Alla riscoperta (genovese) di Carlo Alberto, il “Re nuovo” che sognava una nuova Italia

20 giugno

Un re del Piemonte che sognava di essere Re d’Italia e non ci riuscì. Un re a cavallo di due mondi, un mondo che guardava all’ancien régime e un mondo nuovo che guardava al liberalismo.

di  dal il Giornale, ultime notizie del 13/06/2018

Un monarca che ha comunque consegnato, al Piemonte prima e all’Italia poi, uno Statuto moderno che ci ha governato sin oltre la fine della Seconda guerra mondiale. Stiamo ovviamente parlando di Carlo Alberto (1798-1849), re del Piemonte.

Molti lati della personalità e della vita del monarca emergono dalla mostra genovese (che durerà sino al 31 luglio) organizzata nel Palazzo Reale della città: Il Re nuovo. Carlo Alberto nel Palazzo reale di Genova. Sono raccolte nelle sale del Palazzo, più specificamente negli appartamenti dei principi ereditari, opere d’arte, memorie e cimeli provenienti da collezioni private e pubbliche, ritratti su tela, cammei e miniature, avori e porcellane, alternati a busti in marmo e bronzo dorato, stampe e disegni, documenti e libri, arredi e oggetti preziosi legati al monarca. L’obiettivo è fissare l’iconografia del sovrano, sia quella ufficiale, sia quella più intima, fermando i punti salienti della biografia del re, e dei suoi famigliari, sullo sfondo della storia della nazione nascente e della complessa situazione della Prima guerra di indipendenza.

Ne esce un ritratto, del principe prima e del monarca poi, complesso e articolato, ben compendiato anche nei saggi che compongono il catalogo che accompagna la mostra. Tra questi spicca quello di Francesco Perfetti: Carlo Alberto da Principe di Carignano a Re di Sardegna. Racconta bene le peculiarità di questo monarca quasi per caso (era davvero improbabile che la successione passasse a lui). Proprio la sua infanzia, non già orientata verso il trono, gli diede la possibilità di venire in contatto con ambienti liberali che gli fornirono una visione della regalità diversa da quella che avrebbe sviluppato crescendo a corte. Ecco perché già nel 1820-1821 era visto come punto di riferimento da molti intellettuali, da Vincenzo Monti sino al repubblicano Luigi Angeloni. Carlo Alberto voleva porsi come mediatore tra la corte sabauda e gli ambienti rivoluzionari. Ma finì per trovarsi tra l’incudine e il martello. Non fu tentennante, semplicemente si trovò a gestire una situazione esplosiva. Dimostrò poi, una volta salito al trono, di essere l’uomo delle «riforme possibili». Concesse lo Statuto, in un certo senso, solo quando concederlo era diventato una conditio sine qua non per i suoi scopi. Ma lo concesse, e poi vi tenne fede. Egualmente non si tirò mai indietro nella sua guerra sfortunata contro l’Austria. Quindi non si possono negare i suoi meriti storici.

Visto da vicino, poi, Carlo Alberto appare un po’ diverso dal personaggio amletico che ci ha tramandato la storiografia patria. Anche dopo essere salito al trono fu mondano e brillante e persino dotato di «una grazia seducente». Solo nel finale della sua vita, che lui avrebbe preferito concludere su un campo di battaglia e non in esilio, prese corpo quel personaggio tragico che ispirò Carducci: «oggi ti canto, o re de’ miei verd’anni,/ re per tant’anni/ bestemmiato e pianto,/ che via passasti con la spada in pugno/ ed il cilicio// al cristian petto, italo Amleto».

