Intervista immaginaria a Vittorio Emanuele III. “Non è facile essere re”

19 dicembre

Il Santuario della Natività di Maria Santissima, a Vicoforte, è un luogo che lascia davvero senza fiato. Immerso nel silenzio della natura circostante il piccolo paesino che lo ospita nella provincia di Cuneo, il Santuario di Vicoforte è, nella sua elegante maestosità, un posto che incute rispetto, raccoglimento e anche il più convinto degli atei non può non percepire dentro di sé il respiro di Dio. In questi giorni, è stato al centro dell’attenzione per un evento storico: il ritorno delle salme di Re Vittorio Emanuele III di Savoia e di sua moglie, la Regina Elena, che fanno così ritorno in Italia dall’esilio successivo al referendum del 2 giugno 1946, in cui gli italiani scelsero la forma di governo repubblicana.

di Gianmarco Cenci da L'Indrodel 18 dicembre 2017

All’interno del Santuario siamo solo poche persone. Il clima è solenne, l’atmosfera è carica di attesa. Quello che mi si para davanti agli occhi ha dell’incredibile: Sua Maestà Reale Vittorio Emanuele III in persona, aiutato da due persone che lo sostengono al suo fianco, compie il suo percorso all’interno della Basilica. Il peso dei suoi 148 anni d’età si fa sentire, ma sul suo volto si possono scorgere delle linee di malcelata delusione: non si aspettava, molto probabilmente, che il suo ritorno in Patria avrebbe causato così tante polemiche. L’occasione, però, era unica e quindi, con la massima deferenza possibile, chiedo ai suoi aiutanti il permesso di porgergli qualche domanda, di modo che possa dare agli italiani la sua versione. Questi, consultatisi con l’anziano sovrano, mi danno il regio consenso: recuperano per il Re una sedia semplice, frugale, lontana dalla regalità di un trono, ma il portamento del penultimo Re d’Italia le conferisce una dignità che sembrava sconosciuta a quella piccola sedia di legno.

Il Re è pronto, io (per quanto si possa essere pronti a intervistare un personaggio storico) anche. L’intervista ha inizio.

 

Bentornata, Vostra Maestà. È stato un lungo viaggio?

Lunghissimo, quasi 71 anni di viaggio per tornare a quella che abbiamo sempre considerato casa. Da quando abbiamo abbandonato il suolo patrio per l’esilio ad Alessandria d’Egitto, il nostro unico pensiero era quello di farvi ritorno, un giorno o l’altro. Finalmente questo sogno è diventato realtà e possiamo così dare ristoro alle nostre stanche membra. Anche se non le nascondiamo come le polemiche di questi giorni ci abbiano recato grosso dolore e dispiacere.

Il popolo italiano non Vi ha mai perdonato alcune delle scelte che avete compiuto nel Vostro lungo regno, durato quasi 46 anni. Con i nostri occhi, in effetti, queste scelte appaiono difficili da comprendere e, mi scusiate se mi permetto, ancor più difficilmente giustificabili. Vi spiace se proviamo a rivederle insieme?

Un Re agisce sempre per il bene del proprio popolo. Un tempo avremmo declinato ogni richiesta di spiegazioni, considerandola una mancanza di rispetto, quando non una lesa Maestà. Tuttavia, considerando l’eccezionalità dell’occasione di oggi, ci accingiamo volentieri a dare qualche chiarimento, così che possiamo finalmente riposare in pace. E possiamo far capire che non è stato facile essere Re d’Italia in anni così inquieti.

Vi ringraziamo per l’opportunità, Vostra Maestà. Partirei dunque, in ordine cronologico, con la scelta di affidare il Governo a Benito Mussolini a seguito della Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Il Presidente del Consiglio Luigi Facta aveva preparato lo stato d’assedio per fermare la marcia dei fascisti, ma Voi l’avete respinta e avete consegnato il futuro dell’Italia al fascismo. Per quali ragioni avete compiuto questa scelta?

