Enrico Mattei? una minaccia per la Gran Bretagna

5 maggio

L’uomo che guardava al futuro: con questo titolo, stasera e domani, va in onda su Rai Uno la fiction su Enrico Mattei. Ma ai suoi tempi, per i sussiegosi e pragmatici funzionari della diplomazia britannica, più che guardare al futuro il capo dell’Eni era l’uomo che intralciava il loro presente. Anzi, seriamente e decisamente lo minacciava.

di Filippo Ceccarelli, da “La Repubblica” 

Fino al punto di…? Alt, no, questo non si può dire. Anche se il cospicuo dossier arrivato in Italia include carte a loro modo profetiche – tipo la fotocopia di un articolo del Financial Times che a due giorni dalla morte di Mattei si chiede se questi «dovrà andarsene» (Will signor Mattei have to go?) – i documenti recuperati da Mario J. Cereghino negli archivi britannici non autorizzano forzature, né automatismi cospirativi.

Eppure, a meno di tre mesi dall’incidente aereo di Bascapé, 27 ottobre 1962, in un documento classificato come «segreto», dal ministero dell’Energia scrivono al Foreign Office: «L’Eni sta diventando una crescente minaccia agli interessi britannici. Ma non dal punto di vista commerciale […] La minaccia dell’Eni si sviluppa, in molte parti del mondo, nell’infondere una sfiducia latente nei confronti delle compagnie petrolifere occidentali».

Insomma, l’Eni incoraggia «l’autarchia» energetica a scapito dell’Inghilterra. Una questione di principio. A settembre, al ministero degli Esteri del governo di Sua Maestà, fanno il punto «sui passi per contrastare il gruppo italiano». Ovviamente «è una materia da trattare con attenzione». Ci sono questioni da girare all’intelligence: «Fino a che punto l’Eni dipende dal petrolio russo? […] È possibile distinguere tra le attività dell’Eni e gli interessi italiani? […] Siamo in grado di affrontare il problema della virulenta propaganda di Mattei contro l’imperialismo e contro le compagnie petrolifere?».Non si conoscono le risposte. Eppure tante altre carte ricostruiscono in modo abbastanza impressionante lo scenario, il contesto, l’atmosfera che nell’autunno del 1962 si era venuta a creare attorno a quello che è diventato un eroe da tele-fiction. Lo storico Nico Perrone, il massimo studioso di Mattei, ha esaminato questi documenti: «Contengono giudizi più sottili, più articolati e più intelligenti di quelli che si trovano negli archivi americani. A Washington reagivano grossolanamente e in ritardo; mentre gli inglesi avevano capito meglio e subito».

I funzionari britannici stanno addosso al presidente dell’Eni. Abbondano le schede, i rapporti, i memorandum. Si inventano pure il termine Matteism per indicare un modo di fare politica e affari. A loro modo lo ammirano anche. Questo si legge in un rapporto del Foreign Office alla legazione britannica di Washington: «Mattei punta in alto. A nostro parere è un manager tosto e un uomo potente nonché pericoloso».

È il 1957 quando l’ambasciatore a Roma, Ashley Clarke, nota: «A differenza di molti esponenti democristiani non sembra corrotto a livello personale. Vive in modo tutto sommato modesto. Il suo unico svago è la pesca: non ci pensa due volte a volare in Alaska per una battuta di pesca di una settimana […] Si trova nelle condizioni di fare gran bene o gran male all’Italia».

È vanesio, certo, e dittatore. Mostra «tendenze napoleoniche» ed «estrema suscettibilità». Gli americani, fanno sapere a Londra i diplomatici di Sua Maestà, pensano che «soffra di megalomania». I difetti di un personaggio ragguardevole sono spesso la faccia in ombra delle sue virtù: «Come tutti gli uomini che si sono fatti da sé, Mattei è vanitoso e non tollera il benché minimo affronto, soprattutto se proviene da uno straniero. Nel lavoro è autocratico e spietato, ma al contempo molto ammirato e rispettato».

Dinamismo e dedizione al lavoro, gli riconosce anche un dirigente della Bp: «È l’apostolo delle imprese statali. Però molti ritengono che la sua psicologia si avvicini molto al concetto de “Lo Stato sono io”».