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80 commenti


  1. Woman of the stars Maria Cipriano come al solito travisa i fatti.
    Quando il generale Chiabrera intimò la resa al generale Fergola, ottenne come risposta un netto rifiuto. Il Cialdini, indignato, minacciò di fucilare o lasciare al “linciaggio popolare” chiunque avesse opposto resistenza. Per fortuna tali nobili propositi non si realizzarono e la città, dopo altri intensi bombardamenti, capitolò. Mi piace ricordare l’episodio edificante che vide sempre il Cialdini rifiutare la spada del gen. Fergola dicendogli in francese: “Vi sputerei in faccia!”. Che magnifico eroe rinascimentale…

    Socrate

  2. Invece di leggere i romanzetti a colori dei suoi beniamini sotto l’ombrellone (o direttamente sotto il sole, come sembra più probabile), è meglio che lei legga i documenti, a cui è certamente allergico. Il Cialdini avrebbe fatto bene a dargliela sulla testa la spada a quel bigotto fanatico di Fergola invece di trattarlo come lo trattò, ma lasciamo andare.
    Come la pensava la cittadinanza alla caduta della cittadella e allo sventolare del Tricolore sulla medesima, ce lo dice il famoso archivista, bibliotecario e storico di Messina Gaetano Oliva (1843-1938), continuatore dei famosi Annali della città di Messina di Domenico Gallo: “…mai come quel giorno Messina aveva provato compiacimento e letizia maggiore. Persone che non si conoscevano, con gli occhi pregni di lacrime,imbattendosi nelle strade e nelle piazze, si abbracciavano, si baciavano, si felicitavano scambievolmente per il fausto scioglimento di un voto che era quello dei loro padri….”

    Maria Cipriano

  3. Nel 1854 don Peppino col grado di capitano era imbarcato sulla nave “Carmen”, che da Callao trasportava guano a Canton. Lui stesso si racconta nelle “Memorie” descrivendo nei minimi particolari l’avventuroso viaggio. Elenca i giorni di traversata, i vari approdi, l’esatto peso del carico di guano e via così. Stranamente nulla emerge dal racconto su cosa trasportasse nel tragitto di ritorno. Alla sospetta mancanza di tale dettaglio, pone rimedio l’armatore, tale Pedro Denegri. L’armatore ligure, infatti, racconta che don Peppino ha sempre portato da Canton “cinesi grassi e in buona salute..”. Il tutto narrato nel volume “La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi”, scritto da Vecchi e pubblicato da Zanichelli.
    Quanto a Benso, io avrei fatto volentieri a meno del suo talento della menzogna, della truffa, del raggiro, dell’inganno, della prevaricazione e della crudeltà.

    Socrate

  4. Maria Cipriano, il suo inutile intervento nulla toglie al pessimo giudizio che la Storia ha espresso sul criminale Cialdini.

    Socrate

  5. Caro Signor Socrate noto con sommo piacere che il Trattato Di Altissima Cucina Risorgimentale è quasi pronto per vedere la luce e mi par di capire che diversi capitoli son dedicati alla Autentica Cucina Garibaldina, con tanto di ricete “pre-” e “post-” “unitarie”…. Mi perdoni ma devo assillarla con alcuni miei terribili dubbi gastronomici. Vede Signor Socrate il punto è che l’Italia oggi è una, ed è più o meno unita nonostante tutto. Teniamocela così com’è. E’ però vivamente sconsigliabile non indagare a fondo su come sia avvenuto il processo di unificazione se non si vuole andare incontro a solenni delusioni…. la retorica nazional-risorgimentale che glorifica una straordinaria tradizione militare di fatto mai esistita è notoriamente basata sull’aria fritta, quantomeno per chiunque abbia un minimo di cultura militare.
    Ad esempio Lei ricorda in quale scuola veneziana studiò il futuro ammiraglio Willhelm von Tegettoff? Ricorda quale era la lingua d’uso nella marina austriaca ai tempi dei fatti di Lissa? Ricorda il nome del timoniere della “Ferdinand Maximilian” che speronò la “Re d’Italia”? Come mai tanti marinai veneti e friulani non anelavano all’Unità d’Italia ed erano indifferenti al magnetico richiamo della causa dei Savoia e del loro Regno? Tutti bigotti pazzi e fanatici come
    Gennaro Fergola? Ma Gennaro Fergola non era forse un esponente di una famosa famiglia di intellettuali e artisti napoletani alcuni dei quali matematici e astronomi? Forse costoro non piacciono in quanto non astrocuochi? Il fatto che il Cialdini si sia rivolto al Fergola in francese anzichè in italiano non ci dice proprio nulla?
    E sull’innata e straordinaria incapacità militare di Tommaso Clary che possiamo dire? Che forse non fu casuale? O che per quanto tentennava non avrebbe certo sfigurato come eventuale Capo di Stato Maggiore di Carlo Alberto?
    A proposito… Domenico Carbone non mi pare proprio fosse oriundo napoletano!
    Quale fu il prezzo di Giuseppe Salvatore Pianell che meglio servì i Savoia di quanto non fece con i Borboni?
    Altro dubbio culinario: secondo lei il Pellion di Persano a Lissa o subito dopo quanto si pentì di aver corrotto…ehm pardon, “guadagnato alla causa unitaria” anni prima il Vacca?
    Ancora: come mai si tende quasi sempre a dimenticare Civitella del Tronto? Anche qui tutti pazzi, bigotti e fanatici?
    E ora passiamo all’arrosto e al brasato. E’ vero che per la storia è un esimio signor nessuno…ma che fine fece Manuel Duarte de Aguiar? E come morì realmente Anita Garibaldi? Facciamo pure ironia su Franceschiello e sulla sua latitanza in camera da letto….ma che dire dell’irresistibile fascino del condottiero di cui rimase vittima Giuseppina Raimondi?
    Eppure eppure eppure… dopo le eroiche gesta del “Feroce Monarchico Bava” qualche dubbio su quanto fosse bella l’Unità d’Italia la ebbero anche Gaetano Bresci e Giuseppe Pellizza da Volpedo…
    Asburgici saluti imperial-regi.

