Il caso Moro e i misteri irrisolti a 39 anni dal rapimento

19 marzo

Sospetti, incongruenze, coincidenze. Dall’auto usata dai brigatisti, fino alle modalità del delitto, passando per il ruolo dei servizi segreti: sul sequestro e omicidio del leader della Dc rimangono tantissimi nodi da sciogliere.

di Massimo Del Papa da del 16 marzo 2017

L’oblio può nutrirsi di memoria, di overdose di memoria e così via Fani, 39 anni dopo, cade nel silenzio di una ricorrenza ormai logora. Per i giovani è un suono che non significa niente, per i vecchi un trauma da archiviare. Eppure qui la storia dell’Italia democratica e repubblicana subì un cortocircuito e di certo cambiò strada: qui le Brigate Rosse segnarono, in un momento solo, il loro apice e l’inizio del declino. Qui, dove fu sequestrato il presidente della Dc Aldo Moro, che si recava a chiedere la fiducia per il suo governo col quale “apriva” al Pci. Qui, insistono tuttora stranezze e misteri non rassegnati alla vulgata che vorrebbe «tutto chiarito, tutto spiegato» in merito all’azione terroristica interna più articolata e spettacolare mai andata in scena nell’intero Occidente.

QUELLE FRASI SIBILLINE DI PECORELLI. Aldo Moro viene prelevato alle ore 9,08 del 16 marzo 1978 in via Fani al termine di una azione fulminea, durata 300 secondi in tutto, che lascia sull’asfalto tutti e cinque gli uomini della scorta. Un attacco che traumatizza il Paese e paralizza le istituzioni, mentre in parlamento va in scena uno sconcertante spettacolo di impreparazione e di confusione condite da sciacallaggio politico. Alla vigilia della strage, il 15 marzo, la testata Vita sera pubblica un messaggio sibillino e, col senno di poi, inquietante: «A 2.022 anni dalle Idi di Marzo il genio di Roma onora Cesare: 44 a. C. – 1978 d. C.». Commenterà immediatamente il lungimirante Mino Pecorelli, giornalista-spione connesso alla loggia P2 che per l’intero arco temporale del sequestro anticiperà puntualmente ogni colpo di scena: «Proprio alle Idi di Marzo del 1978 il governo Andreotti presta il suo giuramento nelle mani di Leone Giovanni. Dobbiamo attenderci Bruto? Chi sarà? E chi assumerà il ruolo di Antonio, amico di Cesare? Se le cose andranno così, ci sarà anche una nuova Filippi?».

LE ‘SUPPOSIZIONI METAFISCHE’ DEL DIRETTORE DI RADIO CITTÀ FUTURA. La scorta di Moro aveva intensificato l’attenzione nelle settimane precedenti l’agguato, e il capopattuglia, Oreste Leonardi, si lamentava spesso del mancato arrivo di un’auto blindata, promessa da tempo. Lo statista aveva anche notato diverse presenze sconosciute intorno allo studio in cui lavorava, in via Savoia; uno dei curiosi, identificato, risulterà essere tale Franco Moreno, segnalato fin dal 1973 in contatto con ambienti eversivi. Emergerà in seguito anche la presenza nei pressi dell’abitazione di Moro di “netturbini” che in realtà sono brigatisti travestiti. Ci sono poi le testimonianze di almeno due donne che ascoltano in due distinte emittenti radio la notizia del rapimento di Moro pochi minuti prima che avvenga. Una di queste, Clara Giannettino, riferisce d’averla sentita alle 8,15 su Radio Città Futura, il cui direttore, Renzo Rossellini, subito interpellato, racconta di avere ripreso la notizia da Radio Onda Rossa, 15 minuti prima, attribuendone la veridicità a «supposizione metafisica» (sic!). In una successiva intervista al quotidiano francese Le Matin, Rossellini ridimensionerà l’episodio, imputandolo a semplice probabilità ragionata, dedotta dagli eventi politici correnti (sic!). Ma nel “Memorandum Ravasio” si dice che Rossellini avrebbe informato i vertici Psi dell’imminente rapimento di Moro con 15 giorni di anticipo. Molte, in verità, erano state le avvisaglie e perfino le voci che anticipavano l’azione, nelle carceri, le università, le radio libere e tra i corpi di polizia, opportunamente allarmati, ma forse non troppo.

