’opinione, dal momento che il bombardamento su Livorno effettuato dagli austriaci con 50 cannoni per soli 2 giorni, fece qualche centinaio di morti, non è difficile dedurne un calcolo conseguente.
    Mi complimento poi con il commentatore che è salito fino al rifugio dell’eroico generale Achille Papa a vedere il “di qui non si passa” e toccare con mano le batoste prese dall’Austria durante la Grande Guerra per mano dei nostri uomini che erano grandi come montagne, mentre adesso in molti sono al livello del mare.
    Circa la sconfitta di Adua del 1896, purtroppo non c’erano i tanti esperti militari da tastiera a suggerire al generale Baratieri come tener testa a 100.000 etiopi arrabbiati quando si è in meno della metà. Certo Giulio Cesare ci sarebbe riuscito, ma cosa si vuole pretendere dai poveri generali piemontesi…..
    Io parlerei anche di Caporetto, di Custoza, di Novara, etc., ma a casa mia quelli che amano aggirarsi attorno alle carcasse delle patrie sconfitte dimenticandosi delle vittorie, li chiamo sciacalli.

    Maria Cipriano

  14. Egr. Sig.ra Cipriano, concordo e quoto e sottoscrivo i Suoi ultimi 2 commenti precedenti. Ma osservo, in relazione a quanto e quando Lei scrive: “quando un regnante esce di scena dopo una sconfitta mondiale è praticamente impossibile ci possa rientrare”, che per il Giappone di Hiroito la serietà del popolo nipponico è stata l’opposto del comportamento italiano (ed avevano subìto 2 bombe atomiche) che ci ha “regalato” la vergogna di Piazzale Loreto il 29 aprile 1945. Quello del referendum truccato, perché che sia stato truccato è ormai la scoperta dell’acqua calda, è, a mio modesto avviso, un falso problema. La Repubblica è illegittima anche perché il sedicente Regno del Sud era giuridicamente inesistente in quanto governo di fatto e Stato fantoccio obbediente alla forza di occupazione militare nemica rappresentata dalla Commissione Alleata di Controllo. Il re Vittorio Emanuele III attua un colpo di Stato con la nomina di Badoglio alla carica di Primo Ministro il 25 luglio 1943, Segretario di Stato e Capo del governo in violazione della procedura prevista dalla Costituzione vigente (Statuto Albertino del 1848), cioè senza consultare, e neppure chiedere, al Gran Consiglio del Fascismo (organo costituzionale) la lista dei nomi dei candidati alla nomina. L’omessa presentazione da parte del Gran Consiglio della lista al Sovrano ha invalidato il decreto reale di nomina di Badoglio, reso senza che si fosse verificata la ricezione di una qualsiasi proposta dal Gran Consiglio. Il decreto di nomina di Badoglio a Capo del Governo all’indomani del 25 luglio 1943 era invalido. Il Governo Badoglio fu un governo illegittimo, illegittimamente nominato, e dunque un semplice “governo di fattto” giuridicamente inesistente. Noto inoltre che secondo il parere di Santi Romano (1933) sull’esistenza di “un ufficio unico, quello di Capo del Governo e Capo del Partito”, cioè di Duce del Fascismo, se la nomina di Badoglio fosse avvenuta nei limiti della Costituzione allora vigente, egli con l’investitura a Capo del Governo, avrebbe ricevuto, automaticamente, anche quella a “Duce del Fascismo”. Governo di fatto non di diritto perché Corona e Gabinetto avevano riassunto tutti i poteri, contro la solenne promessa dello Statuto. Il re Vittorio Emanuele III, nell’attuare il colpo di Stato del 25 luglio 1943, procedette in senso contrario al voto emesso dal Gran Consiglio che si era espresso, come organo costituzionale, contemporaneamente alla sfiducia verso Mussolini anche verso la richiesta di potenziamento degli organi costituzionali propri del regime fascista, che furono invece soppressi con semplici regi decreti, totalmente privi di efficacia sul piano giuridico. La legge 24 dicembre 1925, n. 2263, stabiliva fra l’altro nell’art. 2: “Il decreto di nomina del Capo del Governo, Primo Ministro, è controfirmato da lui, quello di revoca dal suo successore”. E’ noto, poi, che nessuna legge o decreto del Capo dello Stato (il re) può entrare in vigore se non sia stata inserita nella “Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti” e pubblicata sulla “Gazzetta Ufficiale”. Orbene, nessuna traccia reca la “Gazzetta Ufficiale” della esistenza del decreto di revoca di Benito Mussolini dalla carica di Capo del Governo e di quello di nomina di Pietro Badoglio, mentre i successivi decreti di nomina di ministri e di sottosegretari furono tutti pubblicati dalla “Gazzetta Ufficiale”. Altre furono le violazioni dello Statuto Albertino da parte di Vittorio Emanuele III dopo il 25 luglio ’43 che elencherò di seguito. Egli non poteva più essere considerato re d’Italia e del pari illegittima fu, di conseguenza, l’assunzione al trono di Umberto II poiché decretata da un re non più re. Per cui, l’unico aspirante legittimo sarebbe stato l’infante Vittorio Emanuele IV, posti fuori carica sia Vittorio Emanuele III che il figlio Umberto II, sedicente re di maggio, regno questo di Umberto II anch’esso illegittimo perché filiazione decretata da un Ex-re (Vittorio Emanuele III) impossibilitato, per violazione della costituzione sabauda ed italiana, dall’esercitare la carica di capo di Stato (così come illegittima e giuridicamente inesistente è stata la repubblica nata dal referendum del 1946 poiché il referendum fu proposto dopo tutte le violazioni giuridiche e costituzionali avvenute con e dopo il 25 luglio 1943 e fu promosso sotto la reggenza fasulla di Umberto II non avente titolo a discesa da ciò di cui sopra detto). Ovviamente non era possibile sopprimere legittimamente un organo come il Gran Consiglio del Fascismo (o la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, o il Senato etc.) con un decreto; anzi, non sarebbe stata sufficiente neppure una legge ordinaria. Per la modifica, e tanto più per la creazione o la soppressione di organi costituzionali sarebbe stato necessario invece adottare