    Admiral Canoga

  6. Chiacchiere. Nel 1915-1918 gli emigranti italiani che rientrarono per combattere per il Tricolore a decine di migliaia, costretti da nulla e nessuno, sono la migliore risposta a queste chiacchiere.

    emanuele

  7. Esimio Admiral Canoga, il trattato è a buon punto, soprattutto la parte dedicata alla Sicilia e ai suoi sapori più interessanti, da Marsala a Bronte.
    So bene che chi “mastica” cultura militare coglie subito il senso di “aria fritta” di molte portate sabaude, nonostante gli sforzi degli storici ortodossi nella scelta dell’olio migliore…Quanto a Domenico Carbone sono tutt’ora “indeciso” su quale “Don Ciccia” scegliere.
    Tutto il resto richiede sforzi non indifferenti per rendere i nuovi piatti digeribili a chi si è purtroppo abituato alla solita frittata risorgimentale.
    La saluto offrendole due “chiacchiere alla Emanuele”!

    Socrate

  8. Socrate, ma perchè non passa le vacanze estive in santa pace? Parlar del Risorgimento (anzi annaspare) le scuote i nervi, cagionandole convulsione affabulatoria, come su Domenico Carbone di cui è andato a leggiucchiare su wikipedia, che, ahimè, spesso dice una cosa e ne tace altre cento.
    Le Memorie di Garibaldi, pubblicate nella definitiva versione approvata da Menotti nel 1888, post mortem, non sono affatto ricche di particolari. Egli era sintetico e spesso laconico sennò avrebbe riempito volumi, non un libro. Premesso questo, l’anno del suo unico viaggio in Cina non è il 1854. A quella data egli aveva già lasciato il Perù dopo contrasti con l’armatore Pietro De Negri (Don Pedro) che lo licenziò l’anno prima.
    Il lungo elenco di cineserie e altri materiali caricati sulla nave guidata da Garibaldi (madreperle, cere, coralli, mobili, sete, etc.) è regolarmente inserito nel Registro de Comercio di Lima alla data 25 gennaio 1853, quando il brigantino “Carmen” di proprietà del De Negri rientrò dalla Cina, come ha constatato lo storico Kenneth Cowie che si scomodò a controllare, appurando che non vi erano passeggeri ma solo membri dell’equipaggio, una parte del quale era italiano. Uno di loro, rientrato in Italia per combattere le guerre d’indipendenza, rilasciò un’intervista a un giornale di Torino in cui denunciò che il De Negri era solito ridurre al minimo il vettovagliamento per l’equipaggio, al punto che durante il ritorno si trovarono in gravi difficoltà, soffrirono la fame e la sete, furon costretti a pescare e ci fu un principio di ammutinamento che solo il carisma di Garibaldi riuscì a evitare.
    Theodore Bent, nella sua “Biografia di Garibaldi” del 1881, confutò la ben nota accusa mossa al nostro eroe dai nemici che non gli mancavano andando a chiedere direttamente all’interessato il quale gli riferì d’aver mandato a quel paese il De Negri. Le sue prese di posizione sulla schiavitù infatti erano ben note, mentre in Perù la schiavitù era legale, e, anche quando fu abolita nel 1854, di fatto continuò. Secondo Pietro Tettamanzi, studioso e testimone oculare dello schiavismo nelle Americhe, la tratta di gialli in Perù cominciò proprio a quella data. Ma anche ammesso che fosse cominciata dopo la legge del 1849 che favoriva l’immigrazione, non c’è uno straccio di prova che il nostro eroe abbia caricato nessun tipo di passeggero neanche di nazionalità diversa, come invece moltissimi ce n’erano (tedeschi, russi, irlandesi, polacchi…) e proprio dall’Oriente, che volevano andare in Perù.
    Augusto Vittorio Vecchi, figlio di un grande amico di Garibaldi e ansioso di scrivere un libro su di lui, trovandosi a Lima nel 1865 con una nave della Marina, pensò d’incontrare De Negri per raccogliere notizie sul periodo che l’eroe aveva trascorso in Perù. Di cose da raccontare ce n’erano, ma il De Negri, la cui famiglia era trapiantata colà da due generazioni, parlava un misto di genovese, castigliano e “quechua”, l’idioma normalmente parlato allora in Perù. Da qui il magro risultato del colloquio, di cui il Vecchi riporta nel libro solo tre frasi striminzite, anche se tutte lusinghiere per Garibaldi: una delle tre, quella sui “cinesi belli grassi che Garibaldi sempre gli portava…”, considerata da buona parte degli storici come campata per l’aria, è stata infine interpretata come un equivoco, dato dal fatto, appunto, che il Vecchi non capiva.

