La giornata della Memoria sudista e l’uso politico della Storia

7 agosto

Già nei mesi scorsi alcuni esponenti del Movimento cinque stelle hanno presentato, nei rispettivi Consigli regionali di diverse regioni del Sud (Puglia, Campania, Abruzzo, Molise), una mozione affinché venga istituita in una specifica data di ogni anno, al momento identificata con il 13 febbraio, la ricorrenza della «Giornata della Memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia». Al ricordo di coloro che perirono in ragione dei combattimenti che si accompagnarono alle campagne militari ma anche e soprattutto delle violenze che vengono attribuite alle forze armate piemontesi, nelle intenzioni degli estensori e dei promotori dell’iniziativa – che deve essere approvata dalle quattro assemblee legislative regionali nella loro individualità – dovrebbe accompagnarsi anche quello dei «paesi rasi al suolo».

di Claudio Vercelli da moked/מוקד il portale dell'ebraismo italiano del 6 agosto 2017

Il parlamentare pentastellato Sergio Puglia, intervenendo nell’aula del Senato il 28 febbraio 2017, aveva caldeggiato una tale deliberazione, inoltre affermando che: «Il tempo è maturo per fare una riflessione e analizzare cosa accadde alle popolazioni civili meridionali e quanto ancora ci costa nel presente. Nei testi scolastici si fa appena un accenno. Chiediamo solo la verità». Peraltro, a rinforzare il concetto, lo stesso senatore aveva ribadito, in quella occasione, che: «Se io fossi uno scrittore contemporaneo avrei iniziato così il mio libro: “non sapevo che durante l’annessione fecero al Sud quello che i nazisti avevano fatto a Marzabotto e cancellarono per sempre molti paese […] in operazioni antiterrorismo come i marines in Iraq; non sapevo che nelle rappresaglie si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali come nei Balcani durante il conflitto etnico; ignoravo che i conquistadores ebbero il diritto di saccheggio nelle città meridionali come i lanzichenecchi a Roma; ma lo scrittore Pino Aprile mi ha preceduto”…» rimandando poi ai «martiri meridionali dimenticati del Risorgimento». Come ben sappiamo, le parole sono pietre. La reductio ad Hitlerum (o ad nazium), come avrebbe detto Leo Strauss, è infatti immediatamente dietro l’angolo. L’espressione, per intenderci, ha un valore ironico volendo indicare, sotto forma di falsa citazione latina, una tattica oratoria o argomentativa mirante a squalificare un interlocutore con il compararlo immediatamente ad Adolf Hitler o al Partito nazista. Meno ironica è l’associazione, che nella mente di molti diventa diretta equiparazione, tra i morti durante il periodo dell’unificazione italiana e le stragi tedesche nel corso dell’occupazione dell’Italia, a volere suggerire che i fatti avvenuti tra il settembre 1943 e la fine di aprile del 1945 sono il metro su cui misurare vicende occorse ottant’anni prima. Non di meno, ed è la seconda suggestione che in tale modo passa, l’impianto interpretativo di fondo è che il processo di unificazione fu, nel suo complesso, un evento storico consumatosi ai danni della popolazione locale, traducendosi anch’esso – così come si dice oramai di altre vicende – in una «guerra civile» il cui obiettivo era di imporre, attraverso il sistematico ricorso alla coercizione esercitata dall’esercito sabaudo e dagli uomini di Garibaldi, una condizione di «occupazione».

La data scelta, quella per l’appunto del 13 febbraio, ricorda la caduta della piazzaforte di Gaeta nel 1861, quando le truppe del Regno delle Due Sicilie, dopo avere resistito per più di tre mesi all’assedio dell’esercito del Regno di Sardegna, comandato dal generale Enrico Cialdini, furono costrette a sottoscrivere l’armistizio e quindi la cessazione ufficiale delle ostilità. Il giorno successivo, Francesco II di Borbone, ultimo re delle Due Sicilie, e la moglie Maria Sofia, prendevano la via dell’esilio, venendo accolti nello Stato pontificio. A beneficio dei lettori varrà la pena di ricordare che il trattato di capitolazione di Gaeta stabiliva, tra le altre cose, che: «Gli ufficiali conserveranno le loro armi, i loro cavalli bardati e tutto ciò che loro appartiene e sono falcoltati altresì a ritenere presso di loro i trabanti rispettivi». A tutti gli ufficiali del disciolto esercito borbonico vennero quindi concessi due mesi di tempo, per decidere se riprendere servizio nell’esercito piemontese conservando il grado militare di provenienza, o se essere prosciolti dalla ferma militare. Misure similari furono assunte in più di un caso nei confronti della truppa la quale, in parte, era passata anzitempo nei ranghi dell’esercito piemontese. Detto ciò, non essendo questo il luogo per ricostruire le innumerevoli vicende che si accompagnarono al processo di unificazione, basta rimandare a quelle intere biblioteche che sono state scritte al riguardo, dove gli eventi che portarono all’Unità, e ad essa fecero seguito, sono resi oggetto di un’ampia disamina.

