Ricordare i “martiri del Sud”? Il Risorgimento divide ancora

12 marzo

Un altro giorno della memoria. Dedicato però ai «martiri del Meridione». È questa la proposta presentata dal Movimento 5 Stelle in diverse regioni del Sud Italia: Abruzzo, Campania, Basilicata, Molise e Puglia. E poi è anche approdata al Senato, dove il senatore M5S Sergio Puglia è intervenuto affermando che: «Il tempo è maturo per fare una riflessione e analizzare cosa accadde alle popolazioni civili meridionali e quanto ancora ci costa nel presente. Nei testi scolastici si fa appena un accenno. Chiediamo la verità».

di Matteo Sacchi da  il Giornale, ultime notizie del 11/03/2017

Ma esattamente di cosa si tratta? La data proposta è quella del 13 febbraio. Ovvero quella della fine dell’assedio di Gaeta da parte delle truppe piemontesi nel lontano 1861. Quel giorno la roccaforte borbonica, stretta ormai da terra e dal mare, si arrese dopo 102 giorni (e 75 di bombardamento consecutivo, il fuoco non si arrestò nemmeno mentre veniva trattata la resa). Dopo quel 13 febbraio però non cessò la resistenza al nuovo Stato unitario, soprattutto nelle campagne. Tutti coloro che continuarono a opporsi alle truppe del nuovo esercito italiano vennero semplicemente trattati dal governo di Torino come briganti. I briganti però avrebbero classificato se stessi come patrioti, sebbene nel movimento spesso citato dalla manualistica come «Grande brigantaggio» fossero confluiti anche briganti veri e propri e contadini poveri ben poco politicizzati. Il dibattito sul tema resistenza/banditismo dura tra gli storici ormai da decenni. Ed è un dibattito rovente. È un fatto che la repressione venne portata avanti con metodi militarmente durissimi (si arrivò ad impiegare più di 105mila soldati) e si arrivò ad approvare una legge specifica, la legge Pica, che de facto abrogava le garanzie dello statuto albertino.Ma è altrettanto un fatto che la reazione anti unitaria si trasformò in una guerriglia senza quartiere, in cui gli inviati governativi e i militari venivano uccisi nelle maniere più atroci.

Ora l’arrivo della proposta di un giorno della memoria riaccende in pieno il dibattito.

Ne abbiamo parlato con il giornalista Pino Aprile, che con alcuni dei suoi libri (come Terroni e Carnefici, entrambi editi da Piemme) ha contribuito a far partire il dibattito.

«È una proposta giusta. Era ora. Cosa è successo durante l’annessione? È successo che un esercito è penetrato in un Paese amico senza nemmeno una dichiarazione di guerra, rubando, stuprando e ammazzando. Per carità, in quegli anni è successo anche altrove… Le unificazioni nazionali hanno prodotto sempre massacri. Solo che noi italiani non ce lo siamo mai detti. Si fa ancora finta che l’annessione del Sud sia stata una parata fiorita attorno a Garibaldi, è stato un genocidio. Uno Stato ricco e prospero è stato spogliato delle sue ricchezze e saccheggiato. Bisogna avere il coraggio di dirlo e un giorno della memoria può essere un buon modo per farlo. Un giorno per piangere le vittime e cercare di unire quello che è ancora un Paese diviso. Ed è un Paese diviso perché una metà è stata brutalmente invasa e saccheggiata e non lo si vuole riconoscere. In altre nazioni i conti con la storia si fanno, la Francia con la Vandea i conti li fa eccome».

