Charles-Henri Sanson, il maestro della ghigliottina

3 aprile

Luigi Filippo era da poco salito sul trono, quando una macabra curiosità spinse Alexandre Dumas a fare visita al boia Sanson. Sapendo quanto fosse riservato, l’aveva avvicinato col pretesto di comprare una delle sue rinomate pomate contro i reumatismi. Presto però quell’uomo anziano dall’aria malinconica aveva capito con chi aveva a che fare e gli aveva fatto visitare a lume di candela una sorta di museo privato.

di Giuseppe Scaraffia da La Domenica – Il Sole 24 Ore del 2 aprile 2018

Tra accette e strumenti di tortura, Dumas vide i due montanti rossi e tra loro la mannaia arrugginita della ghigliottina su cui era morta Maria Antonietta. Ai piedi dell’ordigno c’erano le due ceste: quella in cui cadeva la testa e quella che riceveva il corpo. Poi Sanson gli fece vedere, in giardino, una massiccia carrozza. Sapendo che il boia aveva diritto a possederla solo se portava il suo nome, Dumas apprezzò lo stemma dipinto sullo sportello, una campana incrinata in campo rosso su cui l’uomo aveva abilmente eluso la legge scrivendo il suo nome diviso in due, sans son, senza suono.

Da sempre i carnefici vivevano in un mondo a parte. Benché fossero benestanti potevano sposare solo le figlie dei colleghi. I loro figli non venivano ammessi nelle scuole e ogni merce, anche le più necessarie, veniva venduta loro a un prezzo maggiore. Charles-Henri Sanson, erede di una carica tramandata nella sua famiglia per ben tre generazioni, dal 1684, non era un cupo funzionario. Gli piaceva suonare il violino e offrire cene succulente con una sontuosa argenteria. Si irritava solo se lo chiamavano boia. “Non tutti, replicava, sono destinati alla stessa condizione. Il caso mi ha procurato questa, io cerco di farle onore, e ritengo in tal modo di poter evitare un simile nomignolo, che per me è solo un insulto”.

Ma quella posizione defilata gli evitò il rischio, molto frequente durante la rivoluzione francese, di essere sospettato. In quel sanguinario periodo, ben raccontato in queste memorie, ritoccate da Honoré de Balzac e da un poligrafo, Louis-François L’Héritier de l’Ain, quasi tremila persone vennero giustiziate da Sanson.

Era stato il gran numero di sentenze capitali a spingere verso un congegno che assicurasse la massima rapidità evitando gli incidenti non rari nelle normali decapitazioni. Quando, il 31 aprile 1791, il dottor Guillotin presentò in parlamento la sua nuova macchina razionale, nell’entusiasmo garantì che usandola si faceva “saltare la testa in un batter d’occhio, senza sofferenza”. Al massimo si poteva ipotizzare “una sensazione di freddo sul collo”. Le risate scatenate da simili dichiarazioni si spensero solo quando l’Assemblea cambiò argomento.

Tra la nobiltà divenne di moda recidere il collo ai polli con piccole ghigliottine. Al termine delle cene veniva portato un modellino in mogano del letale congegno, su cui venivano decapitate delle bambole, il cui viso riproduceva quello degli avversari dell’aristocrazia. Dal piccolo collo usciva un liquido ambrato e odoroso, in cui le dame inzuppavano i loro fazzoletti.

Però, malgrado i suggerimenti di Sanson e di un esperto suo amico, quell’inquietante novità era ancora imperfetta. La modifica decisiva alla lama della ghigliottina venne proprio dalla più celebre delle sue future vittime. Il 2 marzo 1792 Sanson venne convocato nella reggia delle Tuileries. Mentre Guillotin e Louis, il medico del re, esaminavano il disegno della ghigliottina, si schiuse una porta nascosta nella tappezzeria e Luigi XVI entrò senza salutare nessuno.

Portava un semplice abito scuro e un precoce invecchiamento aveva smorzato l’abituale bonomia. Il sovrano interrogò gli esperti e infine tracciò la linea obliqua che doveva sostituire la mezzaluna prevista. Mentre ascoltava, il carnefice provò un fremito involontario osservando il robusto collo del monarca.

Poco tempo dopo prima gli aristocratici, poi i regnanti e i girondini salirono sul patibolo tra gli insulti delle popolane che portavano alle orecchie minuscole ghigliottine con appesa, capovolta, una testina coronata. Sanson si toglieva il cappello davanti ai morituri e usava ogni accorgimento per evitare loro qualsiasi sofferenza supplementare, ma la strage continuò finché Robespierre e Saint-Just non subirono a loro volta quello che veniva soprannominato il “rasoio nazionale”.

Suo nipote Henri-Clément, nato nel 1799, amava le arti, il lusso e il gioco d’azzardo, ma il rarefarsi delle esecuzioni capitali aveva intaccato seriamente il suo patrimonio. Schiacciato dai debiti, fu costretto a vendere ogni sua proprietà. Per non perdere la sua ricca biblioteca, cui teneva moltissimo, dovette vendere il suo principale strumento di lavoro, la ghigliottina.

Alla prima sentenza capitale, il ministro della Giustizia fu obbligato a riscattarla in gran fretta, per poi licenziare, dopo l’esecuzione, il prodigo funzionario. Povero e dimenticato, l’ultimo dei Sanson morì per ironia nel 1889, nel centenario della presa della Bastiglia che aveva trasformato il carnefice da punitore dei crimini comuni in uno strumento della storia.

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