quelle che le norme allora vigenti indicavano come “leggi costituzionali”, per l’approvazione delle quali occorreva il parere del Gran Consiglio e la votazione della Camera e del Senato in assemblea plenaria. Viceversa, con Regio decreto legge 2 agosto 1943, n. 705, fu soppressa la Camera e fu pertanto automaticamente messo nell’impossibilità giuridica di operare, ed anche semplicemente di riunirsi, anche il Senato, per l’art. 48 dello Statuto, il quale – come già detto – stabiliva: “Ogni riunione di una Camera fuori del tempo della sessione dell’altra è illegale, e gli atti ne sono interamente nulli”. Furono cioè rispettivamente o soppressi (Camera) o messi nell’impossibilità giuridica di funzionare (Senato) i due rami del Parlamento, di cui il voto del Gran Consiglio aveva chiesto il rafforzamento. E’ appena il caso di ricordare, a questo proposito, come quando era stata soppressa, nel 1939, la precedente Camera dei deputati ed era stata istituita in luogo di essa la Camera dei fasci e delle corporazioni, la norma era stata adottata con tutte le forme costituzionali prescritte, ivi compresa la approvazione della stessa sopprimendo Camera dei deputati, cessata con la fine della XXIX legislatura. Con Regio decreto legge 2 agosto 1943, n. 704, fu soppresso il Partito Nazionale Fascista e con Regio decreto legge 2 agosto 1943, n. 706, fu soppresso il Gran Consiglio del Fascismo, di cui l’ordine del giorno adottato il 25 luglio 1943 dallo stesso organo costituzionale chiedeva, al contrario, il potenziamento. A questi atti gravissimi Vittorio Emanuele III ne fece seguire altri ancora più gravi e lesivi di qualsiasi diritto e civiltà giuridica. Con il colpo di Stato del 25 luglio 1943, completato dai regi decreti dell’agosto 1943 e successivi, Vittorio Emanuele III venne altresì meno al giuramento prestato al momento di salire al trono, l’11 aprile 1900, di “osservare lo Statuto, di esercitare l’Autorità Reale in virtù delle leggi e conformemente alle medesime” (“Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia”, 11 agosto 1900, n. 186), venne cioè meno a quella che era stata definita “non solo un dovere giuridico, ma altresì la condizione per la sua assunzione all’ufficio supremo dello Stato, onde la necessità che il Sovrano non venga mai meno alla sua osservanza” (E. Bonaudi, Principii di diritto pubblico, Torino, 1936, p. 185).
    L’armistizio, anzi il capovolgimento di fronte (con conseguente guerra civile) ed abbandono di migliaia di militi italiani allo sbando dopo l’8 settembre 1943, è alla base di qualsiasi negatività della nostra II guerra mondiale. In storia delle relazioni internazionali dopo un armistizio, che significa tregua sospesa, (e dopo un colpo di Stato di palazzo che trasformò la monarchia costituzionale fascista in una dittatura militare antifascista e badogliana) si hanno due alternative: 1) o si riprende la guerra contro i nemici contro cui si era iniziata; 2) oppure si stipula subito un trattato di pace con essi. Né l’una né l’altra fattispecie seguirono la scellerata condotta Vittorio Emanuele III e Badoglio. Vittorio Emanuele III non era più Re d’Italia perché aveva violato lo Statuto Albertino del 1848 non consultando (ma addirittura sopprimendolo) il Gran Consiglio, organo Costituzionale il cui parere era necessario ed obbligatorio per la sottoposizione della lista da cui sarebbe dovuto essere scelto il Primo Ministro, Segretario di Stato e Capo del Governo. E tale figura, spettava, per diritto costituzionale a colui che presiedeva il Gran Consiglio in sostituzione del Duce, ossia al Segretario del Partito Nazionale Fascista che Badoglio ed il Re, altro stravolgimento costituzionale, soppressero immediatamente. Il Governo Badoglio fu illegittimo e di fatto, e tale è ancora oggi la repubblica italiana sua erede. In questa ottica, unico vero Savoia titolato sin dal 1943, benché infante, alla carica di Re d’Italia era ed è Vittorio Emanuele IV (anche per il principio maschile della legge salica vigente nel Regno Sabaudo a differenza delle monarchie femminili britanniche, olandesi e danesi). Stupisce la assenza di ricostruzioni storiche serie, costituzionalmente e storico-politicamente, da parte dell’intera intellettualità post-bellica se si escludono Elio Lodolini, Francesco Cossiga e Renzo De Felice. Già un personaggio discusso e discutibile come Carlo Sforza, nel 1943 aveva correttamente attribuito data la illegittimità e la gravità degli atti di Vittorio Emanuele III e del passivamente ignavo Umberto II, la legittimità al titolo di Re d’Italia al solo infante Vittorio Emanuele IV. Ed in termini costituzionali, se il diritto pubblico non è una farsa da 70 anni ad oggi, ciò è vero ancora oggi.

    Alessandro De Felice

  15. Mi perdonino Franco Battiato, Carl Palmer e, dall’aldilà Keith Emerson, Greg Lake, mio nonno e Hatsuyuki e speriamo di non turbare troppo Amaterasu, uscita di recente dalla caverna e impegnata in cose ben più serie!

    “Strano come il rombo degli aerei
    da caccia un tempo,
    stonasse con il ritmo delle piante
    al sole sui balconi…
    e poi silenzio… e poi, lontano
    il tuono dei cannoni; a freddo…
    e dalle radio dei segnali in codice.
    Un giorno in cielo, fuochi di Bengala…”

    “Ho sentito urla di furore di generazioni,
    senza più passato,
    di neo-primitivi rozzi cibernetici signori degli anelli orgoglio dei manicomi…”

    “He went to fight wars
    For his country and his king
    Of his honor and his glory
    The people would sing
    Ooh, what a lucky man he was
    Ooh, what a lucky man he was
    A bullet had found him
    His blood ran as he cried
    No money could save him
    So he laid down and he died
    Ooh, what a lucky man he was
    Ooh, what a lucky man he was”

    Naturalmente: Trionfa Italia su Trento, Trieste e Zara; trionfa Italia nei nuovi confini; trionfa Italia, sui fiumi, su l’Alpi, sui mari!