Di parere diametralmente opposto lo storico del pensiero politico Dino Cofrancesco: «Cui prodest? Già siamo un Paese disunito e in Europa ci trattano come servi della gleba. Che senso può avere una celebrazione che aumenti le divisioni? Poi mettiamo le cose in chiaro su questo nostalgismo borbonico che sta prendendo piede negli ultimi anni. Rosario Romeo, che è stato il più grande storico della seconda metà del Novecento, diceva che il protezionismo della sinistra storica aveva danneggiato il Sud, ma che senza l’unità il Sud non sarebbe mai diventato Europa, sarebbe rimasto una specie di Libia peninsulare. E Romeo era di Giarre, non di Busto Arsizio. Come del resto erano cultori del risorgimento Adolfo Omodeo (palermitano) o Gioacchino Volpe (abruzzese). Ma non solo loro, tutti gli intellettuali del Sud già in pieno risorgimento erano favorevoli all’unità e allo Stato forte. È questo che i neoborbonici sembrano dimenticare». Ma le violenze dell’esercito piemontese/italiano? «Il generale Cialdini era quel che era, ma non dimentichiamoci le teste dei bersaglieri mozzate e issate sulle picche. Le violenze ci sono state da entrambe le parti, non ci sono stati dei martiri. Delle vittime invece ovviamente sì. E di certo non userei il termine genocidio. Semmai c’è stata dopo un’emigrazione di massa dal Meridione, ma dovuta all’arretratezza economica del Sud, non all’unificazione. L’unificazione l’ha resa possibile modernizzando».

E se il dibattito è così forte tra storici, forse per le celebrazioni è presto, a meno di non volere una delle solite celebrazioni italiane: quelle che dividono.

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68 commenti


  1. Buon giorno a tutti e ..Buona Pasqua.
    Sto laureandomi in Storia a 52 anni x diletto e per amore verso una materia a me cara fin dall’infanzia: purtroppo ( o per fortuna) i miei ancestrali studi si sono rivolti ad Economia e questi mi hanno dato da mangiare ma certo non mi hanno arricchito intellettualmente.
    Leggendo i Vs.post mi rendo conto di quanta strada devo ancora compiere x “avvicinarmi”a Socrate,Augusto,Maria Cipriano, Viva Garibaldi ,etc anche se leggo sempre volentieri ogni tipo di “diatriba” in quanto mi arricchisce,al netto delle polemiche peraltro sempre garbate, e spesso mi ritrovo con un mattone in più nella mia costruzione storico culturale che spero continui nel tempo.
    Grazie dei Vs insegnamenti.
    Antonio

    Antonio Segna

  2. Ringrazio Viva Garibaldi per le preziose informazioni.Cercherò di procurarmi al più presto il saggio di Macrì. Tante belle cose.

    Augusto

  3. Prego, gentile signor Augusto.

    Mi permetto di consigliare sull’argomento altre due letture, che sono ambedue saggi rimarchevoli per la quantità di fonti esaminate e l’interpretazione delle medesime da parte dei due storici.
    Si tratta del saggio di M. G. Greco “Il ruolo e la funzione dell’esercito nella lotta al brigantaggio (1860-1868)” e quello di Francesco Gaudioso “Brigantaggio, repressione e pentitismo nel Mezzogiorno preunitario”.

    cari saluti e grazie dell’attenzione

    Viva Garibaldi

  4. Il Brigantaggio nel Sud Italia ha origini antiche e cause varie e profonde, non compare all’improvviso nel 1860. Non si può tuttavia negare che almeno nel primo decennio postunitario, il fenomeno aumentò in maniera esponenziale. Viva Garibaldi e Augusto serve a poco leggiucchiarne gli effetti, sarebbe molto più utile approfondirne le ragioni:
    Gli accordi sottobanco con i capi della malavita organizzata di Sicilia, Calabria e Campania, utili al nuovo sovrano prima a conquistare un Regno e poi a mantenere un discutibile ordine sociale; la delusione delle masse contadine di fronte alle mancate promesse del dittatore Garibaldi; l’accentramento amministrativo ottuso e violento; l’applicazione di leggi inique e spesso dannose; le rapine legalizzate dei lotti ecclesiastici e demaniali a favore dei soliti avidi signorotti amici e sostenitori interessati dei nuovi padroni; La legge Pica con l’abolizione degli articoli 24 e 71 dello Statuto albertino; l’occupazione indiscriminata da parte di avide orde di piemontesi di tutti i posti di comando della macchina statale.
    Meditate e visto che vi appassiona tanto approfondite anche le imprese dei briganti Pietro Mottino soprannominato il Bersagliere e Mayno della Spinetta, feroci criminali senza scrupoli, come il sanguinario mostro Francesco Delpero, o la jena di San Giorgio, senza dimenticare i terribili Fratelli di Narzole e l’efferato Brandalucioni. Forse vi sarà sfuggito, ma sono solo alcune delle migliaia di tagliagole, delinquenti e criminali che infestavano, guarda un po’, il Piemonte due secoli fa. Considerando la dimensione dei due territori e le differenti motivazioni sociali, economiche e politiche, percentualmente erano messi molto peggio del Regno del Sud.
    Non serve a nulla sventolare gli studi statistici del Gini, la loro esattezza matematica non giustifica in alcun modo gli orrori causati da una vile aggressione.