Misteri e incongruenze si proiettano sulla mattina dell’eccidio in via Fani, nei minuti precedenti, concomitanti e successivi alla strage. Il 16 marzo all’alba il fioraio Antonio Spiriticchio trova squarciate le uqattro gomme del suo furgone, in modo da impedirgli di raggiungere il suo chiosco nell’angolo esatto tra via Stresa e via Fani dove si concentravano le avanguardie brigatiste. La moglie di Moro, Eleonora, inascoltata, chiederà come potessero i brigatisti essere certi che, quella mattina, il marito avrebbe seguito proprio quell’itinerario, rivelatosi fatale. In contemporanea con la strage, verrà segnalato in via Fani il colonnello del Sismi Camillo Guglielmi, già istruttore dei corsi segreti di “Gladio” alla base di Capo Marrargiu, in Sardegna (dove verrà scoperto un arsenale brigatista); mentre dalla dotazione Nasco nell’isola proverranno alcuni bossoli rinvenuti in via Fani, mentre al reparto “Rus” dei Servizi viene riferita la stampante Ab-Dik (oggetto di depistaggio dall’allora generale Santovito), utilizzata dai brigatisti per i comunicati durante il sequestro, portata nella tipografia-base brigatista di via Foà dal capo BR Mario Moretti.

VIA FANI, TERRITORIO DEI SERVIZI SEGRETI. Interrogato sul motivo del suo passaggio nel luogo e in concomitanza della strage, alle 9 mattutine, il colonnello Guglielmi fornirà una spiegazione inverosimile: «Stavo recandomi a pranzo da un amico». Nel citato “Memorandum Ravasio”, viceversa, si sostiene che Guglielmi sarebbe stato mandato sul luogo dal diretto superiore Pietro Musumeci, allarmato dalla soffiata di un informatore. Quello che è certo, è che condomìni e condòmini che si affacciano sulla scena della strage, in via Fani, sono in larga maggioranza, per non dire nella quasi totalità, legati a società facenti capo ai servizi segreti. Come le due auto parcheggiate strategicamente a sinistra e a destra dell’agguato, in modo da ostruire la visuale ed impedire eventuali vie di fuga alla scorta di Moro: rispettivamente, la Mini Cooper di un ex arruolatore di sabotatori di Gladio, la struttura paramilitare coperta con funzioni di antiguerriglia di cui Moro rivela l’esistenza nel Memoriale stilato durante la sua prigionia, che incredibilmente le Br sceglieranno di censurare; e la Austin Morris di proprietà di una società fittizia riconducibile ai Servizi, parcheggiata proprio al posto del furgone del fioraio Spiriticchio.

UN BLITZ DA VERI PROFESSIONISTI. Nell’arco di pochi istanti il blitz di via Fani viene risolto con efficacia micidiale. Da parte terrorista vengono esplosi 91 proiettili (6 dalla scorta), 49 dei quali da un unico mitra, uno Sten o uno Fna 43 maneggiato, secondo diversi testi, in particolare da un benzinaio esperto d’armi, da un uomo che si muove con tecnica specializzata. Non verrà mai identificato e su di lui le ipotesi si sprecheranno: da un professionista del Mossad (in antichi e costanti rapporti con le Br…), a uno dei Servizi della Germania Est, fino ad un ex mercenario calabrese che graviterebbe nell’orbita dell’eversione di sinistra. Ma si parla anche di un ruolo svolto dall’Olp palestinese. Dagli archivi di polizia spariscono alcune foto segnaletiche prese in via Fani, sia a bordo di una «A 112», sia «tra i frequentatori di un appartamento in via Gradoli» (covo del capo Mario Moretti insieme a Barbara Balzerani, fatto emergere in una plateale messinscena il successivo 18 aprile, anche questo nella disponibilità dei servizi segreti).