    Signora Cipriano valuti attentamente quanto scritto e non si faccia prendere da irrazionale foga nazionalistica, visto che come diceva Francesco Saverio Nitti “il nazionalismo è alla nazione ciò che il bigottismo è alla religione”.

    D’altra parte il Nitti, che certamente non era filo-borbonico e che certamente detestava le bande di Carmine Crocco almeno quanto Pellegrino Artusi odiava la banda di Stefano Pelloni, su Ferdinando II scriveva che “pochi principi italiani fecero tra il ’30 e il ’48 il bene che egli fece. Mandò via dalla corte una turba infinita di parassiti e di intriganti: richiamò i generali migliori, anche di parte liberale, e licenziò gli inetti; ordinò le leve militari; fece costruire, primo in Italia, una strada ferrata, istituì il telegrafo, fece sorgere molte industrie, soprattutto quelle di rifornimento dell’esercito, che era numerosissimo; ridusse notevolmente la lista civile; mitigò le imposte più gravi. Giovane, forte, scaltro, voleva fare da sé, ed era di una attività meravigliosa. Educato da preti e cattolicissimo egli stesso, osò, con grande ammirazione degli intelletti più liberi, resistere alle pretese del papato e abolire antichi usi, umilianti per la monarchia napoletana. È passato alla storia come “Re bomba” e non si ricordano di lui che il tradimento della Costituzione, le persecuzioni dei liberali, le repressioni di Sicilia, e le terribili lettere di Gladstone. Abbiamo troppo presto dimenticato che, durante quasi due terzi del suo regno, i liberali stessi lo chiamarono Tito e lo lodarono e lo esaltarono per le sue virtù e per il desiderio suo di riforme. Abbiamo troppo presto dimenticato il sollievo che le sue riforme finanziarie produssero nel popolo, e l’ardimento che egli dimostrò nel sopprimere vecchi abusi.”

    L’Italia è stata fatta, siamo contenti, ci mancherebbe, non sono certo un secessionista e mal sopporto padani, serenissimi, neo-briganti e nostalgici vari, ma è ugualmente insopportabile la retorica nazionalista con i vaniloqui sulle presunte impareggiabili virtù guerriere degli italiani.

    L’unificazione della penisola è stata un autentico miracolo e Vittorio Emanuele II si trovò ad essere re d’Italia grazie a un solenne calcio nel sedere ben assestato in cotal nobil posteriore da Giuseppe Garibaldi, unico autentico “uomo d’azione” / “ariete” / “uragano” del Risorgimento, che conquistò mezza penisola con i suoi metodi non convenzionali, militari e non, e con il beneplacito della Gran Bretagna e della Francia Imperiale e non certo grazie allo strepitoso genio militare di generali e ammiragli piemontesi.

    Detto questo, le vittime messinesi/siciliane dei colpi dell’artiglieria borbonica non furono migliaia e migliaia, ma diverse centinaia. Vi furono poi tantissime vittime cadute nei corpo a corpo che si verificarono con l’entrata in città delle truppe borboniche e con i combattimenti casa per casa. Dopo la caduta di Messina, vi furono poi le vittime della rappresaglia borbonica. Si badi bene che durante gli attacchi alle fortificazioni nelle mani della guarnigione borbonica le perdite messinesi non furono dovute soltanto alle artiglierie ma anche alle armi individuali in dotazione ai “soldati lealisti”.
    Si badi bene che il bombardamento di Messina non fu assolutamente incessante per gli oltre 8 mesi del così detto assedio e le unità maggiori della flotta borbonica non furono sempre presenti, anzi è vero il contrario.
    Si noti anche che alcuni soldati borbonici catturati dagli insorti furono trucidati e si ricordi che il capitano medico dottor Ferdinando Palasciano, al seguito del contingente del Filangeri, prestò soccorso e cure a diversi insorti messinesi e che per questo motivo fu processato e condannato.
    Ergo il bene e il male, il bianco e il nero stanno da entrambe le parti, come nel simbolo del Tao.

    Visto che ha citato Novara, come mai ben pochi storici del Risorgimento si soffermano su quello che combinarono ai danni della popolazione civile di Novara e dintorni i soldati sbandati dell’esercito di Carlo Alberto?

    E cosa vogliamo dire dei fatti di Genova? Coma mai si ricordano tanti patrioti e ci si dimentica quasi sempre di Alessandro De Stephanis?

    Raccontare la storia mettendo tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra, continuando a raccontare i Garibaldi bravo buono e bello e dei Savoia predestinati benefattori dal sangue blu e dall’animo intrinsecamente nobile e descrivere austriaci e tedeschi sempre e solo come feroci nazisti anti-italiani sin dalla notte dei tempi significa fare cronachetta di mediocre qualità, indegna persino di essere raccontata da Radio Hanoi.

    Aggiungiamo che di solito le fonti del tempo di guerra sono da vagliare attentamente e spesso se non sempre è necessario farne la radice cubica: se dovessimo prendere alla lettera quanto retoricamente proclamato e scritto a suo tempo dalla Regia Aeronautica, la Mediterranean Fleet sarebbe stata interamente affondata almeno 4 o 5 volte, cosa evidentemente mai avvenuta.

    Purtroppo la storia militare italiana dall’età napoleonica al 1946 ha ben poche luci e moltissime ombre, piaccia o non piaccia. Visto che ha citato Adua e quel grande genio militare del Baratieri, tralasciando il contesto geopolitico che vedeva russi e francesi appoggiare gli abissini, perchè mai dovremmo scusare un simile quadrupede in divisa coloniale? Lo svantaggio numerico non è una scusa: cosa mai combinarono gli inglesi a Rorke’s Drift? Non Le viene qualche dubbio?

