I “collaborazionisti” erano traditori? Uno storico israeliano dice di no…

17 novembre

Il 1° novembre, allettato dal titolo (Vichy, non fu solo infamia), mi sono accinto a leggere la sterminata recensione settimanale di Paolo Mieli sul Corriere, dedicata questa volta a un saggio dello storico-filosofo israeliano Avishai Margalit, di prossimo uscita da Einaudi con il titolo Sul tradimento. 

La tesi di Margalit è semplice e più volte dibattuta: fu tradimento quello del maresciallo Pétain (l’eroe della Prima guerra mondiale ) che collaborò con l’occupante nazionalsocialista, avendo però dalla sua parte la grande maggioranza dei francesi?

Certo, ragiona lo storico, ricordato da Mieli, fu tradimento nei confronti nella comunità ebraica, in quanto i poliziotti di Vichy collaborarono a consegnarne i componenti ai tedeschi. Ma le cifre inducono a un ragionamento più complesso. Lo storico paragona la sorte degli ebrei nei paesi ‘collaborazionisti’ con quella degli stessi nei paesi semplicemente occupati. In Francia 77.000 deportati su 350.000. Nel Belgio collaborazionista 29.000 su 66.000. Nell’Olanda occupata 100.000 su 140.000. Nella Jugoslavia occupata 60.000 su  78.000.In sostanza, conclude “per gli ebrei fu meglio vivere sotto un regime collaborazionista”. Sul tradimento

Certo si trattò di una eterogenesi dei fini perché nessun regime collaborazionista fu tale per favorire gli ebrei. Ma un accordo è sempre meglio di nessun accordo e il collaborazionismo “è ciò che di meglio si può fare in alcune circostanze nefaste”. Coloro che detengono il potere e accettano questi accordi “non dovrebbero essere considerati dei traditori ma dei patrioti che hanno il coraggio di scegliere il male minore in una situazione di estrema difficoltà”. Tesi paradossale da parte di uno storico ebreo. Ma è la  tesi più volte sostenuta dallo stesso Mussolini quando affermava di aver accettato di dar vita alla Repubblica sociale per evitare all’Italia la sorte della Polonia. Una tesi ripresa da molti storici e respinta dal vasto mondo del politicamente corretto. E gli ebrei nella RSI, non citati da Mieli  nella sua dilagante recensione? Le cifre oscillano, ma all’incirca si tratta di 7.000 deportati su 45.000 (molti erano provenienti da paesi stranieri). Cifra tragica, ma comunque la percentuale più bassa in assoluto tra i paesi più o meno occupati. Perché dimenticare – tra tanti paesi europei – proprio l’Italia?

Aldo G. Ricci

 

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