“Agnelli”. Come NON si fa un documentario biografico

6 aprile

Pieno di mediocri bugie e di notevoli omissioni, il documentario americano dedicato a Gianni Agnelli – prodotto da HBO, regia di Nick Hooker, trasmesso da Sky, titolo “Agnelli”- andrebbe raccomandato nelle scuole di giornalismo per spiegare come non si fa un documentario sulla vita di un fortunato re che ha cavalcato per una cinquantina d’anni in cima ai sogni dei poveri italiani, ci è costato migliaia di miliardi, lo sviluppo distorto dell’ industria nazionale, la cecità all’ambiente, l’implosione del trasporto pubblico, la discutibile consolazione della motorizzazione selvaggia pagata con il cottimo di cambiali sonanti.

di Pino Corrias da il Fatto Quotidiano del 5 aprile 2018

Il documentario scomoda malinconiche signore con rughe e diamanti per dirci della sua erre blesa. Del fascino che esercitava su femmine costose come banche.

Del suo rotocalco amoroso scritto tra i divani di Hollywood e Saint Tropez con Rita Hayworth e Anita Ekberg. Delle sue vacanze a Capri con Jackie Kennedy. Delle sue strambate a bordo dell’ Agneta. Dei suoi elicotteri in volo per Saint Moritz. Tutta roba buona per il cuore sognante delle casalinghe. E a essere onesti non proprio un primato di intelligenza per un ragazzo bello almeno quanto il suo patrimonio, ammalato di noia, che a vent’ anni incassava l’ appannaggio di un milione di dollari ogni Natale per fare solo l’indispensabile all’ arte del vivere, cioè viaggi e festicciole con il suo amico Porfirio Rubirosa.

L’azienda nel frattempo gliela mandava avanti il vecchio Vittorio Valletta, sette vestiti in tutto nell’armadio, oltre agli scheletri del passato ventennio fascista, durante il quale il suo capo, il senatore Giovanni Agnelli (quello vero) cooperava con lo sforzo bellico della dittatura e ai suoi operai diceva: “Arriverà sua Eccellenza Benito Mussolini in visita. Avete tre modi per accoglierlo: applaudire, tacere, sabotare. Vi lascio scegliere tra i primi due”.

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Ricordandoci le piccole idiozie dell’ orologio sopra il polsino e della cravatta sopra il gilet, il documentario dimentica qualche dettaglio della sua avventura nella vita vera. Cominciando dal 1966, quando alla bella età di 45 anni l’ Avvocato presiede il suo primo consiglio di amministrazione e in capo a una manciata d’ anni ne guida (inconsapevole) il declino. Prima mettendosi nelle mani di Gheddafi, il dittatore libico che si compra il dieci per cento delle azioni, generando allarme in tutti i governi d’Occidente. Poi consegnandosi a Enrico Cuccia, lo gnomo di Mediobanca, che gli imporrà Cesare Romiti con tutti i danni futuri della diversificazione industriale.

Intervistando solo i suoi scudieri – da Carlo Callieri a Gabetti, passando per gli eredi Elkann – dimentica il dettaglio che la Fiat ha vissuto come uno Stato nello Stato, facendo e disfacendo le leggi, imponendo dazi alle auto straniere, soffocando scandali. A cominciare dalla più grande operazione di spionaggio mai avvenuta in Italia in tempo di pace, la schedatura di 354 mila operai (dalle idee politiche, alle inclinazioni sessuali) che il giovane pretore Raffaele Guariniello scopre nell’ anno 1971. Una schedatura perfezionata proprio durante l’esordio del nostro eroe nazionale.

Tantomeno calcola la somma di tutti i soldi che lo Stato ha sborsato per rimboccare i bilanci disastrati della Fiat, guidata dal “padrone globale” fino ai bordi del fallimento, della delocalizzazione selvaggia, della mancanza di investimenti su innovazione e ricerca.

Un declino che si interromperà solo dopo la sua morte, anno 2003, fastosi funerali e paginate di giornali dove si faticava a scovare un solo difetto del patriarca, se non le secondarie disattenzioni familiari che avevano generato – in un crescendo involontariamente shakespeariano – la permanente depressione della moglie Marella, i furori della figlia Margherita, il suicidio del figlio Edoardo.

Nel documentario lampeggiano maggiordomi, cuochi e il sarto Valentino a dirne l’amena, elegantissima, irrilevanza. Un Kissinger annoiato. E un De Benedetti che non racconta un bel nulla dei suoi clamorosi cento giorni dentro i forzieri del regno. Nulla di cos’era lavorare alla corte del re, nella città-fabbrica, a cui la Fiat scandiva il tempo. Nulla dell’Italia dove Agnelli governava la politica con la minaccia dell’ occupazione e la lusinga delle tangenti: colpevoli tutti i suoi top manager, tranne lui, l’indiscusso.

Nulla (infine) sulla sua cospicua eredità: un’ azienda sparita nel mondo con sede in Olanda, residenza fiscale a Londra, quotazione a New York, stabilimenti a Detroit e in altri 55 Paesi. Oltre ai 4 miliardi di euro nascosti all’estero, la più stratosferica evasione fiscale, scovati nientemeno che dalla figlia Margherita con batterie di avvocati e investigatori. Dettaglio che illumina di nero tutto quello che il documentario, con innocui fuochi d’ artificio, oscura.

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