“Hitler è morto nel bunker”. La parola fine sulla vera sorte del Führer

17 maggio

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di Stefano Montefiori per “la Lettura – Corriere della Sera” del 13 maggio 2018

Che cosa l’ha spinta a occuparsi del tema eterno della morte di Hitler?

«Avevo l’ambizione di spazzare via i dubbi sulla sua sorte. A troppi piace sognare un Führer capace di beffare i servizi di tutto il mondo e di morire di vecchiaia al sicuro in America Latina». Risultati immagini per L’ultimo mistero di Hitler (Ponte alle Grazie).

Non è andata così?

«No, e ho raccolto le prove per dimostrarlo in modo definitivo».

Come è riuscito ad avere accesso ai reperti custoditi a Mosca?

«Sono stato molto paziente e costante, non mi sono lasciato scoraggiare quando per molte volte mi hanno dato appuntamenti poi non rispettati, e ha giocato il fatto che fossi francese».

Come mai?

«Anni fa una équipe americana poco rigorosa dal punto di vista scientifico ha espresso dubbi sull’autenticità del cranio di Hitler. I russi lo hanno interpretato come il desiderio degli americani di togliere loro il trofeo della vittoria».

Perché è ancora così importante, a distanza di 73 anni?

«Perché per i russi la vittoria nella Seconda guerra mondiale è un mito fondatore, fonte di fierezza e di orgoglio. Custodire i resti di Hitler ricorda al mondo che sono loro a essere entrati per primi a Berlino, conquistando la capitale nazista, in sostanza sono loro ad avere vinto una guerra costata all’Urss 22 milioni di morti».

Tornando a come è riuscito a entrare alla Lubjanka, perché il fatto di essere francese l’ha favorita?

«Dopo quella esperienza negativa con l’équipe americana mi hanno percepito come indipendente, neutrale. Credo di averli convinti con un approccio molto fattuale».

Cioè?

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«Loro hanno la fissazione di essere manipolati, ma anche io temevo di esserlo a mia volta. Putin mi permetteva di analizzare i resti di Hitler perché ne venisse convalidata l‘autenticità, era evidente. Io allora ho proposto un patto: chiedo tutte le autorizzazioni, lascio che voi siate sempre presenti, che controlliate ogni nostro movimento, parola e attrezzatura (erano terrorizzati che la telecamera nascondesse un sistema laser per danneggiare i reperti, per esempio), ma voi lasciate che io porti il migliore medico legale specializzato in cold case storici, Philippe Charlier, e non potete avere accesso alle sue conclusioni. Volevo che il nostro lavoro fosse inattaccabile scientificamente. Hanno accettato».

Quindi, come siete giunti alla certezza che Hitler è morto nel bunker?

«I denti, o meglio quel che ne rimane. Quella è la prova conclusiva. Charlier ha verificato che fossero autentici, che risalissero a quegli anni, che non portassero tracce di alimentazione carnivora (Hitler era vegetariano), e li ha comparati con il dossier medico fornito dall’assistente del dentista di Hitler. Quelli trovati nel bunker nel corpo carbonizzato sono i denti di Hitler».

Come è morto?

«Analizzando anche il cranio, con un colpo di pistola alla tempia. Non alla bocca, come vorrebbero gli inglesi, perché nei denti non abbiamo trovato traccia delle conseguenze di uno sparo».

È stato lui a spararsi?

«Questo sarà sempre impossibile stabilirlo con certezza. Era malato di Parkinson, potrebbe avere chiesto al suo valletto di sparare».

Perché tutti questi anni di leggende su Hitler in Sudamerica?

«Perché Stalin ha fatto il possibile affinché la morte di Hitler fosse avvolta nel mistero. Quando a Potsdam Churchill chiede a Stalin che ne è di Hitler, lui risponde di non averne idea. Mente, perché ha già ricevuto un documento — che ho potuto consultare — nel quale i servizi gli indicano il luogo esatto dove è stato sepolto Hitler, proprio a pochi chilometri da Potsdam».

E perché Stalin ha mentito?

«Voleva avere sempre una lunghezza di vantaggio e saperne più degli altri. Deve avere pensato che i servizi occidentali avrebbero speso tempo e risorse per cercare Hitler in tutto il mondo».

Come sono conservati i suoi resti?

«Nel modo più banale e sprezzante possibile. I denti sono in una scatola da sigari, le ossa del cranio in una scatola per floppy disk. È il modo dei russi per umiliare il nemico fino all’ultimo».

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Un commento


  1. Non ho letto il libro. Da quello che riporta il “Corriere della Sera” nell’articolo di Stefano Montefiori mi sembra una fandonia colossale. Con quale dna avrebbe confrontato il dna mitocondraile di mandibola e cranio?

    A) i denti, anzi i dentini, che si trovano a Mosca e visionati da Patrick Burnside, unico occidentale ad averli avuti in mano (perché invitato dai Russi a Mosca e come mi confidò nel 2010), non sono di un uomo e neanche di una donna adulta, bensì di una bambina o ragazzina. Al massimo di un bambino, date le ridottissime dimensioni.

    B) La calotta cranica presenta una conformazione caratteristica di una ragazza sotto i 20 anni. La biologa molecolare americana Linda Strausbaugh (cui Nick Bellantoni fornì porzioni prelevate a Mosca) dell’Università del Connecticut, ha potuto analizzare il cranio conservato a Mosca e presumibilmente appartenuto ad Adolf Hitler. Torniamo al 2009. Per la prima volta nella storia, infatti, le autorità russe ebbero all’epoca acconsentito all’analisi del reperto, finora ostinatamente negata, quasi a proseguire la tradizione sovietica. Ebbene, quel cranio certamente non è appartenuto al Fuhrer. Per cui, non avendo avuto modo di leggere il libro, mi sembra, quello di JEAN CHRISTOPHE BRISARD un approccio confuso e con propositi ben definiti (farsi pubblicità sposando la vulgata politically correct mainstream) in assenza di giustificazioni scientifiche, forensi e medico-legali valide.

    Salutissimi.

    Alessandro De Felice

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