Addio a Massimo Filippini. Una vita per la verità su Cefalonia

20 aprile

Se n’è andato Massimo Filippini. Avvocato e storico, classe 1936, ha lottato tutta la vita perché fosse diffusa la verità sui fatti di Cefalonia e Zante del settembre 1943, quando i tedeschi, in seguito all’armistizio di Cassibile, distrussero la divisione Acqui uccidendo centinaia di soldati e ufficiali italiani. Fra cui suo padre, il maggiore Federico Filippini.

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Massimo Filippini (1936-2020)

Massimo Filippini perseguì tenacemente una battaglia personale affinché i tragici eventi di quel settembre 1943 smettessero d’essere travisati e usati come mito propagandistico ed emergessero le reali responsabilità che condussero la Acqui del generale Gandin a scontrarsi senza alcuna speranza con le forze tedesche. Filippini inoltre per primo smascherò il mito dei “diecimila morti” di Cefalonia, scoprendo e divulgando i documenti che ridimensionavano notevolmente tanto l’entità della strage compiuta dai tedeschi quanto le modalità con cui avvennero i massacri e le responsabilità inglesi nell’affondamento delle navi che trasportarono migliaia di prigionieri italiani dalle isole Ionie al continente, dopo la fine dei combattimenti.

Gli studi di Filippini – “La vera storia dell’eccidio di Cefalonia”, (1998), “La tragedia di Cefalonia. Una verità scomoda (2004) e “I caduti di Cefalonia: fine di un mito” (2006) – rappresentarono un duro atto d’accusa contro il governo Badoglio, che incitò il generale Gandin a rispondere con le armi alle intimazioni tedesche, ma che contemporaneamente evitò di dichiarare di guerra alla Germania all’indomani dell’armistizio (formalmente il regio governo e Berlino saranno in guerra solo in ottobre inoltrato). Il governo di Brindisi così espose i soldati della Acqui al dilemma di doversi arrendere ai tedeschi oppure – in caso di resistenza – essere considerati “franchi tiratori” e quindi fuori da ogni protezione del diritto di guerra. La tragica sorte di circa 1.600 soldati e ufficiali uccisi in combattimento o passati per le armi dopo gli scontri (compreso il padre di Filippini) è legata a doppio filo alla decisione di Badoglio di procrastinare la dichiarazione di guerra al Reich.

Massimo Filippini aveva divulgato le sue ricerche anche con un sito internet, che qualche anno fa – un po’ polemicamente – decise di chiudere. Non certo aiutato da un carattere facile, aveva spesso trovato difficoltà a far valere le proprie ricerche tanto nel mondo degli studiosi quanto su internet (fu pluribannato da wikipedia ma anche su facebook), fin quando la storica Elena Aga Rossi, nel suo recente lavoro sulla divisione Acqui a Cefalonia, e Paolo Mieli riconobbero il valore del lavoro di Filippini.

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Un commento


  1. Mi spiace, ma la responsabilità della strage di Cefalonia è solamente tedesca. Nessun esercito ha il dovere di cedere le armi a un altro che glielo intima, e i tedeschi non avevano alcun diritto di intimare agli italiani di cedere le armi. Non più di quanto l’avessero gli italiani di intimarlo ai tedeschi. Non a caso in Corsica le truppe italiane resistettero e contrattaccarono. Se il governo italiano l’8 settembre non dichiarò guerra alla Germania, questo dimostra solo che non vi fu alcun “tradimento”, come da troppo tempo vanno ripetendo i neofascisti. L’unico tradimento fu quello tedesco verso gli italiani, trattati come carne da macello quando invece non fecero altro che difendersi.L’unico aspetto veramente deplorevole fu che nessuno, tranne casi sporadici, si preoccupò di inviare soccorsi agli italiani di Cefalonia: e la responsabilità di questo è degli angloamericani.

    Luca Pignataro

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