Per ragioni di natura politica. Come abbiamo già detto, quelli erano anni inquieti. L’Italia era uscita vittoriosa ma molto provata dalla Grande Guerra e, nonostante che mai prima di allora l’Italia fosse stata così unita nel caldo abbraccio del Tricolore, sotto la bandiera che ammantava la nostra penisola fermentavano forze in contrasto fra loro, che avrebbero potuto distruggere quell’Unità che i miei illustri avi avevano faticosamente raggiunto. Il pericolo comunista era molto forte, come testimoniano le grandi proteste di fabbrica del cosiddetto biennio rosso (1919-1920) che facevano spirare anche in Italia quei gelidi venti spiranti dalla Russia, quelli della Rivoluzione. Il timore che l’ordine costituito in Italia fosse sovvertito era molto forte e non potevamo permetterlo: era presente ai nostri occhi che cosa ci sarebbe aspettato. Inoltre, non volevamo che a noi e alla nostra famiglia capitasse ciò che il destino ha riservato alla famiglia imperiale dei Romanov, con Sua Maestà Imperiale lo Zar Nicola IIbrutalmente assassinato dai bolscevichi, e con lui i suoi cari. Dall’altro lato, i fascisti. A quei tempi erano una forza molto rumorosa, ma numericamente non così consistente. La classe dirigente produttiva non li vedeva di cattivo occhio, vista la loro attività anticomunista (fra le altre cose, andavano nelle fabbriche a rimpiazzare gli operai in sciopero), e si facevano promotori e difensori dell’ordine, di cui la borghesia reclama il bisogno. I loro metodi forti, quando non violenti, non erano malvisti, anzi: per molti era proprio ciò di cui l’Italia aveva bisogno, confrontati alla debolezza dei Governi liberali che si erano succeduti dalla fine della Guerra in avanti. Lo straordinario dispiegamento di forze del 28 ottobre era facilmente affrontabile dal nostro Esercito, che poteva contare su una superiorità numerica e di mezzi notevole, ma mi aveva profondamente turbato: e se la firma dello stato d’assedio fosse stata l’anticamera della guerra civile? L’Italia non poteva permettersi una guerra interna, dopo aver pagato un altissimo tributo in vite umane dopo il 15-18. Affidare il Governo all’onorevole Benito Mussolini, capo di un partito allora poco rappresentato in Parlamento e per questo facilmente manovrabile dai più esperti esponenti del partito liberale (come l’onorevole Giovanni Giolitti), non solo era mia facoltà, dati i poteri conferitimi dallo Statuto Albertino, ma mi era sembrata la cosa più saggia da fare per evitare ulteriori violenze. Inoltre, l’onorevole Mussolini sembrava la persona adatta a garantire un po’ di ordine per l’Italia, convinti che sarebbe durato poco tempo.

Un gravissimo errore di valutazione, se posso permettermi.

Un gravissimo errore, certo, ma non bisogna fare l’errore di valutare quegli anni senza averli vissuti e con il senno di quel che poi sarebbe accaduto gli anni successivi.

Se questo può essere vero in questo caso, diventa difficile poterlo sostenere nel caso di tutto ciò che avvenne dopo. Prendiamo il caso più forte: le leggi razziali del 1938. Come mai non faceste niente per difendere gli italiani di religione ebraica?