I proiettili esplosi in via Fani, dal particolare rivestimento “trattato”, fanno parte di un arsenale in dotazione all’esercito: sono munizioni non convenzionali, ricondotte a una dotazione Gladio, forse con significato terribilmente allusivo. Lo stesso particolare delle divise dell’Alitalia indossate dai terroristi, lungi da improbabili intenti mimetici, sembra semmai utile a creare elementi di distinzione in presenza di soggetti estranei alla formazione brigatista. Sulla vicenda le ricerche sono state sempre carenti, così come sui due misteriosi motociclisti a bordo di una Honda (da cui parte una raffica che miracolosamente risparmia un testimone in motorino, l’ingegner Alessandro Marini), coperti da totale reticenza dei terroristi. Lo stesso numero dei componenti il commando ha oscillato nel tempo: dai 9 iniziali si è passati a 10, poi 12 e oggi viene ipotizzato in non meno di 14 unità (ma c’è anche chi si spinge a contare fino a 20 elementi coinvolti). Anche su questo, oscurità e contraddizioni degli ex brigatisti si sprecano. Due di loro, Alessio Casimirri e la moglie Rita Algranati, verranno fatti fuggire dai Servizi in Nicaragua, dove Casimirri resta tuttora inaccessibile, mentre lei venne catturata nel 2004 all’aeroporto del Cairo con Maurizio Falessi, già dell’Ucc-Unione comunisti combattenti, dopo prolungata latitanza in Algeria.

IL RUOLO AMBIGUO DELLA SIP. Subito, pochi istanti dopo la strage di via Fani, a cadaveri ancora caldi, ombre lunghe e particolari sinistri prendono corpo. A due giorni dall’agguato, a Milano vengono uccisi due giovani militanti del centro sociale Leoncavallo, in zona Lambrate: sono Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci. Particolare sconcertante, Tinelli abita in via Monte Nevoso, frontalmente al numero 8 dove, il 1° ottobre successivo, gli uomini del generale Dalla Chiesa avrebbero fatto irruzione scoperchiando il covo brigatista più importante d’Italia: frequentato da nove elementi, vi è custodito, tra l’altro, una parte del memoriale Moro (una versione più ricca, ma non ancora completa, salterà fuori dallo stesso covo, sempre tenuto sequestrato, esattamente 12 anni dopo). L’intera area teatro del cruento sequestro viene colpita da un black out delle linee telefoniche: presto si scoprirà che la Sip, ovviamente supervisionata dai Servizi di sicurezza, è controllata dalla P2, e che infiltrazioni brigatiste vi sono piazzate a vari livelli. Il 15 marzo, alla vigilia della strage in via Fani, il sistema di sicurezza della Sip viene allertato. La Sip – ai cui vertici siede il piduista Michele Principe – saboterà scientificamente le indagini fino alla morte di Moro. Anche il colonnello Antonio Esposito, incaricato delle operazioni speciali al centralino Sip, risultava iscritto alla P2: il suo numero di telefono verrà trovato nel covo del capo della colonna romana delle Br Valerio Morucci, autore della telefonata con cui, dalla stazione Termini, veniva annunciata l’esecuzione di Moro.

I SOSPETTI SULLA 128 USATA DURANTE IL RAPIMENTO. Dal materiale investigativo scompare un rullino di fotografie scattate in via Fani da un giornalista dell’agenzia Asca, Gherardo Nucci, raggiunto da ignote minacce. Va ricordato che elementi della mafia siciliana e calabrese entreranno, a vario titolo, nei contatti sulle ricerche di Moro, e che a più riprese sono state ipotizzate presenze straniere. Pure diversi tracciati di conversazioni telefoniche, contenenti informazioni importanti, risulteranno manomessi. Persino la targa della 128 brigatista tamponata dalla macchina di Moro risulta artefatta in modo sospetto: rubata l’11 aprile 1973 dalla vettura di un diplomatico venezuelano. Lo stesso veicolo scompare per poi riapparire misteriosamente, prima dell’alba del 17 marzo, parcheggiato in via Licinio Calvo, non lontano dal luogo della strage. Proprio la targa, intestata al Corpo Diplomatico, lascia aperti altri interrogativi: perché munire una vettura così strategica di un contrassegno tanto vistoso, e, oltretutto, dalla storia tortuosa: rubata e riemersa più volte, circostanza che non poteva risultare ignota alle Forze di sicurezza? Peraltro, diversi testimoni oculari (tra cui agenti di polizia) la ricorderanno, all’indomani dell’eclatante azione di via Fani, al punto da rievocarne persino le prime cifre. La targa è contrassegnata “CD19707”.

