Kiniger, il funzionario RSI per salvare gli ebrei

20 febbraio

Un giovane incaricato commerciale della Rsi in Svizzera. Un’operazione per salvare 10 mila persone, in gran parte ebrei, dalla deportazione. Un piano concertato da Londra, Washington e Santa Sede, fallito per la diffidenza dei tedeschi verso Salò. Sono questi gli ingredienti di una vicenda che emerge solo oggi dall’oblio e che scagiona Pio XII dalle accuse di antisemitismo.

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da il Borghese del 20 ottobre 1999  

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La Storia, sorniona, sceglie a volte angolini deliziosi per nascondere i propri segreti. Uno di questi è a San Miniato, sulle colline che dominano Firenze: è lì che vive per buona parte dell’anno Bruno Kiniger, 83 anni che sembrano dieci di meno e un nome che di italiano ha poco. Ma attenti alle apparenze: anche perché dietro questo – finora – illustre sconosciuto si nasconde uno di quei cortocircuiti destinati, una volta scoperti, a far rivedere molte certezze sul nostro passato recente. In questo caso, in ballo c’è il reale atteggiamento della Chiesa cattolica di fronte alla persecuzione degli ebrei. Pio XII, il papa più vituperato del secolo, esce bene da questa storia e Kiniger non manca di sottolinearlo. Ma il Vaticano è uno dei protagonisti di una intricata vicenda che solo oggi vede compiutamente la luce e che in una manciata di concitate settimane, tra l’estate e l’autunno 1944, coinvolse nazisti e americani, alti prelati e governo inglese, ministri di Salò e contrabbandieri. Una frenetica attività tesa a trasferire circa 10 mila persone, detenute in alcuni campi di concentramento in Italia, verso il porto di Ancona, dove alcune navi di paesi neutrali le avrebbero portate in salvo. Insomma un bel giallo. Vero e documentato.

Personaggi e interpreti? Eccoli. Il perno di tutto questa vicenda fu il giovane e brillante diplomatico italiano Bruno Kiniger, di 31 anni, nato a Policane in Austria (ma oggi la sua città natale è in Slovenia) da padre veneto e madre viennese, che dopo aver lavorato presso la presidenza dell’Unione generale dei Lavoratori dell’Agricoltura e poi presso la sede ateniese dell’Istituto per le relazioni culturali con l’estero, aveva combattuto come tenente di fanteria nei Balcani, mancando di un soffio la cattura di un certo capitano Broz, passato poi alla storia come maresciallo Tito. Al momento dell’8 settembre, la bussola di Kiniger indicò con decisione il Nord non tanto per motivi politici quanto perché suo cognato si chiamava Tullio Tamburini, un nome che agli storici del fascismo porta alla mente uno dei più facinorosi squadristi fiorentini divenuto poi prefetto e, durante la Rsi, capo della polizia. Tamburini finì la guerra a Dachau, dove i tedeschi lo spedirono nel febbraio 1945 dopo mesi di lotta neanche tanto sotterranea anche per evitare che divenisse il nuovo ministro dell’Interno di Salò. A Dachau sarebbe finito forse anche Kiniger se, dopo aver fatto il capo di gabinetto del cognato per i primi mesi della Rsi, non fosse stato inviato come incaricato commerciale di Salò in Svizzera. E poiché tra Svizzera e Repubblica Sociale non intercorrevano rapporti diplomatici ufficiali, un incaricato commerciale era poco meno di un ambasciatore.

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Per sei mesi Kiniger stringe rapporti con un po’ tutti in Svizzera (tranne che con i tedeschi che lo odiano, cordialmente ricambiati), Monsignor Filippo Bernardini, Nunzio Apostolico (cioé l’ambasciatore del Vaticano) compreso. Kiniger per lo più deve mettere in relazione aziende italiane e svizzere per favorire scambi commerciali in un momento storico particorlarmente oscuro. Lo fa bene ma forse in modo troppo indipendente e questo ai tedeschi non piace: per la Rsi la Svizzera è l’unico contatto non mediato dai nazisti con un Paese confinante e, ovviamente, cerca di approfittarne. Altrettanto ovviamente i tedeschi cercano di ostacolare la cosa: per di più sanno che Kiniger, a dispetto del nome e del 50% del suo sangue, è antitedesco così come anche il suo protettore, Tamburini. Dopo aver cercato in tutti i modi di non farlo andare in Svizzera i tedeschi cercano di farlo rientrare al più presto. Riusciranno solo ad ottenere la sua destituzione, nel giugno 1944, ma Kiniger, che non è fesso, se ne resta in Svizzera anche perché nel frattempo il capo delle SS in Italia, il generale Karl Wolff, ha ottenuto la testa anche di Tamburini.
Mentre si svolgevano queste piccole mene tra Salò, Berlino e Berna, altrove si sviluppavano ben altri progetti. Contrariamente a quanto sostenuto, anche recentemente, i governi di Londra e Washington ma soprattutto lo stesso Vaticano cercarono a più riprese di intervenire per alleviare le sofferenze di quanti (soprattutto ebrei ma non solo) si ritrovavano ad essere ospitati nei lager nazisti. Ancora ai primi di ottobre una giovane ricercatrice inglese, Barbara Rogers, ha trovato al Public Record Office di Londra (l’Archivio centrale inglese) un rapporto di centi pagine comprovante la conoscenza da parte di inglesi e americani, fin dal 1942, dell’esistenza di campi di sterminio nell’Europa dell’Est. La scorsa primavera, del resto, lo storico statunitense Richard Breitman ha pubblicato anche in Italia il suo «Il silenzio degli alleati» (Mondadori), frutto di anni e anni di ricerche tese a dimostrare quello che già da molto tempo qua e là s’era detto e cioé che pur essendo al corrente dello sterminio ebraico inglesi e americani non si dettero molto da fare per bloccare i nazisti. Ancora più violente, e di vecchia data, le polemiche che periodicamente investono la figura e l’azione di Pio XII: per restare anche qui ai casi più recenti, il mese scorso è uscito negli Stati Uniti il libro «Hitler’s Pope» («Il Papa di Hitler») del giornalista, non a caso inglese, John Cornwell, dove Papa Pacelli viene accusato di filonazismo. E questo spiegherebbe il suo presunto “silenzio” e la sua inattività di fronte all’Olocausto.