Quella delle leggi razziali fu, in effetti, una grave mancanza da parte nostra. Da un punto di vista legale, lo Statuto Albertino ha sempre garantito libertà di culto: la religione cattolica era esplicitamente riconosciuta come religione di Stato, ma gli altri culti erano tollerati o, come si disse dal 1889, ‘consentiti’. La legislazione italiana ha sempre permesso a tutti di accedere alle cariche pubbliche a prescindere dalla propria religione. Anche con i patti lateranensi del 1929, nonostante una più forte affermazione della religione cattolica sulle altre, le altre confessioni continuarono a essere rispettate nel nostro Regno. L’alleanza con Hitler cambiò tutto. La nostra Legge Fondamentale continuava a esistere ma, così come era successo in altre occasioni, cominciò a essere ignorata: Mussolini decise di mostrare la vicinanza al suo nuovo alleato e promulgò le leggi razziali nel 1938, dopo aver preparato il terreno con una serie di pubblicazioni a sfondo antisemita. Eppure il Duce aveva provato a distinguersi dal Führer, sostenendo che le proprie leggi si sarebbero limitate a discriminare e non avrebbero perseguitato il popolo ebraico. Intenzioni, queste, ampiamente disattese. Dal canto nostro, ci siamo sentiti bloccati: illudendoci di poter arginare il fenomeno, abbiamo creduto che una nostra presa di posizione forte contro queste sciagurate leggi avrebbe compromesso l’alleanza dell’Italia con il potente vicino tedesco e avrebbe così isolato la nostra penisola sul piano internazionale. L’Italia era stata espulsa dalla Società delle Nazioni a seguito della conquista dell’Etiopia e la Germania era stata l’unica a solidarizzare con noi. Abbiamo sbagliato profondamente. Anche Casa Savoia pagò il suo tributo in termini di vite umane per mano nazista: è il caso di Mafalda, nostra figlia. Ella, che in gioventù aveva sempre dimostrato una predisposizione per la cura ai più sofferenti, era moglie del Langravio di Assia, diventando così cittadina tedesca. A seguito dell’armistizio dell’8 settembre, venne attirata con l’inganno in Germania, dove, in quanto italiana e in quanto Savoia, venne rinchiusa nel lager di Buchenwald, dove morì, fra atroci sofferenze e patimenti indicibili, nel 1944. Pensare che altri milioni di persone abbiano sofferto quello che anche noi abbiamo passato ci addolora profondamente.

[A questo punto, il sovrano ha un mancamento. I suoi aiutanti accorrono a sincerarsi delle sue condizioni, ma con un gesto della mano li rassicura e mi fa cenno di proseguire con le domande]

Vostra Maestà, mi permetto di approfittare della Vostra gentile disponibilità per un’ultima domanda, che riguarda quei turbolenti giorni a seguito dell’armistizio dell’8 settembre. Nei giorni successivi all’armistizio, avete abbandonato la Capitale per riparare prima a Pescara, poi a Brindisi, lasciando, con Roma, l’intero Paese allo sbando. Questa fuga è vista da molti come una fuga dalle responsabilità.

Non è stata una fuga dalle responsabilità: non abbiamo abbandonato l’Italia. Siamo rimasti a fianco del nostro popolo. Se abbiamo lasciato la città di Roma è stato unicamente per salvaguardare il Regno d’Italia che noi, nella nostra persona, rappresentiamo. Una nostra capitolazione avrebbe comportato l’assenza di un Governo legittimo, un’Italia divisa con il nord nelle mani dei nazifascisti e il sud con un regime occupante. Da Brindisi, poi, abbiamo potuto lavorare alla riorganizzazione dell’Esercito italiano, cooperando con gli Alleati, ai quali ci eravamo arresi, ma senza che questi mettessero in discussione la sovranità del Paese: la nostra presenza ha permesso all’Italia di continuare a esistere nel momento più difficile della propria storia. Certo, tutto è avvenuto precipitosamente: se fossimo rimasti a Roma, probabilmente, avremmo potuto organizzare meglio le difese, ma le forze tedesche erano soverchianti e saremmo andati incontro a sconfitta pressoché certa. Con la nostra fine, i tedeschi avrebbero avuto vita facile sull’intero Stivale e, forse, la Seconda Guerra Mondiale avrebbe avuto esito diverso. Magari gli Alleati avrebbero vinto lo stesso, ma il conflitto sarebbe durato più a lungo, con un numero ancora più grande di vittime. La nostra scelta ha avuto comunque degli altissimi costi, da un punto di vista di vite umane, di risorse e anche per l’immagine della Corona. Probabilmente, quella fuga è stata decisiva per la vittoria della Repubblica, il 2 giugno 1946. La nostra abdicazione non è bastata.

Un’ultima cosa: per quanto riguarda la sua sepoltura, c’è chi dice che il Pantheon…

Il nostro tempo è finito, ora. Dopo 71 anni siamo tornati a casa: lasciateci riposare.

 

Così dicendo, Re Vittorio Emanuele III, facendosi dare una mano dai suoi aiutanti, si alza dalla sedia. Con un cenno mi saluta e si avvia verso la sua nuova dimora: lo vedo mentre si allontana da me, sempre più piccolo, fino a scomparire.

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