    Socrate

  5. Un capolavoro della storiografia come”Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II” di Fernand Braudel (cfr. volume II, capitolo V, paragrafo III. “Miseria e banditismo”) afferma recisamente che il Mezzogiorno italiano era, in tutta Europa, uno dei massimi esempi di territorio infestato dal fenomeno brigantesco, con paralleli, per intensità, soltanto in alcune zone dei Balcani e pochissime altre.

    Cito un brano fra i molti del Braudel: “Nelle grandi patrie del banditismo, il compito [di repressione] deve essere sempre ripreso. Nel 1578 il marchese di Mondéjar, viceré di Napoli, decideva un nuovo tentativo contro i fuoriusciti di Calabria. Sin dall’arrivo nel regno era stato informato dei loro crimini: terre predate, strade interrotte, viaggiatori assassinati, chiese profanate, incendi, persone rapite e ricattate. I provvedimenti del cardinal Granvelle erano stati inefficaci, e anzi, scriveva il vicerè, “il numero di fuoriusciti è aumentato, moltiplicati i loro delitti, cresciuto talmente il loro potere e l’insolenza che in mille parti del regno non si può viaggiare senza gravi rischi e pericoli” (ibidem, p. 789). ancora dal Braudel: “In Calabria […] i fuorilegge pullulano, favoriti dalla circostanze e dalla natura del terreno […] Le azioni repressive esasperarono l’attività dei banditi: forzavano castelli, entravano in pieno giorno nelle grandi città, osando “Uccidere i loro nemici persino nelle chiese, facendo prigionieri, su cui mettevano taglie”. Le atrocità spandevano il terrore: “Essi devastavano le terre, massacravano le greggi di coloro che resistevano o che li perseguitavano per ordine e incarico dei governatori, non osando questi farlo essi stessi” (Ibidem, p. 790). Ancora dal Braudel: “Nel 1580 un agente veneziano segnalava che tutto il regno era infestato dai banditi, che i briganti da strada erano i padroni nelle Puglie e soprattutto in Calabria. […] Una ventina d’anni dopo la situazione era ancora peggiore. I briganti spingevano le loro incursioni sino al porto di Napoli: le autorità arrivavano a preferire l’accordo o l’astuzia alla lotta. La grossa banda di Angelo Ferro, che terrorizzava la Terra di lavoro” (Ibidem. p. 791).

    Viva Garibaldi

  6. I briganti furono moltissimi per tutta l’epoca borbonica, in quantità tale che anche un semplice elenco dei capibanda richiederebbe centinaia e centinaia di nomi.
    Già solo restando all’epoca di Ferdinando I si trovano, fra i principali briganti, il cannibale Mammone, il famigerato Frà Diavolo, Fortunato Cantalupo detto “Terrore del Gargano”, Matteo Saracino detto “Il carnefice di Campobasso”, i fratelli Giovanni e Carmine Caruso, soprannominati “I mangia gatti”, Basso Romeo detto “re della campagna”, Giovanni Tolone, detto “il ritirato di Girifalco” o “spavento della Calabria”, Taccone, che giunse a definirsi re della Basilicata, Gaetano Vardarelli, che pretese ed ottenne di trattare direttamente col sovrano borbonico, il sacerdote Ciro Annicchiarico, Panzanera, Francatrippa, Marciano Gallo, Nicola Masi, Vito Rizzieri, Giuseppe de Furia, Pennacchio, Quagliarella, Occhialone, Battaglini, Scattone, Parafante, Bizzarro, Benincaso, Santoro, Scarola, De Leo, Nicola del Gobbo, Damiano Macchia, Donato Castelluccio, Natale Cellitti ecc. L’elenco di briganti attivi sotto il “re lazzarone” è del tutto incompleto.

    Viva Garibaldi

  7. Nessuna, nessuna, nessuna altra zona d’Italia aveva percentuali simili di brigantaggio come il Meridione, come ricorda non solo il grande Braudel.

