Crimini rossi, addio a Montanari, padre dell’operazione verità

18 aprile

Otello MontanariLa morte a 92 anni di Otello Montanari. Nel 1990 con il suo Chi sa parli dette il via, inconsapevolmente, alla più vasta operazione verità sui crimini partigiani. Grazie al suo appello si squarciò il velo su una stagione della nostra storia sulla quale bisogna ancora indagare a lungo. Ma quel coraggio gli costò l’ostracismo dell’ex Pci e dell’Anpi.

di Andrea Zambrano da La Nuova Bussola Quotidianadel 18 aprile 2018

 

La morte di Otello Montanari avvenuta ieri all’età di 92 anni arriva a pochi giorni di distanza dalla storica riconciliazione nel Santuario del Beato Rolando Rivi. I due fatti sono legati tra di loro da più di un filo. Entrambi vanno al cuore della condizione indispensabile per ottenere una vera pacificazione nazionale sui fatti del dopoguerra che ancora sono una ferita lancinante nel dibattito culturale italico e un dolore muto e inespresso per i figli e nipoti delle vittime innocenti.

Esattamente come ha fatto domenica Meris Corghi, figlia del partigiano che nel 1945 uccise il seminarista Rolando Rivi, anche Otello Montanari ha percorso un lungo tratto di strada alla ricerca della verità per fare giustizia e con essa avere finalmente pace.

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Un compito ingrato e impopolare, il suo, ma di cui la storia gli renderà merito. Otello Montanari infatti è l’artefice del celebre Chi sa parli, un’espressione che oggi sta in piedi da sola e che significa il più vasto movimento di ricerca della verità sugli eccidi compiuti dai partigiani rossi nel nome di un’ideologia che si era infiltrata nella Resistenza.

Il Chi sa parli nacque nel 1990 con uno scontro nella direzione provinciale di Reggio Emilia di un partito comunista che avrebbe di lì a poco cambiato pelle e si trasferì sotto forma di articolo sulle colonne del Resto del Carlino. In realtà Otello Montanari, comunista ligio e fedele alla causa, non aveva chissà quali strategie di revisione, ma aveva un cruccio: assicurare alla giustizia e alla verità quei delitti sui quali piombò fin dal primo dopoguerra come una cappa opprimente un velo di silenzio. In particolare auspicava, in quell’articolo, di fare luce sull’assassinio di Arnaldo Vischi, direttore tecnico delle Officine Meccaniche Reggiane. Era la sua risposta, da comunista “eretico”, a Mauro Del Bue, deputato socialista, che pochi giorni prima chiedeva verità sul delitto del sindaco di Casalgrande Farri. Quell’uno-due, apparentemente innocuo e inconsapevole per lui, fu devastante.

Il Chi sa parli esplose come una bomba in un ex Pci che era ormai stato sconfitto dalla storia e non aveva più armi per opporsi alla furia della verità. I risultati di quel gesto di fatto hanno cambiato la storia della storia, perché da quel giorno sui delitti del dopoguerra venne accesa finalmente una luce che portò in alcuni casi non solo a ristabilire la verità giudiziaria, ma all’avvio di una lunga stagione di revisionismo storico, fino a quella data rimasto imprigionato nei ghetti della storiografia cosiddetta di destra.

Per farla breve: senza Otello Montanari non ci sarebbe stato Giampaolo Pansa, che pure all’inizio lo attaccò salvo poi virare con il Sangue dei vinti e i libri successivi sulle sue posizioni.

Ma nel frattempo Otello dovette pagare un prezzo altissimo: l’Anpi e il Pci post muro di Berlino erano ancora comunisti dentro. Così Montanari fu contestato dal suo stesso partito. Celebre la frase di Pajetta: “E’ meglio che non si faccia vedere in giro per Reggio”. Ma venne anche cacciato dall’Anpi, lui che girava zoppo per essersi preso una fucilata da un nazista. Fu allontanato dall’Istituto Cervi, di cui era presidente e che rappresenta il sacrario della Chiesa resistenziale. La causa con l’Anpi si trascinò in tribunale fino al 2016, quando, l’allora presidente dovette capitolare rivedendo alcune sue dichiarazioni sul suo conto. Montanari vinse anche quella volta.

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Le umiliazioni del suo stesso mondo però fecero guadagnare a Tabaroun (memorabile nomignolo che lo ha accompagnato tutta la vita perché indossava un tradizionale tabarro) la simpatia di tanti, che grazie al suo durissimo j’accuse poterono così avviare un fruttuoso percorso di scoperta della verità.