    Maria Cipriano

  9. Gentile e premurosa Maria Cipriano, però, tutte prove inconfutabili e fonti certissime e fededegne. Poi se chiedi direttamente a don Peppino e lui nega tutto, che vuoi di più? Neanche l’ombra del benché minimo dubbio. Dubbio che invece almeno sfiorò Franco Della Peruta.
    Quanto a Vecchi, fintanto che riporta “frasi lusinghiere” va bene, quando sgarra allora o non è più attendibile oppure si tratta di “un equivoco” anzi, in quel caso particolare, “Vecchi non capiva”.
    Bellissimo!

    Socrate

  10. Socrate, è inutile che lei si arrampichi sugli specchi. Le fonti sono queste, anche in lingua spagnola.(che, essendo lei pappa e ciccia coi Borboni, non farà fatica a tradurre.)
    Che il Vecchi non capisse l’idioma di Don Pedro è provato dal fatto che non raccontò l’episodio più importante del secondo esilio di Garibaldi in Perù, quando il nostro con un bastone spaccò la testa a un francese che aveva scritto un articolo infame contro il Risorgimento, facendo scoppiare un putiferio tra le due comunità, italiana e francese, a quietare il quale dovette intervenire il Presidente della repubblica peruviana in persona. Conoscendo Garibaldi a cui nessuno poteva mettere i piedi in testa, era inevitabile sorgessero contrasti col De Negri, anche se il nostro non fece trapelar mai nulla per non turbare l’equilibrio dell’affiatata famiglia di Italiani di Lima su cui vegliava il console di Sardegna Cannevaro e presso la quale il De Negri, nonostante i suoi affari, era un punto di riferimento costante e una garanzia di protezione.
    La frase dei “cinesi belli grassi etc.” fu sempre considerata un complimento per Garibaldi, tanto che nessuno pensò mai di espungerla dal libro di Vecchi: la gran parte della gente, infatti, non sapeva nulla della crudezza della tratta dei gialli, e i pochi che sapevano non potevano che considerare quella frase senza senso, in quanto neanche un mago sarebbe riuscito a far diventare i cinesi belli grassi e mantenerli in buona salute in una traversata come quella e con le magre risorse di cui l’equipaggio disponeva. Il che pensò anche il professor Della Peruta, conservando però un margine di dubbio forse perchè, non essendo Garibaldi un marxista come lui, non poteva mai assolverlo completamente.

