Sofia Gnoli: “Eleganza fascista. Come la moda si affermò nel Ventennio”

23 maggio

Fasciste e fasciate. Da splendidi vestiti – la storica della moda Sofia Gnoli pubblica ‘Eleganza fascista’: come la moda italiana si affermo’ nel ventennio – La battaglia di Marinetti contro ‘le stoffe dolci che distruggono nel maschio l’assaporamento della carne femminile’ – il matrimonio di Edda Mussolini e Galeazzo Ciano – Le pellicce d’estate – le zeppe di sughero.

Da del 22 maggio 2017

Storia, moda, donne e regime sono gli ingredienti principali di “Eleganza Fascista”, il libro di Sofia Gnoli (Carocci Editore) che attraverso documenti inediti e rare testimonianze, ripercorre la storia dell’affermazione della moda italiana, a partire dagli anni Venti, fino al suo grande riconoscimento internazionale dopo la Seconda guerra mondiale. sofia gnoli eleganza fascista

BATTAGLIE CONTRO IL LUSSO
Era il 1920 quando Marinetti elaborò il manifesto Contro il lusso femminile in cui condannava la cosiddetta “toilettite” e difendeva la naturalezza del corpo in contrapposizione a uno stile artificiale e decadente: “i gioielli e le stoffe dolci al tatto distruggono nel maschio l’assaporamento tattile della carne femminile”. Di tutta risposta, Lydia de Liguoro, direttrice della rivista patinata Lidel, nonché sfegatata promotrice di una moda italiana svincolata dall’influenza parigina, tuonò: “non bisogna combattere contro il lusso, ma contro il lusso d’importazione straniera”.

SARTINE
Alla moda confezionata le signore preferivano ancora le consuete sartine. “Le mie predilette” scriveva Irene Brin “sono le sartine indipendenti, le isolate, che abitano una periferia percorsa da treni e cuciono nella stanza da letto, misurano nella sala da pranzo (c’è sempre un grosso tavolo con tappeto di pizzo ed aspidistra in vaso d’ottone, ed il lume trema al passaggio dei camion)”.

MATRIMONI
La Casa Reale e la famiglia del Duce contribuirono nel 1930 all’affermazione della moda italiana con due grandi matrimoni sfruttati propagandisticamente dal Regime per ‘lanciare’ uno stile nostrano.

Sfarzosissimo fu quello celebrato nella Cappella Paolina del Quirinale l’8 gennaio tra il principe ereditario Umberto di Savoia e Maria José del Belgio, il cui abito nuziale fu confezionato dalla sartoria Ventura, si disse, su bozzetto dello stesso principe. Il 24 aprile dello stesso anno si celebrarono a Villa Torlonia le più borghesi nozze tra il conte Galeazzo Ciano e la figlia del Duce che indossava un vestito della sartoria Montorsi.
Come si legge su Moda: “Edda Mussolini, illuminata dalla sua giovinezza, appariva raggiante nel suo abito di raso candidissimo che le inguainava la svelta figura e che rappresentava un nuovo miracolo di eleganza nell’industria nazionale.

UNO STILE ITALIANO
“Perché guardare solamente oltralpe, quando anche da noi abbonda tanto materiale che può essere di ottima ispirazione?”, si chiedeva Vera nel 1933 sulle pagine di La Donna. Il 12 aprile di quell’anno venne inaugurata a Torino la Prima Mostra Nazionale della Moda. Se il Duce spedì un telegramma di auguri: “Se l’inizio è buono il seguito sarà migliore, si tratta di avere fede”. La regina Elena “tagliando la fragile barriera di quel nastro tricolore” fu la madrina della cerimonia di apertura della manifestazione.

TESSILI DEL FUTURO
“La donna del 3000 si vestirà, probabilmente, con tessuti metallizzati” notava nel 1939 Pietro Merli, capo dell’ufficio propaganda dell’azienda De Angeli Frua. “I nostri vecchi si vestivano con tessuti di lana, di cotone, noi intanto, uomini del XX secolo, ci vestiamo col lanital e col fiocco. Il lanital e il fiocco non sono succedanei; sono prodotti tessili nuovi, della nostra epoca: costituiscono un progresso. Il lanital è ‘super-lana’, il raion è ‘super-seta’, il fiocco è ‘super-cotone’. C’è stata l’età della pietra, l’età del cotone. Ora siamo nell’età del raion”.

SPALLINE
Anche sull’onda dell’influenza esercitata da Joan Crawford attraverso i suoi film, le spalline erano diffusissime. Al punto che spesso, come scriveva nel 1936 Mario Vigolo sulle pagine di Moda: “la spalla forma uno dei motivi più salienti della nuova moda. Non è anzi azzardato il dire che qualche volta è la spalla che forma il modello. Ne abbiamo viste di esageratamente sagomate, ricche di pieghine e di nidi d’ape, altre con spalle dritte sostenute internamente con fili di ferro. E di conseguenza le maniche sono amplissime, pieghettate qualche volta e strette al polso da un nodo o da un cordone dello stesso tessuto”.

TURBANTE
Nonostante il successo che avrebbe trasformato questo copricapo in uno dei simboli della moda dell’epoca, il 10 agosto 1939 sulla Gazzetta del Popolo si legge: “Questa foggia di cappello, a parer nostro, non potrà avere gran voga, prima di tutto perché è complicata, poi perché richiede un abbigliamento in tutto raffinato, infine perché si addice ad una minoranza di donne”.

PELLICCE ESTIVE
Vera costante della moda del ventennio, la pelliccia era di moda anche d’estate. Lo conferma nel giugno del 1938 Vita femminile, dove si legge: “è prevedibile che le pellicce non cadano nel consueto letargo estivo, ma che saranno più che mai presenti nei mesi caldi”.

ZEPPE DI SUGHERO
Salvatore Ferragamo con le zeppe di sughero fu il pioniere di uno stile nazionale in un momento in cui ancora non esisteva una vera e propria moda italiana. Lo notava già nel 1939 L’Illustrazione Italiana dove si legge: “Ferragamo è riuscito a creare una moda che prima non esisteva, quella delle calzature femminili, ed a procurarsi una notorietà internazionale”.

A differenza dei paesi anglosassoni, che allo scoppio della guerra vararono una sorta di moda di Stato, il nostro Paese, visto il valore propagandistico che il regime attribuiva alla moda, non mostrò molti segni di mutamento. Dov’è la guerra? «La guerra c’è ma non si vede», si legge sulla didascalia di un servizio comparso su Dea (luglio 1940). “Accanto alla sobria tenuta da sera dei due uomini, il bell’abito di velo di rodia della ragazza, reduce dalla veglia danzante, l’avvolge come in una nuvola leggera, atta a renderla ancor più seducente”.

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