    Giuseppe Galasso ha proposto una panoramica storica ancora più ampia, collocando il brigantaggio del 1861-1870 nell’arco dei secoli XVI-XIX. Già Benedetto Croce aveva autorevolmente ricordato le dimensioni del brigantaggio sotto il vicereame spagnolo. Ma è possibile risalire ancora più indietro nel tempo, poiché vi sono medievisti (come Giovanni Cherubini) che hanno dimostrato la forte presenza di banditi e bande già nel periodo medievale nel Mezzogiorno. Piero Pieri ha potuto descrivere la fortissima intensità del brigantaggio nel sud d’Italia degli Aragonesi (nel Basso Medioevo), spiegando che il fenomeno brigantesco era già allora endemico in quella regione.
    Benedetto Croce ha documentato le molte migliaia di esecuzioni di briganti avvenute nel volgere di pochi anni alla fine del secolo XVII (il Seicento!).

    In breve, il Mezzogiorno era in assoluto la regione d’Italia con la più alta percentuale di briganti, senza possibile paragone, da secoli e secoli e secoli, e fra le maggiori di tutta Europa per livelli di criminalità e banditismo.

    Viva Garibaldi

  8. Viva Garibaldi per completezza d’informazione, dovrebbe riportare le percentuali del rapporto tra numero di abitanti e numero di “briganti”, indicare l’età anagrafica, le regioni di appartenenza, dovrebbe suddividerli per tipologia di reato e specificare il periodo di attività. Dovrebbe rileggere attentamente tutte le sentenze, rivalutare le prove e le testimonianze il tutto alla luce di quelle che erano le leggi penali dell’epoca. La quantità, almeno in questo caso, come dato storico, non significa nulla. Resta il fatto che i suoi restano solo dei discorsi oziosi, quand’anche fosse vero anche il doppio di quello che scrive, a cosa porterebbero le sue appassionate ricerche?

    Socrate

  9. Dati statistici sono riportati, a iosa, da molti, moltissimi storici. Ad esempio, il Croce enumera con precisione le migliaia di sentenze capitale emesse contro briganti soltanto negli ultimi anni del vicereame spagnolo. Eppure, questa enorme mole di dati statistici raccolti da storici è soltanto una delle prove esistenti sulla particolare intensità del brigantaggio nel Mezzogiorno.

    Un esempio di fonte storica contemporanea è quella di Placido di Sangro, “Discorso espediente e profittevole per la persecutione et estirpatione de’ Banditi che infestano il presente Regno”, In Napoli, per Egidio Longo, 1630.

    Viva Garibaldi

  10. Ma gli stessi dati statistici, abbondantissimi, raccolti dagli storici sulla eccezionale attività criminale nel Mezzogiorno nell’arco dei secoli sono solo alcune delle prove di questo.

    Gli unici due stati italiani che nel periodo 1815-1860 ordinarono vere e proprio operazioni militari contro i briganti, in pratica guerre interne, furono lo stato pontificio ed il regno delle Due Sicilie. In tutti gli altri stati i banditi erano questione di “ordine pubblico”, così come lo sono oggigiorno i rapinatori od altre categorie criminali analoghe.
    Lo stato pontificio lo fece con il famoso decreto del cardinale Consalvi, che era diretto principalmente contro i briganti del Lazio meridionale.
    Ben altro rilievo ebbe la repressione del brigantaggio nel regno delle Due Sicilie, che proseguì in modo ininterrotto sotto Ferdinando I, Francesco I, Ferdinando II e Francesco II.
    Ciascuno di questi sovrani emise editti di repressione del brigantaggio o mantenne in vigore quelli dei suoi predecessori ed in più organizzò autentiche campagne militari per schiacciare il brigantaggio,che imperversava in intere regioni.

    Il re delle Due Sicilie Ferdinando I (IV), in seguito a precise relazioni delle autorità militari e di polizia ed imitando un analogo editto pontificio del 7 luglio 1821, emise un editto in cui esprimeva la sua precisa volontà d’impiegare «misure straordinarie ed efficaci per la punizione ed esterminio» dei briganti: l’ordine regio richiedeva letteralmente lo «ESTERMINIO» di questi criminali.

