I Vespri Siciliani, quando un popolo buono si stanca d’essere oppresso

30 marzo

“Guarda qua: cosa sono questi?”.
L’uomo osserva il suo vicino: gli sta mostrando un mucchietto di ceci che ha tra le mani. “Ciciri” risponde l’uomo, in siciliano. Ma gli esce una c un po’ troppo strascinata e la r moscia: “scisciri”.

di Arnaldo Casali da 

Prima ancora che possa realizzare di essere stato tradito dal suo accento francese, gli arriva una coltellata in pieno petto e un fiotto di sangue gli schizza dalla bocca. Un invasore di meno. Avanti un altro.

Così il massacro procede tutta la notte. E il giorno dopo e il successivo. Nobili, borghesi e popolani girano per le strade armati fino ai denti, mostrando ceci ai passanti e chiedendone il nome. Chi sbaglia la pronuncia è morto.

BandieraSicilia

La bandiera giallo-rossa, con al centro la Triscele e che diverrà il vessillo di Sicilia, venne adottata durante la guerra del Vespro. Il giallo simboleggia Corleone e il rosso Palermo, confederate per la rivolta.

Perché chi sbaglia la pronuncia è un francese, un angioino, un nemico. Il momento della riscossa di Palermo è arrivato; e poi anche di Corleone, Taormina, Messina, Siracusa, Augusta, Catania, Caltagirone: tutta la Sicilia si rivolta contro i francesi al grido di “Antudo!” (Animus Tuus Dominus, “Il tuo coraggio è il Signore”) sotto la bandiera gialla e rossa dominata dalla Trinacria, la dea con tre gambe che simboleggia la regione dalle tre punte da prima ancora della dominazione ellenica.

Quella greca era stata la prima di una lunga serie di civiltà che aveva visto succedersi sul trono siciliano, nel corso dei secoli, cartaginesi, romani, bizantini, islamici e normanni. Poi, con il matrimonio tra la principessa normanna Costanza d’Altavilla e l’imperatore Enrico VI di Svevia, figlio di Federico Barbarossa, il Regno di Sicilia era stato unito al Sacro Romano Impero di Germania nella figura di Federico II, lo “Stupor mundi”, che era riuscito a creare una perfetta sintesi di tutte le etnie che avevano fatto della Sicilia una terra unica per ricchezza culturale.

Quando, dopo la sua morte, aveva assunto la reggenza il figlio Manfredi però, era scoppiato il caos a causa dell’ostilità crescente del Papa, che vedeva il suo stato sempre più schiacciato, tanto a nord quanto a sud, dai territori degli Hohenstaufen. Il pontefice aveva scomunicato prima il padre, poi il figlio. E mentre Manfredi sposava sua figlia Costanza al Re di Aragona Pietro, a Roma si cercava un sovrano che spodestasse gli svevi: dopo aver tentato inutilmente in Inghilterra con il figlio di Giovanni Senza Terra, il Papa era riuscito a convincere Carlo d’Angiò, fratello del Re di Francia Luigi IX, che il 26 febbraio 1266 con la battaglia di Benevento sconfisse Manfredi – morto in battaglia con disperato onore – e conquistò il Regno di Sicilia.

Dal manoscritto chigiano della Cronica del Villani. Incoronazione di Manfredi

Incoronazione di Manfredi, dal manoscritto chigiano della Chronica del Villani.

Il nuovo governo però era il più dispotico che i siciliani avessero mai conosciuto: il parlamento non veniva più convocato, Carlo sceglieva funzionari governativi stranieri, il commercio era passato nelle mani di mercanti e banchieri toscani e il peso dei prelievi fiscali, necessari per mantenere il grande apparato militare e amministrativo angioino, era diventato insopportabile. Tanto più che il clero, per gli accordi sottoscritti da Carlo con Clemente IV, veniva esentato dal pagamento delle imposte.
La nobiltà siciliana aveva invocato così l’intervento di Corradino di Svevia, nipote di Manfredi e ultimo discendente della dinastia degli Hohenstaufen, che era sceso in Italia. Ma era stato tradito, sconfitto, catturato e decapitato a Napoli, in piazza del mercato, il 29 ottobre 1268.

La ritorsione angioina non aveva tardato a farsi sentire: Carlo aveva sostituito i baroni ribelli con nobili francesi, confiscato tutti i beni agli avversari e trasferito la capitale del regno da Palermo a Napoli.