Va da sé che allo stato attuale delle conoscenze la variegata e corposa ricerca storiografica riesca comunque a soddisfare quel bisogno di conoscenza che presuppone la voglia di comprendere i fenomeni storici nella loro complessità. Senza metterci sopra etichette di comodo. Condotta che, peraltro, dovrebbe valere per qualsiasi fatto storico. Mentre si è sempre più radicata, nella scaffalatura di certe librerie, una pubblicistica che in questi ultimi lustri ha recuperato, rinverdendolo, il gusto dell’enfasi polemica, leggendo l’intero processo d’unificazione sotto la lente esclusiva dell’espropriazione, della falsificazione e dell’imposizione violenta della volontà “settentrionale”. Qualcosa, per intendersi, di molto diverso da un’analisi critica, in grado di rendere conto delle effettive discrasie che si sono accompagnate al farsi del Risorgimento. Poiché quest’ultimo, agli occhi del movimento dei cosiddetti «neoborbonici», avrebbe invece consegnato un Sud d’Italia, altrimenti già libero, armonico e prospero, ad un dominio feroce, macchiato da massacri e stragi, subordinandolo infine agli interessi “stranieri”, espressi dal cinico calcolo della classi dirigenti del Nord del Paese. Il 4 luglio scorso, con il parere favorevole del Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e il voto di un gran numero di componenti dell’Assemblea regionale, è passata la mozione del Movimento cinque stelle, presentata dalla consigliera Antonella Laricchia, già candidata alla presidenza nelle elezioni del 2015. In Puglia, dal prossimo 13 febbraio, si celebrerà la «giornata della memoria» per le vittime dell’Unità d’Italia. La Giunta regionale a tale riguardo dovrà inoltre avviare, sempre nello stesso giorno, tutte quelle iniziative di propria competenza con l’obiettivo di «promuovere convegni e eventi atti a rammentare i fatti in oggetto, coinvolgendo anche gli istituti scolastici di ogni ordine e grado». Deliberando in tale modo, gli organismi legislativi della Regione Puglia accolgono quella visione della storia che è propria di una fazione revisionista, la quale estremizza tutti i dati del passato, così come le loro interpretazioni, all’interno di un affresco dell’unificazione risorgimentale dell’Italia che la riduce a mera vessazione (le «procedure di annessione del Mezzogiorno»).

A tale riguardo, diversi docenti delle Università di Bari, Foggia e Lecce, si sono pronunciati contro l’istituzione della ricorrenza. Così per parte dell’ateneo barese: «Le propaggini estreme di un meridionalismo ‘piagnone’ e rivendicazionista, del tutto opposto al meridionalismo degli Sturzo, Salvemini e Gramsci, si coagulano in una operazione che riporta al centro il primato neoborbonico». L’operazione politica solleva molte perplessità e rilancia la questione dell’uso pubblico della storia, ovvero del suo abuso non solo nel dibattito collettivo ma anche e soprattutto per parte della politica. Un primo dato è l’accanimento con il quale il ceto politico della cosiddetta seconda Repubblica si è impegnato ad approvare leggi o norme basate su una concezione fortemente estensiva della «memoria», intesa come forma di pedagogia pubblica. Ad un elenco superficiale, insieme alla legge 211 che il 20 luglio 2000 ha istituito il «Giorno della Memoria», si sono accompagnate la legge del 30 marzo 2004 che indica il 10 febbraio «Giorno del Ricordo» in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo italiano dalle terre istriano-dalmate; la legge del 15 aprile 2005 che istituisce il «Giorno della Libertà», in data 9 novembre, in ricordo dell’abbattimento del muro di Berlino; la legge del 4 maggio 2007 che dichiara il 9 maggio «Giorno della Memoria» dedicato alle vittime del terrorismo; la legge del 12 novembre 2009 che introduce quella data come «Giornata del Ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace», fino all’istituzione della «Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie», fissata per il 21 marzo.