Dobbiamo dunque al Chi sa parli di Otello Montanari se venne riaperto il caso dell’omicidio di don Umberto Pessina e si potè arrivare alla condanna dei tre autori di quel delitto riabilitando l’uomo che per tutti pagò innocente dieci anni in carcere, l’allora sindaco di Correggio Germano Nicolini.

Dobbiamo a Otello Montanari il ritrovamento di una fossa comune nei pressi di Campagnola Emilia dove vennero trovati insepolti decine di corpi di oppositori politici che venero freddati in una notte e dei quali non si seppe mai nulla. Nel 1991 Umberto Righi, figlio di uno di questi innocenti brutalmente assassinati dalla violenza gappista, che si servì del proprio potere per regolare conti politici e di inimicizia privata senza alcuna ragione, decise di uscire allo scoperto e fece un appello per la verità.

Pochi giorni dopo, qualcuno, non si seppe mai chi, fece trovare una croce in un campo a pochi km dal centro della città, il Cavòn. Era un segnale. Righi chiese al Procuratore di allora di scavare e il magistrato, Elio Bevilacqua, acconsentì. Righi pagò di tasca sua l’escavatore che dopo mesi di ricerche riportò alla luce nel 1992 i corpi di quei poveretti, i quali vennero riconosciuti, ormai scheletrici, da quel poco di abbigliamento e di accessori che avevano con loro quando furono uccisi. L’uomo riconobbe il padre dall’orologio al polso. La verità su quel crimine non è mai saltata fuori, ma intanto i parenti ebbero un funerale cristiano e un corpo da piangere. Per trovare i colpevoli servirebbe ora un nuovo Chi sa parli, ma le lancette dell’orologio corrono. Però la vicenda del Beato Rolando Rivi insegna che la pazienza di Dio è a lungo raggio e non bisogna mai perdere la speranza.

Anche la storia di Rolando Rivi deve molto al Chi sa parli. Nella positio redatta per la Congregazione per le cause dei Santi, si cita proprio quell’articolo di Otello Montanari come la scintilla che accese un faro e fece crollare con un effetto domino tutti i muri. Da quel giorno infatti di Rolando si potè parlare con maggiore facilità. E il suo culto iniziò a diffondersi con una velocità impressionante tanto che 15 anni dopo Rolando vene proclamato martire in odium fidei dalla Chiesa.

Molto ci sarebbe ancora da scavare perché molte sono ancora le vittime che non hanno ottenuto giustizia. Ma il coraggio di Otello ci sprona a non smettere di ricercare la verità su quella stagione, sapendo che è la sola che poi può mettere in moto il meccanismo del perdono e dunque della riconciliazione. Se la verità non viene conosciuta, è illusorio chiedere di perdonare. Perché non si può perdonare chi non si conosce, come dimostra Gesù sulla croce che chiese al Padre di perdonare i suoi carnefici che aveva sotto gli occhi.

Non è strano. La Provvidenza si è servita di un comunista “col chiodo”, libero e onesto, per distendere il suo manto pacificatore e per indicare una via, una metodologia di approccio sul fenomeno delitti del dopoguerra. Tra una settimana torneremo ad assistere ancora alla solita letteratura celebrativa e autoassolutoria da parte dell’Anpi, ma anche di quelle forze politiche che non hanno mai ammesso certe responsabilità sui delitti indiscriminati compiuti nel nome della libertà dai partigiani comunisti.

Non sarà un 25 aprile in tono minore quello che ci apprestiamo a celebrare. Perché sarà nel ricordo di un comunista “combina guai” che ebbe la sfrontatezza di abbattere il muro di omertà costruito dai suoi stessi compagni.

Ma in fondo, Otello ci era abituato a passare sempre dalla parte del guastafeste. Raccontava sempre di quel giorno in cui fu inviato dal Pci di Reggio Emilia a rampognare il compagno Palmiro Togliatti, colpevole di aver intrecciato una relazione clandestina con la giovane militante comunista reggiana Nilde Iotti. Otello fu mandato allo sbaraglio, ma lui non si perse d’animo. Entrò con le gambe tremanti nell’ufficio del Migliore e balbettò: “Compagno Palmiro, il Partito non approva”. La risposta di Togliatti fu sdegnata e irritata. La storia andò avanti, ma Otello capì che il potere si poteva sfidare anche da zoppi.

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