    L’intero territorio del Mezzogiorno continentale era ripartito in distretti militari per la repressione, che era affidata ad un generale per ciascuna di esse. Ad esempio, il generale Nunziante fu spedito a combattere in Calabria. Ma si segnalarono anche il generale Church, il generale Nugent, il generale Manhès: tutti stranieri, naturalmente.

    Ma le misure repressive, assai più severe della futura legge Pica dello stato italiano, non bastarono.
    Francesco I ordinò anch’egli campagne militari contro i briganti, affidate anzitutto a Del Carrette.

    Ferdinando II mise in stato d’assedio intere regioni ed inviò interi reparti militari con l’ordine di “pacificarle” dai briganti, come ad esempio avvenne in Calabria in cui si susseguirono in questo incarico Enrico Statella, Ferdinando Nunziante, Afan de Rivera.

    Persino Francesco II nel suo breve regno fece in tempo a spedire interi reparti del suo esercito a dare la caccia ai briganti, in Sicilia, in Calabria …

    Niente di simile avvenne nello stesso periodo in altri stati italiani. E’ significativo che la legge Pica contro il brigantaggio fosse sostanzialmente il calco di una vecchia legge borbonica contro i briganti, soltanto con alcune differenze (la legge Pica era MENO severa). Difatti nella legislazione del regno di Sardegna non esisteva una normativa ad hoc contro il brigantaggio, che era ricondotto al piccolo malandrinaggio.

    Viva Garibaldi

  11. A parte la legislazione e le vere e proprie campagne militari contro i briganti, tipiche del Mezzogiorno e sconosciute o quasi nel resto d’Italia, era la stessa percezione diffusa del brigantaggio a dare prova tangibile della differenza nella diffusione e nella persistenza del fenomeno fra Meridione e resto del territorio italiano.
    Uno scrittore borbonico, Cesare Malpica, raccontando d’un suo viaggio nel reame riferiva di come a causa dei briganti fosse sorta in Puglia la pratica, per chi doveva andare a Napoli, di fare testamento prima della partenza!
    Ma le fonti al riguardo sarebbero innumerevoli, incluse molte di viaggiatori stranieri che descrivono nel dettaglio come, nel secolo XVIII, in Calabria si dovesse viaggiare in carovane armate per difendersi dagli assalti briganteschi.

    Viva Garibaldi

  12. Tutto questo non era una novità, poiché già i viceré spagnoli avevano condotto una vera guerra contro i briganti, senza riuscire a debellare il brigantaggio. Un’amnistia concessa nel 1645 ai briganti che si fossero arresi ed arruolati nei “tercios” o comunque nei reparti dell’esercito regio fu raccolta da 6000 banditi alla macchia, senza che per questo le operazioni militari contro il banditismo cessassero. Durante il vicereame si ebbero assalti a città, anche di media grandezza, costruzione di fortificazioni fisse contro i briganti ecc. Eppure, la situazione era tale che talora persino la capitale Napoli fu minacciata direttamente dalle bande. In tutta l’Italia seicentesca, soltanto nelle zone pontificie confinarie al regno di Napoli e nel delta del Po fu necessario condurre autentiche guerre contro i briganti.
    Le cause fondamentali, anche se non le uniche, dell’altissima attività brigantesca nel regno di Napoli ed in quello di Sicilia erano due: l’accentuata polarizzazione sociale, con la presenza di sterminati latifondi posseduti da una ristrettissima classe sociale e di una maggioranza di braccianti o contadini poverissimi e quasi nullatenenti; la grande debolezza delle autorità regie, stante il fatto che quasi tutto il territorio era infeudato e sotto il controllo di fatto dei feudatari locali. Fatta eccezione per alcune mansioni, come il battere moneta, la diplomazia e le relazioni con stati esteri, alcune tipologie di tributi, il diritto di collocare guarnigioni e di estrarre leve e poco altro, tutti i restanti poteri pubblici nel Mezzogiorno dell’era moderna erano in mano a 120-150 stati feudali (così sono chiamati dagli storici), che si spartivano quasi tutto il territorio del regno di Napoli e del regno di Sicilia. Ad esempio, lo stato feudale di Avellino, in mano al casato dei Caracciolo, si estendeva per 220 chilometri quadrati. Questi feudatari erano, di solito, i veri controllori dei briganti, che risultavano la loro manovalanza sia nel controllo della popolazione, sia nei conflitti con altri feudatari o nel contrasto, nascosto, con il potere monarchico centralizzatore.
    Il ruolo dei casati nobiliari e nei latifondisti nel brigantaggio è più che provato ed esiste una bibliografia amplissima al riguardo. Giusto per dare alcuni accenni: Ortalli G.,” Bande armate, banditi, banditismo e repressione di giustizia negli stati europei di antico regime”: atti del convegno, Venezia, 3-5 novembre 1983; Manconi F. (a cura di), “Banditismi mediterranei, secoli XVI-XVII”, Carocci, 2003. Ma sulla eccezionalità di una guerra brigantesca praticamente ininterrotta per almeno 4 secoli nel Mezzogiorno i saggi e le fonti che si potrebbero citare sarebbero innumerevoli.