A ciò si aggiunga anche solo il 25 aprile, il 1° maggio, il 2 di giugno, il 4 novembre (insieme a molto altro). Il problema non sta nel chiedersi quanto le singole ricorrenze possano valere e cosa possano significare per la collettività, essendo peraltro il prodotto di decisioni politiche e, quindi, il risultato delle contrattazioni che, in sede parlamentare, avvengono tra le diversi componenti partitiche. Semmai la domanda è ben più radicale: un percorso così inflattivo di date e di “memorie”, non rischia di produrre un senso di sgradevole sazietà, frammisto a confusione, dove invece che aiutare i cittadini, soprattutto i più giovani, a capire la rilevanza del passato, e a condividerlo comunemente, si incentiva la fazionalizzazione dei ricordi e, quindi, la loro contrapposizione? Un secondo dato è il filo rosso che unisce queste (ed altre) ricorrenze: le vittime. Tutto il discorso pubblico sulla storia si sta riducendo ad una conta – a volte anche molto discussa nei suoi numeri – delle vittime, insieme alla rivendicazione di una qualche forma di risarcimento pubblico, perlopiù identificato con il diritto (che si fa quasi obbligo) di parlarne ripetutamente, “bombardandone” soprattutto le scuole. Una memoria vittimaria che rischia di trasformarsi in atteggiamento vittimista, usato al limite del ricatto politico nei confronti dell’avversario. Ha osservato Giovanni De Luna: «La centralità delle vittime posta come fondamento di una memoria comune alla fine divide più di quanto unisca. Ogni vittima rivendica per i propri lutti e le proprie sofferenze attenzioni e risarcimenti. Ognuno cerca di gridare il proprio dolore urlando più forte la propria sete di giustizia. E a queste grida corrisponde una babele di linguaggi emotivi che – legittimi nella sfera privata – trasportati nella sfera pubblica alimentano separatezze e conflitti. In realtà, la “repubblica del dolore” che affiora dall’intricata selva delle leggi memoriali sembra incapace di proporre una religione civile condivisa, un patto di cittadinanza fondato su una memoria comune». Una sorta di babele delle rimostranze sui “passati dimenticati” rischia di divenire l’orizzonte sul quale tutto viene schiacciato. Non è una questione solo italiana, rimandando al modo in cui l’Europa cerca di fare i conti con il proprio passato. Scoprendo discontinuità che a volte si trasformano in contrapposizioni: ricordare in Polonia o in Ungheria la Seconda guerra mondiale ha significati diversi da quelli assunti in Germania, in Francia o nel nostro stesso Paese.

Se ciò doveva servire a creare una coscienza europea, sinceramente ne corre. Un terzo elemento è costituto dalla subalternità culturale della classe politica italiana, molto attiva nel promuovere queste iniziative, nella convinzione di assolvere ad una elevata funzione civile. In realtà, così facendo, esprime sempre più spesso la sudditanza alle micro-coalizioni di forze culturali e sociali che cercano di imporre la loro agenda, avvantaggiandosi del dichiararsi titolari e depositarie di un dolore collettivo, per l’appunto quello delle “vittime dimenticate”, che necessiterebbe adesso di essere riconosciuto a prescindere dai riscontri di rilevanza storica e storiografica. Non è un caso se i luoghi del sapere, a partire dall’Università, ne siano completamente scavalcati. La deliberazione del Consiglio regionale della Puglia, infatti, avviene senza che si sia dato corso ad un’appropriata istruttoria di merito, rivelando quindi la sua natura squisitamente politica. Non meno che calco mediatico. E come tale fraintesa dagli stessi protagonisti, che l’hanno vissuta come un atto di ricomposizione (assumersi il carico della «memoria dei martiri») quando invece, in prospettiva, è destinata a rivelarsi fortemente divisiva. Ha osservato Carlo Spagnolo, docente di storia contemporanea all’ateneo di Bari: «Per raggiungere un accordo trasversale tra le forze politiche, nell’illusione di “spoliticizzare” le vittime e creare una unificata memoria meridionale si sono sovrapposte narrazioni incompatibili». Dietro a questo procedimento, che si trasforma in retorica dominante nella comunicazione pubblica, non c’è infatti una nuova e sagace attenzione per il passato ma la riproposizione di temi e motivi minoritari, spesso storicamente poco attendibili se non inaccettabili, che assumono, proprio in quanto tali, le vesti di una specie di contro-narrazione falsamente liberatoria: non di saperi e di condivisioni bensì di risentimenti antichissimi. Un vaso di Pandora, per intenderci. Quasi a volere lasciare intendere che si conta qualcosa se si è stati vittime di qualcuno.