Tra non molto questi libri (e molti altri ancora) verranno relegati tra le curiosità o tra quelli da aggiornare in tutta fretta e tutto per colpa di un anziano signore che dopo una vita passata a farsi gli affari propri ha trovato solo in tarda età il tempo e la voglia di scrivere le proprie memorie sulle quali la Mondadori sta “riflettendo” da prima dell’estate. Ma i ricordi di Kiniger sono sostenuti, oltre che da una memoria pronta, anche da un bel mazzetto di documenti (che in parte riproduciamo in questo servizio) all’origine dei quali c’è un dispaccio che il segretario di Stato di Pio XII, monsignor Domenico Tardini, nella primavera 1944, inviò alla Nunziatura Apolistica di Berna: «Considerevole numero civili stranieri oppure apolidi, fra cui numerosi ebrei, sarebbero tuttora trattenuti campo di concentramento Italia settentrionale. Insistentemente si chiede interessamento Santa Sede perché suddette persone siano possibilmente riunite porto Adriatico settentrionale da determinare ove da navi neutrali potrebbero essere raccolte e trasferite Italia meridionale oppure Africa. Governo Germanico interessato in proposito ha risposto essere competenza autorità italiane. Desiderando Santo Padre nulla lasciare intentato per cercare aiutare coloro che soffrono, prego Vostra Eccellenza Reverendissima vedere se è possibile far compiere qualche passo affinché umanitaria proposta giunga e sia raccomandata alle autorità del Nord».

Monsignor Bernardini, destinatario del messaggio, perse inspiegabilmente parecchi mesi per attivarsi, agevolando così involontariamente il piano dei tedeschi, usi, in Repubblica Sociale, a delegare al governo di Salò solo le questioni che non li interessavano o che avevano intenzione di procrastinare sine die. Dopo l’incontro con Bernardini, Kiniger incontrò, in una stanza dell’albergo Schweizerhof di Berna, i rappresentanti anglo-americani del War’s Refugee Board che gli comunicarono i dettagli del piano (che coincidevano con quanto già anticipato nel dispaccio di Tardini) aggiungendo che sarebbe stato forse utile far sapere a Buffarini Guidi che era stato inserito nella lista dei criminali di guerra. La sua collaborazione avrebbe quindi potuto alleviarne la situazione a guerra finita.

Quando Kiniger venne incaricato di raggiungere, a Milano, il Cardinale Ildefonso Schuster, e quindi Tamburini e Buffarini Guidi era però ormai tardi: mentre lo sfortunato Kiniger (che era ricercato in Italia) passava il confine guidato dai contrabbandieri, i tedeschi avevano già provveduto a trasferire altrove i loro prigionieri, come dimostra una lettera di Tamburini a Kiniger del 18 dicembre 1944. Tuttavia, l’ex capo della Polizia, che aveva continuato a coltivare buoni rapporti coi vertici della Rsi, Mussolini compreso, aggiungeva: «Mi è stato assicurato che sarà fatto quanto è possibile per aderire alla richiesta e sarà data una risposta a tempo e per via opportuna. Ho interessato anche il Capo della Polizia, gen. Montagna, che non ha mancato di darmi affidamenti per una sua fattiva collaborazione. Nonostante questo non mancherò di parlare al Duce di tale argomento nella prima udienza». In termini più vaghi anche Buffarini Guidi, il 27 gennaio 1945, assicurò il proprio interessamento. Ma prima che fosse chiaro che ormai non c’era più nulla da fare, sia perché il governo della Rsi contava sempre meno, sia perché i tedeschi avevano scelto di trasferire i prigionieri e sia perché, soprattutto, era ormai evidente che la guerra sarebbe finita nel giro di poche settimane. Cattiva fede tedesca, impotenza italiana e sfortuna fecero sì che il progetto ideato ai piani alti di Londra, Washington e Città del Vaticano andasse gambe all’aria e che Kiniger rischiasse inutilmente la vita, per due mesi e passa, facendo su e giù tra la Lombardia e la Svizzera, zigzagando tra guardie svizzere e Ss (e non si sa chi avesse il grilletto più facile). Quando tutto finì, Kiniger, eroe schivo, prima di tornare alle sue occupazioni, si fece rilasciare due attestati, uno dalla Nunziatura Apostolica di Berna e uno dal governo Usa, per poter dimostrare, in avvenire, quello che era accaduto e il ruolo che lui aveva svolto. Quelle lettere se le è tenute in un cassetto per molti anni. Poi, arrivata l’età della pensione, le ha riesumate per ristabilire la verità. Per lui e per qualcuno ancora più importante di lui.

Fabio Andriola

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Un commento


  1. esemplare di quante brave persone ci fossero in ambo gli schieramenti – si dovrebbe dar maggior risalto a qs storie magari con fiction tipo perlasca

    massimo

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