    Viva Garibaldi

  13. Viva Garibaldi, lei confonde le bande armate al soldo dei potenti feudatari con i delinquenti comuni. C’è una bella differenza. Una cosa sono i “briganti” nell’accezione di delinquente comune, altro sono i gabellotti e i campieri e le migliaia di disperati senza scrupoli inquadrati militarmente nelle “Compagnie d’Armi”. Capisco che è difficile marcare un confine tra le due categorie, ma è sbagliato metterli nello stesso calderone.

    Socrate

  14. Anche se la manovalanza brigantesca era formata in netta prevalenza da poveri o poverissimi, i manutengoli erano di norma del ristretto ceto dominante, quindi latifondisti o comunque “notabili”. In epoca borbonica la politica locale si sviluppò con il ricorso a relazioni verticali di patronato e clientela. Le fazioni si formavano per il controllo dell’apparato amministrativo ed i sostenitori del gruppo dominante venivano ricompensati con impieghi e contratti. G. Fiume, nel suo studio sul comune siciliano di Marineo, ricorda che l’oggetto della lotta tra le fazioni era «il monopolio delle cariche comunali, gestite per accumulare, consolidare patrimoni familiari con il saccheggio dei beni pubblici» [G. FIUME, “Introduzione” in G. CIRILLO RAMPOLLA, “Suicidio per mafia”, Palermo 1986, p. 17]. Il ricorso alla violenza in epoca borbonica era praticato regolarmente dai notabilati e dalle èlites locali per assicurarsi dai contadini il pagamento dei canoni e dei debiti, oppure per competere nel controllo delle amministrazioni locali. [A. MASSAFRA (a cura di), Il mezzogiorno preunitario: economia, società, istituzioni, Bari 1988, p. 915] Riall, dopo aver confrontato diverse ipotesi interpretative sul brigantaggio, conclude che «il banditismo in Sicilia, e in molte altre parti del Meridione», sarebbe stato «una forma di mobilità sociale ascendente». Esso era uno strumento delle lotte di potere fra i “galantuomini” locali. [L. RIALL, La Sicilia e l’unificazione italiana. Politica liberale e potere locale (1815-1866), Torino 2004, p. 65]. Alcuni storici parlano d’un rapporto assai stretto fra organizzazioni mafiose e briganti. Ad esempio, Vincenzo D’Alessandro in Brigantaggio e mafia in Sicilia [Messina 1950, p. 155), sostiene che la mafia ottocentesca fu originata anche dalla trasformazione di bande armate al servizio dei “notabili” nelle zone rurali dell’entroterra in un fenomeno urbano radicato nelle città costiere, dove strinse rapporti con il potere politico.

    Viva Garibaldi

  15. Le bande brigantesche che operavano “in proprio” sono esistite, ma non erano la norma. Abitualmente esse potevano appoggiarsi, con una pluralità di modi a seconda dei tempi e dei luoghi, a manutengoli, che erano di solito possidenti locali e che potevano fornire appoggi di varia natura, dalla copertura politica (riscontrata molte volte nel corso dei secoli da parte di feudatari e latifondisti) a sostegno economico, aiuti come informazioni ecc.
    I gruppi di campieri, le masnade feudali ecc. avevano come base sociale di reclutamento la stessa dei briganti e svolgevano, talora, operazioni analoghe. Talvolta erano intercambiabili, nel senso che briganti divenivano bravacci al servizio di feudatari e bravaccia si davano alla macchia.
    Ad esempio, scrive lo storico Salvatore Lupo: “Noi sappiamo però che i campieri, non diversamente dai militi a cavallo e dalle guardie municipali che dovrebbero conservare l’ordine tra le campagne, vengono usualmente tra ex-banditi in grado di intimorire i malintenzionati (abigeatori, taglieggiatori, ladri di passo) con i loro stessi argomenti, ovvero all’occorrenza accordarsi con essi nella logica del buon vicinato […]; gli uni e gli altri vengono usualmente chiamati mafiosi dai contemporanei”.