Dubbi e incongruenze non risparmiano il covo del sequestro, né i suoi tenutari. Anche sul trasporto di Moro da via Fani al covo di via Montalcini, come a dire dal centro di una città in stato d’assedio fino alla lontana periferia, non esistono certezze e sussistono, invece, difformità anche clamorose nei ricordi dei brigatisti, i quali si sono contraddetti ad oltranza sui percorsi seguiti, sugli orari, sui mezzi adoperati e perfino su chi li guidava. La circostanza più incredibile porterebbe a credere che l’ostaggio, rinchiuso in un cassa, sia stato lasciato per diverso tempo all’interno di un furgone nel parcheggio sotterraneo di un grande magazzino assai frequentato, e per di più incustodito. Altro risvolto difficilmente spiegabile, la totale libertà di circolazione dei rapitori, che non incontrano alcun mezzo di polizia, non vengono praticamente notati da nessuno, non subiscono neppure gli inevitabili ritardi di un traffico mattutino micidiale a Roma.

LE VERSIONI CONTRADDITTORIE DELL’OMICIDIO. Anche le modalità dell’omicidio di Moro, nel garage di via Montalcini, destano perplessità: sia Moretti, che Gallinari, che Braghetti, che lo stesso Maccari (il fantomatico “quarto uomo”, morto prematuramente in carcere per attacco cardiaco) offrono particolari non solo divergenti, ma totalmente contraddittori sull’arma usata, su chi la utilizzò, sui fazzolettini usati per tamponare il sangue, sulla tempistica, sul luogo dell’avvenuta esecuzione, sulle modalità del trasporto di Moro ancora vivo dall’appartamento all’auto. Tra i dubbiosi, il pm Antonio Marini: «Sparare a Moro nel garage di via Montalcini poteva essere un rischio non da poco…».

LE LETTERE DI MORO MAL INTERPRETATE? Un elemento non sembra essere stato approfondito in sede di indagine. In una delle prime lettere, rivolte a Cossiga, Moro scrive testualmente: «Mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato, sottoposto a un processo popolare che può essere opportunamente graduato…». La formula sembra alludere a una condizione di sudditanza in mano brigatista; nessuno sembra averla interpretata in altro modo possibile, ovvero una indicazione del luogo in cui lo statista viene tenuto, consistente in un vano sotterraneo, o nei piani bassi, di un condominio popolare, popoloso, provvisto di ascensore, mai controllato. Sembra comunque più che probabile che via Montalcini non sia stato l’unico covo ad ospitare Moro: il sempre informato Mino Pecorelli accennerà, nel consueto stile sibillino, a un altro rifugio, «dalle parti del ghetto», dove in effetti risultano diversi stabili oggetto dell’attenzione degli inquirenti, oltre ad una sede dei Cavalieri di Malta contigua ad un ufficio coperto dei Servizi italiani. Nella stessa via vengono anche individuati addetti del Corpo Diplomatico, e si ricorderà che la Fiat 128 bianca utilizzata da Mario Moretti nell’agguato di via Fani ha una targa riferita al Corpo Diplomatico, dalla storia tortuosa.

TANTE INDIZI IGNORATI DAI MAGISTRATI. Altre imbeccate, che la magistratura lasciò inspiegabilmente cadere, suggeriscono un rifugio «avente carattere di extraterritorialità», come ipotizzato dal questore di Roma. Queste e altre circostanze sono tuttora oggetto di indagini da parte della Commissione parlamentare d’Inchiesta, la cui corsa a ritroso contro l’oblio sembra farsi di anno in anno più disperata. Moro venne fatto ritrovare cadavere, nella celeberrima R4 rossa, il 9 maggio in via Caetani, a metà fra le sedi Dc e PCci: fu l’esito inopinato e fatale di una trattativa, abbondantemente in corso, per liberarlo. Lo psichiatra Steve Pieckenik, del dipartimento di Stato Usa, aggregato dal ministro dell’Interno Cossiga al comitato di crisi per la gestione del sequestro Moro, ha più volte rivendicato un ruolo primario nell’aver manipolato la trattativa, e in particolare le Br, in modo da imporre il sacrificio di Moro per superiori ragioni di equilibrio geopolitico e strategico.

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