    Maria Cipriano

  11. Tutti ormai sanno quali sono le fonti a cui si è sempre fatto riferimento per imbastire tutte le idiozie che andate raccontando da 150 anni e passa. Fonti primarie e secondarie che hanno subito tante manipolazioni e falsificazioni, ribaltando di fatto la realtà, da sembrare vere. Ma ne avete raccontate tante di bufale che oggi come oggi non vi crede più nessuno!
    Don Peppino nonostante tutti gli sforzi agiografici resta e resterà per sempre un rozzo mercenario, megalomane e ladro non solo di beni materiali ma anche di titoli: Il tanto famoso e propagandato ”Eroe dei due mondi“ apparteneva a Marie-Joseph Paul Yves Roch Gilbert du Motier, Marchese de La Fayette già mezzo secolo prima.

    Socrate

  12. Certo che sto Impero Del Male Savoia doveva averne di mezzi per riuscire non solo a taroccare TUTTI i documenti della loro sanguinaria impresa criminale, ma anche a fare il lavaggio del cervello a 40 milioni di italiani (oltre che un bel po’ di milioni di stranieri) tutti d’accordo nell’osannare l’unificazione nazionale come una grande impresa di libertà e patriottismo, esempio per tutti i paesi oppressi del mondo.

    emanuele

  13. Emanuele gabbare gli “stranieri” non era necessario in quanto quelli che contavano erano ben consapevoli dei maneggi e spesso erano complici delle truffe. “Gli italiani” allora non esistevano e comunque solo pochi (meno del 2% della popolazione) avevano voce in capitolo e la capacità di orientare scelte politiche e sociali. I centri di potere economici erano poi appannaggio della massoneria. Aggiungi le sistematiche distruzioni degli archivi, dei carteggi e dei documenti “compromettenti” ed il gioco è fatto. Per fortuna piccole tracce a volte emergono dall’oblio!

    Socrate

  14. “Gli italiani allora non esistevano”… Ma allora non la leggi Storia in Rete!?!?!? Anni di lavoro buttati! [fugge via piangendo]

    emanuele

  15. Non esistevano i t u o i “40 milioni di italiani”…

    Socrate

  16. Tornando in questo sito dopo tanto tempo, trovo che nulla è cambiato. C’è sempre il sé dicente Socrate – che non sapendo di non sapere nulla pontifica su tutto – che smentisce gli studi fondati sulla documentazione esistente – come quelli di Phillip Cowie citati dalla signora Cipriano, che saluto con calda comprensione per l’impegno che continua a profondere nel tentativo di far comprendere al nostro aristofanesco personaggio la differenza tra “storia e “storielle” – per sostituirli con i suoi giudizi personali costruiti evidentemente sulla base di colloqui diretti con i protagonisti dell’epoca come fanno in genere i neoborbonici che non riescono mai a citare una sola fonte a sostegno delle loro tesi, forse a causa della “sistematica distruzione degli archivi” che risulta solo a loro.Buone vacanze a tutti.

    Augusto

  17. Augusto continui a leggere le storielle raccontate da de Amicis e lasci perdere la “Storia”. Dopo 150 anni di mistificazioni non è facile accettare la verità, rimanga pure comodo nel suo mondo di favole e lasci che il resto del mondo continui a cercare e a indagare nella speranza di fare luce sulla realtà dei fatti. Io so bene di non sapere ed è per questo che continuo a cercare e a mettere tutto in discussione, al contrario di chi beatamente pontifica credendo di sapere. Buone vacanze anche a lei.