    Viva Garibaldi

  16. Viva Garibaldi i suoi ultimi due interventi non fanno che confermare l’errore in cui molti cadono.
    Quando scrive “briganti divenivano bravacci al servizio di feudatari e bravaccia si davano alla macchia” conferma che la “mobilità” più o meno accentuata tra le varie tipologie di “briganti” rende se non impossibile almeno difficile fare paragoni o stilare statistiche attendibili, nonostante il rigore scientifico dei vari Gini.
    Tuttavia, da quello che scrive, appare evidente che il tessuto sociale del Mezzogiorno d’Italia era molto debole e disarticolato. Pochi sudditi avevano la consapevolezza del loro status di cittadino, di appartenere ad un regno e di godere di una serie di diritti, molti vivevano in una ignorante e rassegnata dipendenza gerarchica dal potente di turno: il barone, il prete, il giudice e in ultimo il Re.
    Pertanto, al contrario di quello che alcuni affermano, in tale realtà non si sarebbe mai potuta formare una idea patriottica di unità nazionale. Oltre tutto, dell’esigua minoranza dei privilegiati che percepivano il senso dello Stato, solo pochi (e solo per interessi personali) erano in aperto contrasto con i Borbone ed anelavano non tanto all’Italia unita ma al cambio di padrone a loro più conveniente

    Socrate

  17. Prego, signor Antonio Segna.
    Scusi se le rispondo soltanto ora, ma purtroppo mi era sfuggito il suo intervento.

    Sull’argomento mi permetto di consigliarle, qualora sia di suo interesse, tre ponderosi saggi.
    Naturalmente il capolavoro di Rosario Romeo, “Cavour e il suo tempo”, che in tre enormi tomi, documentatissimi, ricostruisce nel dettaglio non solo l’attività di Cavour e tutto il contesto storico in cui si svolse.

    Gli studi di Domenico Demarco intitolati “Il crollo del regno delle Due Sicilie”, che dimostrano la grande debolezza interna del reame sul piano sociale ed economico, che si traduceva anche in debolezza politica. Le enormi percentuali di povertà, accattonaggio, brigantaggio, delinquenza, analfabetismo ecc. rendevano lo stato borbonico un castello di carte. E’ per questo che il popolo accolse Garibaldi come un liberatore.

    Infine, “L’Italia in cammino” di Gioacchino Volpe, testo cruciale per comprendere la diffusione dell’idea nazionale. E’ un testo in parte superato, perché la storiografia oggigiorno è assai più radicale e recisa nel sostenere che la maggioranza della popolazione italiana fosse favorevole all’Unità.

    Complimenti per i suoi studi!

    cari saluti e grazie

    Viva Garibaldi

  18. Caro viva Garibaldi
    Grazie dei libri consigliati : vedrò di acquistare il libro di DeMarco anche se attualmente sono concentrato su Bisanzio -Norwich “Bisanzio 330-1453” e Mansell “Costantinopoli 1453 -1924”.
    Storia Bizantina non fa parte del mio piano studi ma cerco di spaziare ( e ce tanto da fare) in tutti i periodi storici; gli argomenti da Voi trattati ( Socrate e…gli altri) mi hanno ricordato il recente esame di Storia Contemporanea e devo dire di averVi trovato sempre interessanti e piacevoli da leggere.
    I grandi Braudell, Le Goff , Cardini ,De Martino, Lefevre, Bloch, Ginzburg, Cipolla, fanno parte di una mio personale arricchimento , come pure ( perdonatemi, Vi prego:-) romanzi storici di Michener, Follett, Jacq, Manfredi, Rutherfurd, Cornwell, ma si Scarrow…
    Insomma, vuoi per diletto, o per passione , o per sentieri accademici ..tutto fa storia e Voi siete una piacevole parentesi Every Sunday Morning!
    Ciao

    Antonio Segna

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