    Le ricordo che sul fronte italiano le Regie e Imperiali Forze Armate austro-ungheresi subirono complessivamente meno perdite delle Regie Forze armate Italiane e che la guerra finì con gli austriaci in ritirata/rotta ma ancora su suolo italiano e non austriaco. Lo stesso avvenne per i tedeschi in Francia, con la differenza che i tedeschi non erano stati sconfitti sul campo. In entrambi i casi collassò soprattuto il “fronte interno” a causa di tutta una serie di motivi, alcuni dei quali erano dirette conseguenze del blocco navale operato dall’Intesa.

    Senza nulla togliere ai poveri fanti italiani, assai maltrattati dai loro quasi sempre incapaci superiori e vittime di una anacronistica logistica dall’efficienza di un colabrodo (ricordo ancora i pochi discorsi di mio nonno, Cavaliere di Vittorio Veneto che non amava per nulla ricordare quei tragici eventi, sulle carenze di munizioni, sulle mancanze nell’abbigliamento, sulla mancanza di cibo, sul freddo e sulle malattie, sulla caccia ai topi e ai rari piccioni nelle trincee per avere un po’ di carne da metter in pentola visto che le bestie da macello per l’alimentazione dei soldati nel 1917-1918 nella Pianura Padana scarseggiavano), giovani uomini che fecero molto più del loro dovere e che sacrificarono inutilmente anni importanti delle loro giovani vite per colpa di rozze questioni di puntiglio e per la sterile avidità e gli errati calcoli geopolitici di una classe politico-militare composta per lo più da incapaci. “Asino tra asini e sotto un asino” scrisse oltre un secolo prima uno dei più importanti personaggi nella storia della letteratura italiana a proposito dell’Accademia Militare di Torino.
    Eccezioni naturalmente ve ne furono. La Marina di Thaon di Revel costituì un caso a parte e funzionò molto meglio del Regio Esercito: decisamente un netto miglioramento rispetto ai tempi di Lissa, nonostante le perdite della Benedetto Brin, della Leonardo da Vinci e del Giuseppe Garibaldi.

    In un Paese normale dopo Caporetto uno come Badoglio sarebbe stato destituito e congedato senza troppi complimenti: solo in Italia uno così, uno che scriverà con la Campagna di Francia del 1940 in via di conclusione, che si riserverà di valutare i risultati conseguiti dai tedeschi mediante l’impiego dei carri armati dopo la fine della guerra, può diventare Capo di Stato Maggiore Generale.

    In ogni caso, visto che all’epoca si ragionava in termini talassocratici, Le pare che le centinaia di migliaia di italiani morti siano stati il giusto prezzo per il cantuccio in cui l’Italia di allora derelitta, dissanguata e con le pezze al sedere venne relegata dal Trattato Navale di Washington? 5:5:3:1:1 , al pari con la Francia, altra grande vittima del Primo Conflitto Mondiale. 1/5 di quanto avevano gli inglesi, gli eredi / i superstiti dei famosi leoni guidati da agnelli cui si riferiva Max von Gallwitz.

    D’altra parte, possiamo sempre glorificare l’indispensabile contributo apportato alla guerra meccanizzata da parte del generale Gastone Gambara e ignorare completamente quanto fatto da Hans von Seekt e da Heinz Guderian.

    Visto che è stato nominato Hirohito e visto che tra l’Imperatore del Giappone e Vittorio Emanuele III c’è la differenza di nave Baionetta, diciamo pure che aveva maggior regalità Hatsuyuki di quanta ne abbiano avuta tutti i Re d’Italia messi assieme dal 1861 al 1946.

    Hatsuyuki, il celebre cavallo bianco dell’Imperatore, era uno dei simboli del potere imperiale e dell’unità del Giappone.

    Admiral Canoga

  16. Dottor De Felice, la sua esposizione in merito ai fatti del 25 luglio (e dell’8 settembre) non mi dice tanto di nuovo di quel che già avevo letto, in passato, su questi spinosi argomenti: sono osservazioni ribadite in modo chiaro da lei, e che dal punto di vista strettamente giuridico sollevano certamente questioni di legittimità costituzionale.
    Però veniamo al dunque: dobbiamo dedurre da tutto ciò che il Re Vittorio, pur di liberarsi di un Mussolini divenuto ingombrante, pur di uscire da una guerra persa, pur di liquidare il Fascismo, pur di conservare la Corona (che non conservò affatto, come sappiamo), si sia acconciato a trasgredire in tal modo lo Statuto e a compiere quella serie di gravi atti (culminati nel rovesciamento del fronte e nell’arresto del Duce sulla soglia di casa) che lei mette in luce, grazie ai quali “salire finalmente sul desiato carro del vincitore?”
    Io non lo credo. Iniziammo tempo fa, se lei ricorda, in questa stessa sede, una specie di dibattito su questo tema rovente, e io le accennai già allora la mia adesione a quella corrente storiografica minoritaria secondo la quale il Re e il Duce si misero d’accordo. Inutile precisare che il “mettersi d’accordo” del Duce e del Re prevedeva esiti ben diversi da quelli che poi si sono verificati. Le indicai anche un libro, scritto da un reduce della RSI, il quale, appunto, sosteneva precisamente questa tesi. Una tesi che ai più appare fantastoria, ma certe volte la realtà supera la fantasia.
    Il Re Vittorio Emanuele III era un uomo onesto, ligio alle leggi e rigoroso, non era un imbroglione, non era un “maneggione”. Se ha compiuto quei gravi atti doveva esserci un motivo altrettanto grave. Non mi chieda quale. Io posso solo mettere in luce le stranezze che accompagnarono quelle vicende, stranezze che si rilevano anche nel comportamento del Duce, per esempio durante la seduta del Gran Consiglio, di cui peraltro non ci fu nessun resoconto stenografico. In realtà noi non sappiamo cos’accadde veramente. E non sappiamo neanche cosa il Re e il Duce si dissero in quella mezz’ora di colloquio prima del famoso “arresto” di Mussolini. Il segretario personale del Duce restò nell’atrio, non udì nulla, rivelò anzi che i due uscirono con i volti normali e distesi, e il Re sorridendo gli venne incontro, gli strinse la mano e lo ringraziò. La buona regina Elena dunque mentì quando raccontò a quel giornalista di Storia illustrata andato a intervistarla in Francia dopo la guerra, che la sua dama di compagnia, inviata da lei, era scesa a origliare. Ma le pare?
    Questo tema scottante che ancora angustia la nazione e riemerge periodicamente, quasi che gli italiani, dentro sè stessi, non trovassero pace in quella sconfitta, non rientra nel mio campo specifico di studi. Però, solo quando avrò trovato risposte convincenti, non dettate da un facile disprezzo nei confronti del Re o da altre ragioni emotive, potrò dedurre quel che tutti, fascisti e antifascisti, hanno dedotto, e cioè che fu commessa quella serie di atti, deleteri per i primi, provvidenziali per i secondi, che hanno condizionato il nostro futuro, anche se sarebbe ora di finirla di piangerci e ripiangerci sopra e alzare piuttosto la testa in faccia al mondo.
    Lei sarebbe disposto a mettere la mano sul fuoco che il Re abbia compiuto quegli atti intenzionalmente, e che veramente abbia voluto andare beatamente incontro agli anglo-americani che poi lo raggiunsero a Brindisi il 14 settembre, e l’incontro coi quali fu gelido? Era tutto predisposto, naturalmente. Ma non credo proprio fosse predisposto dal Re, ma dai congiurati: figure ricorrenti nella storia di tutte le monarchie. E che di solito hanno un capo, un organizzatore astuto, che non credo proprio fosse Badoglio, che anzi cercò di stare vicino al Re fino all’ultimo. Fu lui a subire l’umiliazione di salire sulla corazzata Nelson il 29 settembre a firmare la resa incondizionata con le sue famigerate 44 clausole, ma nessuno l’ha mai fotografato, il che è molto molto strano, conoscendo gli anglo-americani.