    Socrate

  18. Registro che l’ammiraglio Canoga, dismesso per un momento il grembiule da chef e indossato il camice dell’anatomopatologo (22 luglio 2018, ore 22.32), ci chiede di indagare sulle vere cause della morte di Anita Garibaldi, rilanciando con tale allusione l’accusa avanzata dalla stampa clericale nel periodo post-unitario contro lo stesso Garibaldi di avere consentito, o addirittura compiuto personalmente, l’assassinio mediante strangolamento di Anita durante la fuga verso Ravenna.
    Poiché già G. M.Trevelyan, Garibaldi e la difesa della Repubblica Romana, Bologna, Zanichelli, 1909, pp. 397-398, aveva definito quella diceria “una vecchia menzogna” e fornito le indicazioni della documentazione archivistica che la smentiscono, e il volume di Trevelyan è disponibile nel sito archive.org, evito di riscrivere ciò che è reperibile in quel libro. Aggiungo che la stessa documentazione è trascritta nel volume di Umberto Beseghi «Il maggiore Leggero e il trafugamento di Garibaldi. La verità sulla morte di Anita», Ravenna. Edizioni Stern, 1932.
    Mi permetto di suggerire all’autorevole ammiraglio di prestare maggiore attenzione agli ingredienti con i quali prepara le sue pietanze: talvolta si crede di servire fette del pregiato tartufo d’Alba ma si stanno in effetti cuocendo strisce di Boletus Satana.
    So già che qualcuno di quei buffi personaggi che sostituiscono la lettura delle fonti con quella dei fondi di caffè ci comunicherà in modo perentorio che l’intera storiografia risorgimentale mente perché corrotta con piastre d’oro turche, ma ho già scritto altra volta che con simili macchiette non ho alcuna intenzione di perdere tempo.

    Augusto

  19. Augusto, solo un cretino può credere che a Pontelandoldo o a Casalduni i suoi eroici bersaglieri erano lì per liberare i cafoni del Sud dallo straniero; che Don Peppino con un gruppo folcloristico ha conquistato un regno in pochi giorni per consegnarlo gratis a un re francese; così come solo un cretino può credere che il plebiscito fu un trionfo di libere e ponderate scelte!
    L’alternativa sarebbe la malafede.
    I “buffi personaggi che sostituiscono la lettura delle fonti con quella dei fondi di caffè” a quelle e ad altre simili idiozie non hanno mai creduto. Non le voglio far perdere tempo, la invito solo a riflettere su chi sono i cretini.

    Socrate

  20. Socrate, lei ha già finito le sue vacanze? Che peccato….

    Maria Cipriano

  21. Garibaldina Maria Cipriano, radicale esponente della vulgata risorgimentale in salsa anglo-masso-savoiarda, prototipo del credente laico fanatico seguace delle menzogne spacciate per “fonti”, come spiegavo ad Augusto, il dilemma è cornuto: o cretino o in malafede. Il suo senso dell’ironia porterebbe ad esclude la prima ipotesi.

    Socrate

  22. Gentile signora Cipriano, segnalo a lei – e a tutti i lettori che si interessano di storia dell’Ottocento – che dal sito dell’Università Federico II di Napoli, ma anche dal sito academia.edu, è possibile scaricare uno studio molto interessante di Laura Di Fiore, Gli invisibili. Polizia politica e agenti segreti nell’Ottocento borbonico. Chi la storia la inventa non ha ovviamente bisogno di leggere alcunché.

    Augusto

  23. Chi si interessa alla Storia in modo serio non si limita a “leggere” ma studia, dubita, confronta, pondera e valuta. Non è sufficiente consultare archivi e documenti, bisogna saperli capire e interpretare. L’ottima Di Fiore scrive bene e scrive cose interessanti come molti altri studiosi e appassionati del “risorgimento”. La verità dei fatti però è altra cosa!

    Socrate

  24. Socrate, lei è una noia mortale anche per i Borboni.

    Maria Cipriano

  25. Caro signor Augusto, la saluto cordialmente e la ringrazio per la sua segnalazione che non mancherò di leggere. Purtroppo bisogna sopportare pazientemente le persone moleste per le quali “la verità dei fatti è un’altra cosa”, e quando ci provano a dire cosa fosse, possono convincere giusto chi non ne sa nulla. Tra breve mi recherò nella città natìa dell’Eroe dei due mondi: purtroppo la sua casa non c’è più, la sua città non è più italiana, è rimasto però uno dei più bei monumenti a Lui dedicato nell’omonima piazza. Rivolgerò un pensiero anche per lei.

    Maria Cipriano

  26. Paziente Maria Cipriano, la devo correggere, la città natia “dell’Eroe dei due mondi” è Chavaniac, piccolo borgo francese situato nel dipartimento dell’Alta Loira, non è mai stato italiano e il castello natio esiste ancora anche se molto rimaneggiato. Purtroppo arriverà in ritardo, i festeggiamenti per l’anniversario della sua nascita si sono tenuti il 6 di settembre. Attento Augusto come vede il “pensiero” che le sarà rivolto è scorretto.