Se la storia deve servire a irrobustire il senso della responsabilità nel presente, e se da ciò deve derivare una cittadinanza attiva, è improbabile che così facendo si ottenga un tale risultato. Ancora Carlo Spagnolo: «Man mano si abbandona la sacralità della narrazione patriottica e antifascista, mentre con la sussidiarietà voluta dal Trattato di Maastricht e la riforma del titolo V della Costituzione si avverte l’esigenza di memorie regionali, che cercano ancoraggio ad unità amministrative mai prima esistite in autonomia. Fragili forze politiche, in cerca di legittimazione storica, reinventano le radici dirette dei loro territori cercandole fuori dalla screditata democrazia dei partiti. Magari in una bolla papale del 1569, come ha fatto il 7 marzo scorso il Consiglio regionale della Toscana. Un bel paradosso, affidare al papato l’emancipazione politica di una regione italiana nota per aver partorito Machiavelli e Guicciardini». Un quarto aspetto è la torsione che sta subendo il fare storia, ossia il riscontro che ad essa non si chieda più di comprendere e spiegare ma di celebrare e rendere “giustizia”, in una sorta di rincorsa senza fine, dove ognuno avrà sempre qualche torto da esibire davanti ad un tribunale della coscienza perennemente convocato. Mai sazio di sentenze. Non si tratta, allora, di affrontare rimozioni, laddove queste esistano; di mettere a fuoco elementi di contesto, eventualmente trascurati; di fare coesistere diverse voci e distinti punti di vista. Semmai si afferma e si conferma nel comune sentire ciò che invece, a parole, si dice di volere contrastare, ossia la primazia degli uni sugli altri. Se la complessità di quel che è stato viene letto con la sola ed esclusiva lente delle ingiustizie, non si rende omaggio a chi le ha realmente subite a suo tempo ma a chi ne capitalizza, in maniera manipolatoria, il suo abuso nell’oggi. A corredo della celebrazione delle vittime meridionali c’è una visione del Sud d’Italia sospesa tra un irrisolto etno-regionalismo di ritorno e un antico identitarismo basato perlopiù sulle offese ricevute.

A volere dire che si conta se si è creditori di qualcuno. Fatto che non esprime emancipazione ma solo subordinazione culturale. Interessante che a farsi latore, almeno in questo caso, delle posizioni neoborboniche, sia stato il Movimento cinque stelle. Il quale rivela, in tale modo, una particolare disposizione d’animo, ponendosi nel solco di quei gruppi che coltivano una passione revisionista che non guarda al futuro avendo fatto i conti con i trascorsi, preferendo semmai schiacciare il tempo a venire alle esigenze di una rivalsa senza fine. In un’ottica che assolve completamente le responsabilità di una parte, il Regno borbonico, per piegare l’interpretazione storica agli affanni politici del presente. Tra l’altro, i confini temporali e i soggetti che dovrebbero essere celebrati in questa circostanza non sono per nulla chiari. Chi sono i «meridionali» vittime dell’unificazione? Quali e quanti vanno compresi in questo novero, incerto anche nel numero (diecimila, centomila o cosa)? Il brigantaggio, come verrà interpretato? Come manifestazione di irredentismo? Si va, in altre parole, verso un terreno scivolosissimo, un piano inclinato sul quale si rischia di precipitare verso il baratro delle astiose polemiche senza fine, dove il vero oggetto è il riproporsi maniacale di contrapposizioni fini a se stesse. Un film già visto, che viene adesso disinvoltamente proiettato da chi si spaccia come “nuovo”, nutrendo con la storia un legame di pura opportunità politica, alla ricerca di consenso attraverso un clamore che del passato ci restituisce solo i rumori di sottofondo, non la complessa partitura sinfonica.

 

Vuoi saperne di più? Leggi  Non ha senso la giornata della memoria sudista di Alessandro Laterza dal Corriere della Sera del 5 agosto 2017

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