    Maria Cipriano

  17. Admiral Canoga, non mi faccia perdere tempo con le sue sterili questioni, tratte per lo più dall’armamentario del duo Del Boca, io c’ho da fare.
    Lei, diciamo la verità, del Risorgimento sa molto poco (e si vede), e anche della Grande Guerra, dal momento che la posizione degli austriaci era notoriamente avvantaggiata, e non a caso se le sentirono cantare per mesi e mesi dai tedeschi ai quali promettevano e ripromettevano lo sfacelo dell’Italia che mai avvenne.
    I reduci del ’15-’18 (gli ultimi due sono morti non moltissimo tempo fa) nei loro famosi raduni erano tutti orgogliosi di aver combattuto la Grande Guerra, tutti orgogliosi dei loro eroici ufficiali che li guidavano agli assalti (o crede che i fanti ci andassero da soli?), e se permette credo a loro e non a lei e a suo nonno, vero o finto che sia.
    Prenda atto e si rassegni al fatto che le “immmmperiali” forze armate austriache con tutta la loro boria fecero una ben misera fine, e che il piccolo esercito piemontese, poi Regio Esercito italiano, godeva comunque di una lunga tradizione di rispetto da parte di tutta europa. In breve tempo l’aeronautica italiana superò quella austriaca, il che fu un vero miracolo di corale impegno e abnegazione ideale, altro che puntiglio e avidità di pochi! La Marina invece, al contrario di quel che lei dice, non fece molto semplicemente perchè si trattò soprattutto di una guerra di terraferma, non ci furono battaglie navali in Adriatico.
    Dove ha letto poi che la Regia Aeronautica si sarebbe vantata di aver affondato la Mediterranean Fleet durante l’ultima guerra, quando la memorialistica di quel periodo è per lo più una lamentela e una recriminazione, proprio non lo so, ma evidentemente ci riforniamo da librai diversi.
    Mi scusi ma soprassiedo per stanchezza su tutti gli altri punti su cui proprio non vale la pena, compreso il misero Nitti che arrivò a proibire ai reduci del ’15-’18 di fare le commemorazioni dei commilitoni morti per non urtare i socialisti.

    Buonanotte

    PS.: il nobile medico borbonico da lei citato rischiò la fucilazione e comunque fu un caso isolato. Se non ci fossero state le imbarcazioni straniere, altre migliaia di persone sarebbero morte. Le indignate proteste di Francia, Inghilterra, Danimarca, Paesi bassi, Russia, Grecia, Belgio, Norvegia, Svezia, non valsero a fermare i famigerati e continui bombardamenti che pur mai fiaccarono la popolazione che commosse mezzo mondo.
    Alla eroica città di Messina non a caso fu conferita dal Re Umberto I la medaglia d’oro di Benemerita del Risorgimento nazionale.

    Maria Cipriano

  18. Signora Cipriano non si offenda, capisco che il Suo tempo è preziosissimo e che è un sacrilegio abusarne, mi rendo conto che al Suo cospetto sono un volgarissimo iconoclasta, ma con tutto il dovuto rispetto è più che evidente che Lei non è uno storico / una storica militare, si percepisce immediatamente da ciò che scrive: non ha la più pallida idea di cosa fossero e cosa potessero fare e non fare i cannoni e le armi da fuoco dell’epoca, molto evidentemente.
    Mi scusi ma ha mai impegnato parte delle Sue preziosissime giornate per dare una sbirciata al “sacro testo” di Piero Pieri sul Risorgimento? O ai 2 volumi di Raimondo Luraghi sulla Guerra Civile Americana e sulla Marina Confederata?
    Come fa a dire che il ruolo della Regia Marina nella I GM fu trascurabile? Mai sentito parlare dell’Ammiraglio Vittorio Tur e di “Plancia Ammiraglio”, e del II Volume in particolare?
    E dei pontoni armati Alfredo Cappellini e Faà di Bruno?
    E guardi che no erano certo gli unici! E che dire degli idrovolanti Macchi della Regia Marina?
    Su Caporetto si è mai presa la briga di spulciare ciò che ha scritto Mario Silvestri? Le dovesse succedere, non trascuri l’ultimo capitolo: “l’Italia Caporetta”. Ebbene, qualora non lo sapesse, il Silvestri, che non era uno storico di professione ma che scrisse con l’apporto di evidenti prove documentali ciò che gli storici main-stream si ostinano ad ignorare, scrisse anche un libro sulle tristi vicende dell’Isonzo. Ricordiamo però che Silvestri era un ingegnere e quanto a questioni tecniche e militari era di gran lunga più competente della stragrande maggioranza degli “storici non militari”.
    E’ del tutto evidente che Lei ignora completamente quello che combinarono gli austriaci sul Fronte Russo prima dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1915. E’ altrettanto evidente che ignora l’importanza che ebbe il blocco dell’Adriatico da parte della Regia Marina o l’arrivo a Istanbul della piccola formazione navale dell’Ammiraglio Wilhelm Souchon.