    Socrate

  27. Quanto a “convincere giusto chi non ne sa nulla” è stato proprio quello che dal 1852 massoni, alta finanza, diplomazie straniere e squallidi politicanti corrotti di casa nostra hanno fatto in maniera scientifica e perversa. Così come chi ha prestato fede a tutte le menzogne raccontate e non si è mai posto il benché minimo dubbio circa la loro veridicità è complice e parimenti responsabile dei danni causati. Altro che “sopportare pazientemente le persone moleste”, sono 150 anni che intere generazioni di inconsapevoli uomini e donne sopportano fin troppo pazientemente i cumuli di falsità e di colpevoli silenzi!

    Socrate

  28. Mi scuso se ignoro Carlo Alberto, che peraltro mi è scarsamente simpatico, ma mi sembra opportuno segnalare l’ennesima bufala “aprilica”. Commentando sarcasticamente un articolo di Andrea Mammone sullo sciocchezzaio neo-borbonico apparso sul “Corriere della Sera” il 2 settembre, il giorno 4 su Algonews l’intrepido revisionista ci informa che il Regno delle Due Sicilie era talmente avanzato sotto il profilo tecnologico che “lo stesso Piemonte comprò a Napoli le locomotive per la sue rete ferroviaria”. Il buon Aprile ignora che quella pretesa vendita è uno smaccato falso, creato da Nicola Zitara che tentò di accreditarlo con una citazione bibliografica completa perfino del numero delle pagine (107, 137 e 139) del volume “Il centenario delle Ferrovie italiane 1839-1939”. Peccato che quel testo, pubblicato dall’I.G.D.A. di Novara nel 1940, alla p. 107 riporti effettivamente i nomi delle locomotive prodotte a Pietrarsa su modello inglese – e spesso con materiali giunti dalla “perfida Albione” – ma non solo nelle pp. 137 e 139 non contenga una sillaba sulla pretesa vendita che non ci fu mai – e non avrebbe potuto esserci perchè Pietrarsa era uno stabilimento militare e non poteva esportare alcunchè – ma precisi a p. 338 che le sette locomotive – la cui costruzione sostiene sia stata ultimata nel 1850 – furono consegnate “alla Reale Strada Ferrata Napoli-Capua”. L’acquisto delle locomotive dunque è letteralmente inventato. Si tenga inoltre presente che già nell’originale c’è un errore: infatti le locomotive prodotte fino al 1853 “per la regia strada ferrata” dallo stabilimento di Pietrarsa risultano soltanto sei – non risulta costruita la “Partenope” – secondo una fonte certo insospettabile di antiborbonismo: si tratta infatti della Disamina eseguita dal Reale Istituto d’Incoraggiamento de’ saggi esposti nella solenne Mostra industriale del 30 maggio 1853, Napoli, Stabilimento tipografico di Gaetano Nobile, 1855, p. 150. E’ dunque probabile che la settima locomotiva sia stata prodotta successivamente.
    Aggiungo che per la prima tratta ferroviaria del Regno di Sardegna (la Torino – Moncalieri inaugurata il 24 settembre 1848) si impiegò una locomotiva acquistata dalla ditta Cockerill di Seraing.
    Questa la realtà ricostruita sulle fonti dell’epoca. Ma forse Aprile, come alcuni dei suoi accoliti, attinge le notizie direttamente da Ferdinando e Francesco II e dunque sa cose che noi ignoriamo.

    Augusto

  29. Bravo Augusto, ottimo lavoro, peccato però aver sprecato tempo prezioso per simili quisquilie. Mi auguro piuttosto (anche se non ci spero) altrettanta solerte attenzione alla revisione degli accadimenti risorgimentali di ben altra portata.

    Socrate

  30. Un ironico intervento di 359 parole per commentare un piccolissimo inciso di 20 parole, tra parentesi tonde, di un ottimo articolo di ben 1465 parole assolutamente incontestabili. Tanto per dare un senso al termine “quisquilie”!

    Socrate

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