Negli anni seguenti gli Angiò si erano mostrati insensibili a qualunque richiesta di ammorbidimento e avevano praticato rappresaglie, usurpazioni, soprusi e violenze. I siciliani guardavano con speranza ad occidente, dove Pietro d’Aragona – legittimo erede degli svevi – era impegnato nella riconquista della penisola iberica in mano agli arabi, ma anche ad oriente, dove l’impero bizantino stava entrando in conflitto con l’espansionismo angioino, e a nord, con il Papa che appariva l’unico mediatore possibile.

Nulla però si era mosso, e anche il nuovo papa – Martino IV – era un francese filoangioino.

Drouet trafitto dalla spada viene ucciso, da I Vespri siciliani di Francesco Hayez (Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea).

Drouet trafitto dalla spada viene ucciso, da I Vespri siciliani di Francesco Hayez (Roma, Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea).

La goccia che fa traboccare il vaso scende dalla divisa del soldato Drouet, il 30 marzo 1282.
È il tramonto del lunedì di Pasqua, a Palermo, e una coppia di aristocratici sta entrando nella chiesa del Santo Spirito per la celebrazione dei Vespri. Drouet, di ronda, ferma la coppia per un controllo. Anziché perquisire l’uomo, però, perquisisce la moglie e con la scusa di cercare armi sotto le sue vesti, la palpeggia rozzamente. La donna protesta e viene insultata: per lo shock sviene. A quel punto il marito non ci vede più: come una furia aggredisce la guardia, gli toglie la spada e con quella stessa spada lo uccide.

Quasi fosse il segnale che la città aspettava da anni, tutta la popolazione si rivolta contro i soldati francesi e poi contro i civili e poi contro chiunque abbia anche soltanto l’odiato accento transalpino, al grido di “Mora! Mora!”.

L’insurrezione dilaga in poco tempo in tutta l’isola, la caccia al francese diventa una vera e propria carneficina. Quelli che riescono a scappare si rifugiano sulle navi e prendono il largo.

Tra gli organizzatori della rivolta c’è anche Giovanni da Procida, medico di Federico II – l’unico che riuscirà ad arrivare fino alla fine – e a ogni barone vengono assegnati dei territori da controllare. Palermo si proclama indipendente mentre tutta la Sicilia è sollevata.

Pietro III d'Aragona sbarca a Trapani, manoscritto della Biblioteca Vaticana.

Pietro III d’Aragona sbarca a Trapani, manoscritto della Biblioteca Vaticana.

Carlo d’Angiò, appoggiato ovviamente dal Papa, manda in Sicilia 24.000 cavalieri e 90.000 fanti per sedare la rivolta. Pietro III di Aragona, però, si decide finalmente ad accettare la corona dai Siciliani e muove contro i francesi.
Carlo viene sconfitto nel settembre 1282 e fa ritorno a Napoli, lasciando la Sicilia nelle mani degli aragonesi. Martino IV, neanche a dirlo, scomunica siciliani e catalani.

Il 31 agosto 1302 con la pace di Caltabellotta verrà firmato il primo accordo ufficiale tra aragonesi e angioini, che prevede però un matrimonio tra Federico III d’Aragona ed Eleonora d’Angiò, e quindi il ritorno della Sicilia ai francesi. La guerra continuerà ancora con gli angioini sostenuti, oltre che dal papato, dal Re di Francia e dai guelfi fiorentini, e gli aragonesi appoggiati dai tedeschi, dal Re d’Inghilterra, dai ghibellini e dagli spagnoli. Intanto anche le famiglie nobili siciliane finiranno per dividersi in due partiti, quello catalano e quello svevo-ghibellino, dando luogo a una guerra civile.

La guerra del Vespro si concluderà ben novant’anni dopo, con il Trattato di Avignone firmato il 20 agosto 1372 – sotto la mediazione di papa Gregorio XI – dall’aragonese Federico IV di Sicilia e Giovanna d’Angiò regina di Napoli, di cui Federico si riconoscerà vassallo.
In realtà nei decenni successivi la Sicilia verrà annessa al Regno di Aragona, per tornare infine ad unirsi a Napoli sotto la dinastia catalana.

 

Invia ad un amico Invia ad un amico     Stampa questo post Stampa questo post

Lascia un commento

*

* Attenzione: i commenti sono moderati. Storia In Rete si riserva la possibilità di non pubblicare commenti offensivi, lesivi dell'altrui reputazione, o comunque contro le leggi in vigore. In ogni caso, i commenti pubblicato non riflettono necessariamente la linea editoriale di Storia In Rete, che si impegna a stimolare e diffondere un dialogo il più possibile rispettoso di tutte le posizioni.