    Quanto alla Regia Aeronautica, che se vogliamo essere precisi nella Prima Guerra Mondiale ancora non esisteva e che venne creata dal Fascismo – i velivoli italiani nella I GM erano in dotazione alla Regia Marina e al Regio Esercito – , ha mai sentito parlare dei trionfalistici rapporti su Punta Stilo?

    Quanto ai Del Boca, mentre non mi piace per nulla quanto scrive il signor Lorenzo, ma è la mia modestissima opinione personale, non vedo proprio come nel 2017 si possa ancora sterilmente accusare il signor Angelo. Persino Indro Montanelli, ovvero un reduce, si scusò con Lui sulla questione dei gas impiegati in Etiopia nel 1935. Ricordiamo che le vicende etiopi per quanto riguarda l’aspetto militare sono state affrontate piuttosto approfonditamente da alcuni articoli di diversi autori apparsi sulla rivista Storia Militare e su alcune monografie edite dalla gloriosa Albertelli, autori che guarda caso sono/erano storici militari e hanno anche fornito documentazione fotografica dei mezzi impiegati in Etiopia dai “plotoni chimici”.
    Mi pare che quanto scritto questi signori sostanzialmente confermi quanto scritto in tempi non sospetti dal Del Boca.
    Poi certo, se la vita di un abitante di Addis Abeba rimasto ucciso dalle rappresaglie successive all’attentato a Graziani vale molto meno di quella di un messinese ucciso dagli svizzeri al soldo del borbone perchè lo dice Lei, allora mi taccio.

    Sui fatti di Livorno signora Cipriano cerchi di essere più precisa e di non fare mera propaganda pasticciando i dati: le fonti, assai contrastanti le une con le altre, parlano di un numero di morti compreso tra gli 80 e gli 800. Evidentemente 800 non furono le vittime dei soli bombardamenti d’artiglieria o cannoneggiamenti che dir si voglia: si arriva a quel totale mettendo insieme le vittime dei colpi di cannone, le vittime degli scambi di fucilate (e anche quanto a fucili gli austriaci erano avvantaggiati), le vittime dei corpo a corpo e degli assalti alla baionetta e delle rappresaglie e fucilazioni successive alla caduta della città in mano austriaca.

    E’ vero che va preso con tutte le dovute precauzioni, ma vogliamo proprio ignorare del tutto quanto scrisse Diomira Cartoni sull’11 maggio 1849?

    “Fu aperta una breccia tra Porta S. Marco e Porta Fiorentina (attuale Barriera Garibaldi, ndr), furono forzate tutte le porte e barriere; da ogni lato, alle ore 10 e mezza l’armata (austriaca) entrava in città. La resistenza, fatta dalle case che avvicinavano le porte o barriere e dalle muraglie delle ville, fece sì che i soldati austriaci, da dove veniva tale resistenza, entravano uccidendo e saccheggiando. Il danno fu forte. La mortalità, sia seguita nella difesa, sia per quelli che, presi con l’arma alla mano erano stati fucilati, si dice ammontasse circa 800 persone, ma la maggior parte dei capi rivoluzionari fuggirono per via di mare. Sembra che la truppa si acquietasse, che la popolazione dimostrasse agli austriaci non voler essergli tanto avversa, tolti i peggiori soggetti, e già le truppe erano in Piazza grande abbivaccate quando a ore 12 circa dal Duomo ed altre case di piazza fu tirato sulla truppa. Questa circostanza poteva essere fatale al nostro Livorno. Infatti cominciarono i soldati, entrando per le casa per avere i briganti che avevano fatto fuoco, a derubarle; ma i generali e ufficiali fecero tornare tutto all’ordine: meno che arresti e fucilazioni che si eseguivano al momento che prendevano uomini armati o indicanti che avessero preso parte alla difesa. Fra le persone più diffamate fu fucilato il Cartelloni”.”

    Sulla gloriosa tradizione militare dello Stato Maggiore del Regio Esercito è sempre illuminante il libro di Carlo
    de Biase “L’Aquila d’oro”.

    Se si vuole riflettere amaramente sugli italiani è sempre attuale l’Antistoria d’Italia di Fabio Cusin, illustre triestino e certamente lontano da certe puerili e anacronistiche visioni nazionalistiche.

    Perchè mai ce l’ha tanto col povero Nitti, forse perchè scrisse a Vittorio Emanuele III di tirar fuori gli attributi e stroncare sul nascere le straordinarie azioni di Benito Mussolini, cosa che il re naturalmente non fece?

    Ah, il mito intramontabile e inarrivabile della romanità: che sventura non poter replicare l’apoteosi d’Augusto!

    Ha mai letto “la rivoluzione romana” di Ronald Syme?

    Admiral Canoga

  19. Admiral Canoga non “perda tempo” con la garibaldina Cipriano, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Comunque grazie per i sui interventi, puntuali ed illuminanti.

    Socrate

  20. Egr. Sig.ra Cipriano, riscontro quanto Lei scrive: “Non è questione di fare la propaganda al Risorgimento o di essere filo-sabaudi (io poi sono garibaldina, più precisamente), ma si tratta di confutare le balle di chi sappiamo, le quali circolano pressoché indisturbate, attirano la gente frustrata e invelenita del nostro tempo, e per alcuni costituiscono addirittura un passatempo provocatorio, anche se dietro a queste balle c’è una progettualità politica ben precisa, un’aggressione mirata all’Italia e agli italiani”. E non posso non essere d’accordo con il Suo sopra riportato punto di vista. Ma il mio contributo alla discussione storica è un altro e non legato alla polemica tra neo-borbonici ed unitari che pure deve avere entità “indefinite” dietro le quinte a manovrare. Non credo alle storie apologetiche anche se la propaganda a volte è indispensabile a cementare le nuove strutture istituzionali. Ciò che in effetti stupisce e va sottolineato è la mancanza di reazione e reattività storico-analitica nonché di strutturazione di un team culturale (extra od anti)accademico da parte di Casa Savoia che possa fungere da volano dialettico e propositivo ad una difesa e ridiscussione sull”800 ed, in misura minore (perché più problematica) il ‘900 ufficiali. Proprio per contestare, documenti alla mano, determinati cliché o stereotipi contingenti cui Lei si riferisce, e riproporre questioni dirimenti e dirompenti per il confronto dell’intelligenza italiana. Confronto che manca del tutto. Silenzio di Casa Savoia che stupisce ancor di più se si considera la serietà e la preparazione culturale della principessa Maria Gabriella e se si considera, senza pregiudizi e deformazioni caricaturali giornalistico-radicalchic, la non banale personalità di Vittorio Emanuele (IV).

    Mi consenta Sig.ra Cipriano, ma non ha colto l’essenza del mio precedente intervento, o forse ha equivocato il senso del mio ragionamento che non è meramente accusatorio verso Vittorio Emanuele III (sinceramente indifendibile anche per la inconsapevole mole di assurdità costituzionali, diplomatiche – come le due, peraltro ridicole e giuridicamente nulle, dichiarazioni di guerra del 13 ottobre 1943 alla Germania a Madrid tramite Paolucci de Calboli e del luglio 1945 contro il Giappone durante il governo Parri, e militari). Non sono qui a condannare Vittorio Emanuele III vittima e complice “inconsapevole” di personalità ambigue ancorché non stupide quali Carboni, Roatta, Zanussi, Acquarone, Guariglia, Castellano, Ambrosio, Grandi, Galeazzo Ciano e Federzoni. Riguardo alla Sua osservazione che “il Re Vittorio Emanuele III era un uomo onesto, ligio alle leggi e rigoroso, non era un imbroglione, non era un “maneggione. Se ha compiuto quei gravi atti doveva esserci un motivo altrettanto grave. Non mi chieda quale. Io posso solo mettere in luce le stranezze che accompagnarono quelle vicende, stranezze che si rilevano anche nel comportamento del Duce, per esempio durante la seduta del Gran Consiglio, di cui peraltro non ci fu nessun resoconto stenografico. In realtà noi non sappiamo cos’accadde veramente. E non sappiamo neanche cosa il Re e il Duce si dissero in quella mezz’ora di colloquio prima del famoso “arresto” di Mussolini”, su tutto ciò non è mio interesse aprire una polemica con Lei, Sig.ra Cipriano che è persona seria. Ma devo, però, ricordarLe che la regina Elena redarguì pesantemente il consorte Vittorio Emanuele III per aver permesso che l’arresto del Duce da parte del Capitano dei Carabinieri Vigneri fosse avvenuto all’interno di Villa Savoia (residenza Reale) il pomeriggio del 25 luglio 1943, un affronto disonorevole per tutta Casa Savoia e per la storia della dinastia. Devo poi ricordarLe inoltre, ad attestare la infida ambiguità reciproca della relazione Badoglio-Vittorio Emanuele III, che su consiglio del Conte Carlo Sforza, rientrato, lui antifascista, da poco in Italia, Pietro Badoglio, a sua volta, il 24 ottobre 1943 invia una lettera al Sovrano per indurlo ad abdicare, a convincere il Principe di Piemonte (Umberto II), erede al trono, a rinunciare alla successione ed a creare una reggenza con l’infante Principe di Napoli (Vittorio Emanuele IV). In seguito ad accordi con Sforza, Badoglio stesso sarebbe divenuto Reggente. Si parlò allora di tradimento di Badoglio nei confronti del Re Vittorio Emanuele III, e – mi sembra – a ragion veduta. Vittorio Emanuele III avvertì Badoglio che quest’ultimo non avrebbe mai potuto conseguire la carica cui aspirava, in quanto, secondo lo Statuto, reggente doveva essere un Principe della Casa Reale, poi, come scrisse Attilio Tamaro, “per parecchio tempo il Sovrano evitò di rivolgergli la parola”. Quindi non mi sento di condividere la Sua affermazione circa la fedeltà ed armonia di Badoglio verso il Re allorquando Lei scrive: “credo proprio fosse Badoglio, che anzi cercò di stare vicino al Re fino all’ultimo. Fu lui a subire l’umiliazione di salire sulla corazzata Nelson il 29 settembre a firmare la resa incondizionata con le sue famigerate 44 clausole, ma nessuno l’ha mai fotografato, il che è molto molto strano, conoscendo gli anglo-americani”.
    Il problema non è quello che Badoglio, figura tragica, proterva e patetica di dilettante allo sbaraglio fa il 29 settembre 1943 sulla corazzata Nelson. Il problema è quello che sta a monte: il viaggio del Generale Giuseppe Castellano nel luglio 1943 a Madrid e Lisbona per trattare con USA e Regno Unito non la stipula dell’armistizio, bensì la cobelligeranza con Londra e Washington mentre si è ancora alleati con Berlino. Ho acquisito il Diary Top secret del Generale Castellano negli Usa tempo fa dagli archivi d’intelligence USA. Le ignobili clausole dell’armistizio il popolo italiano non le conosce. Con l’armistizio stipulato dal governo fantoccio guidato da Badoglio, secondo lo stesso Eisenhower non solo chi lo stipulò venne meno alle leggi dell’onore e tradì l’Italia e gli Italiani, ma fece sì che la guerra guerreggiata si spostasse sul suolo italiano, con conseguenti enormi distruzioni di edifici antichi, abitazioni, strade, ferrovie, infrastrutture di ogni genere e morte di migliaia di italiani, civili compresi e che 600mila nostri soldati, lasciati in balìa di sé stessi, senza ordini, fossero catturati dai tedeschi. Ma non è questo il punto. Perché un armistizio si sarebbe potuto ottenere o con gli anglo-americani (senza capovolgimento di fronte e su ciò bastava vedere cosa aveva fatto la Francia coll’Asse dopo il giugno 1940 senza regalare la flotta francese a Hitler o Mussolini) o con i russi (ved. colloquio Mussolini-Hidaka del 25 luglio 1943 mattina, prima dello scellerato arresto del Duce ad opera del complotto badogliano). Il punto è capire perché sia stato assassinato Ettore Muti. Il punto principale è capire come un Re possa aver dato luogo ad una mostruosità giuridica quale fu quella delle leggi penali retroattive. La irretroattività delle leggi penali è un cardine fondamentale ed irrinunciabile di ogni società civile come principio universalmente ammesso. E non esiste violenza spacciata per libertà imposta da invasori anglo-americani a cambiarla. Nell’attuale ordinamento tale principio sacro ed inviolabile è dall’art. 25 della Costituzione della Repubblica Italiana. Le “sanzioni contro il fascismo” furono adottate con una serie di decreti tutti con decorrenza retroattiva dando luogo ad un medioevo della barbarie giuridica e delle tenebre della prepotenza anti-civile. Tale fu il governo Badoglio. Tale fu la “libertà” imposta con la violenza dagli invasori angloamericani con pratiche poi adoperate in Iraq nel 2003 ed in altri contesti dello scorso secolo. La irretroattività delle leggi penali fu una farsa ed una tragedia come una ignominia fu la epurazione antifascista. La invito a riflettere: sia le norme che avevano premiato un determinato comportamento dal 1922 al 1943, sia quelle che, al contrario, punivano retroattivamente lo stesso comportamento, addirittura nei confronti degli stessi cittadini, recavano la firma (dal 1943 al 1944) non solo della stessa istituzione, la Corona, ma addirittura della stessa persona fisica, Vittorio Emanuele III. Ogni commento è superfluo per descrivere la vergogna del passaggio dalla monarchia costituzionale fascista alla dittatura medievale badogliana ed antifascista.
    Ad Umberto II, soggetto anch’egli illegittimo come Luogotente, dobbiamo l’infausta ricorrenza del 25 aprile 1945, giorno in cui fu completata l’occupazione nemica anglo-statunitense, denominata “Liberazione”, dell’intero territorio nazionale e la cessazione del Governo della RSI, unico governo italiano sovrano ed indipendente di quel periodo da un punto di vista costituzionale in primis. La Repubblica Sociale Italiana assicurò, pur tra difficoltà di ogni genere, la continuità, la libertà e l’indipendenza dello Stato Italiano nato nel 1861. Ma il mio ragionamento non è mirato a denigrare la pretendenza di Casa Savoia al titolo di Corona d’Italia. Anzi, la struttura formale della mia argomentazione, il meccanismo logico-deduttivo del mio intervento mira ad attribuire la vera ed unica titolarità di Re d’Italia a Vittorio Emanuele IV (classe 1937) il cui titolo, alla luce delle violazioni di nonno e padre, non è inficiato in alcun modo al proseguimento dell’aspirazione alla carica di re d’Italia, dal momento che, come ho sottolineato sopra e nel mio precedente intervento, la attuale repubblica nata nel 1948 è del tutto illegittima e giuridicamente inesistente, ancorché da più di 70 anni sia stata attore statale italiano primario, stante la incomprensibile passività ed inconsistenza storico-politica di Umberto II.

    Alessandro De Felice

  21. Stia sereno, Admiral canoga: gente fidata che mi attornia dice che a febbraio c’è un’importante partita di Champions league: non se la faccia scappare! E non legga troppi libri alla rinfusa, soprattutto non li citi a ogni piè sospinto, si ricordi ciò che disse Umberto Eco: chi cita troppo le idee degli altri vuol dire che non ne ha di proprie.
    Il professor Piero Pieri da lei citato (interventista, volontario e pluridecorato nella Grande Guerra, poi docente universitario nell’era fascista e quindi antifascista) mi sa che forse dovrebbe leggerlo lei, dal momento che nella presentazione del suo libro “Storia militare del Risorgimento” (edito nel 1962) scrive testualmente:
    “Guerre e insurrezioni sono pur sempre la manifestazione di forza attraverso le quali tanto spesso si ottengono le maggiori conquiste della civiltà umana, e non vanno considerate solo come manifestazione di forza bruta, bensì come il portato di energie spirituali, affermazione di necessità politiche e sociali, capacità di affrontare fatiche e pericoli, e grandioso spirito di abnegazione. La guerra è l’espressione dello sforzo di tutto il paese, d’ogni sua attività convogliata verso la grande lotta e l’alta meta.”
    TUTTO IL CONTRARIO DI QUEL CHE HA DETTO LEI, MON AMI’.
    Comunque, anche se a mio parere, come esperto militare, lei sarebbe riuscito a far annegare Baratieri e i suoi soldati anche in un acquitrino del Vercellese, potrà sempre presentare domanda all’Organizzazione delle Nazioni Unite, la quale ha deciso che, nel caso sbarchino gli Alieni, siano le forze armate austriache a interessarsene.
    E’ la barzalletta del millennio? No, è la verità. Come vede, potrà sempre sperare di proporsi ai suoi cari amici d’oltralpe in qualità di loro aiutante di campo negli incontri ravvicinati del terzo tipo.

    Bon diner

    Maria Cipriano

  22. Scusate, ma non mi è possibile leggere le vostre interminabili pergamene, preferisco le equazioni differenziali e, al momento, un’ottima cena in compagnia di garibaldini come me.

    Bon diner, mes amis

    Maria Cipriano

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