Questo orgoglio può solleticare un certo spirito sportivo degli inglesi, ma certo non li rassicura negli affari. Mattei fa il diavolo a quattro, fa abbassare i prezzi del petrolio dall’Iran all’Etiopia, dal Marocco al Pakistan all’Arabia Saudita. Un po’ bluffa, ma dal punto di vista degli inglesi un po’ anche bara. O almeno: «Gioca con più mazzi di carte allo stesso tempo», si legge in un memorandum del ministero dell’Energia. Clarke insiste: «È un tipo che non si ferma dinanzi a niente».

Dai documenti si capisce che il «pericolo» è doppio. Riguarda da un lato le questioni dell’energia, ma dall’altro va a sbattere sulle alleanze e sulla stabilità di intere aree del mondo, a partire dal Medio Oriente, per giunta all’indomani della crisi di Suez. Il guaio supplementare è che dell’anticolonialismo questo italiano ha fatto una bandiera. Il petrolio è un mezzo per affermare una politica sociale e nazionale: «I successi in Egitto e in Persia gli hanno dato alla testa […] Di fatto ha dato fuoco alle navi».

Le compagnie petrolifere cominciano a «preoccuparsi seriamente della loro posizione in Italia», avvisa l’addetto commerciale dell’ambasciata di Roma nel luglio del 1960. Ma già ad agosto Clarke prevede: «Non vi è dubbio che in futuro Mattei diventerà una notevole spina nel fianco delle nostre imprese, anche in altre aree del mondo». E colpiscono le conclusioni su questo personaggio «indubbiamente infido» che «in passato ha già utilizzato tattiche ricattatorie […] E Mattei non solo non è crollato, ma al momento è più forte che mai».

Ha appena concluso accordi commerciali con l’Urss e si dispone a stringerne con la Cina comunista: «In futuro», scrivono all’ambasciata britannica di Pechino, «potrebbe fornire ai cinesi tutto il petrolio di cui hanno bisogno». Così da Londra cercano di capire se il governo italiano ispira o si limita a coprire le scorribande dell’Eni, o se è pronto a scaricare il leader del cane a sei zampe. Le carte offrono resoconti mortificanti sui politici italiani: distratti, ambigui, sfuggenti. Il ministro degli Esteri, il liberale Martino, fa spallucce; il presidente Segni è tutto preso dall’agricoltura.

Meno vaghi, anche se sorprendentemente ostili all’Eni, appaiono due diplomatici italiani. Un funzionario del Foreign Office contatta a Londra un diplonatico italiano, Prunas: «La sua impressione è che, se non affrontato in maniera appropriata, Mattei potrebbe diventare pericoloso: e nel dirmi ciò», specifica Mr Beeley, «mi ha chiesto di mantenere il massimo riserbo».

Lo stesso riserbo che in tempi non sospetti il segretario generale della Farnesina, marchese Rossi-Longhi, chiede a Mr Hohler, incaricato d’affari dell’ambasciata: «Secondo Rossi-Longhi potremmo raggiungere migliori risultati assumendo un atteggiamento fermo e piuttosto duro con Mattei».

In realtà, dai documenti trovati da Cereghino viene fuori che il governo britannico, per tutto il 1961, spinge la Bp e la Shell, due delle sette sorelle, a trovare un accordo con l’Eni: «Fino a quando», scrive nell’agosto del 1961 Mr Laskey, un funzionario dell’ambasciata, «continueranno a considerare Mattei come una sorta di verruca o di escrescenza da ignorare (o che al momento non può essere asportata) è difficile che egli si comporti in maniera amichevole».

Niente di più difficile: e infatti Mattei insiste nel suo gioco – anche se forse non si rende conto che sta oltrepassando il terreno petrolifero per entrare di slancio nel campo scivoloso degli equilibri geopolitici. È di nuovo un italiano, il banchiere Lolli, Bnl, a mettere sull’avviso gli inglesi: «I sentimenti antiamericani di Mattei sono così forti che potrebbero trasformarsi in un pericolo sostanziale. In altre parole, potrebbe commettere qualche sciocchezza». Meglio quindi che le compagnie inglesi trovino un’intesa.

L’unico leader italiano che tiene testa a Mattei è Fanfani. Nell’autunno del 1961 l’allora presidente del Consiglio convoca a Palazzo Chigi Arnold Hofland, responsabile del settore Europa meridionale della Shell. Fanfani tenta una spericolata mediazione: «Personalmente il premier non vede di buon occhio l’intesa con Mosca e si è detto pronto ad annullarla. A patto però che Mattei sia messo in condizione di aggiudicarsi quei diritti estrattivi che permetterebbero all’Italia di disporre di una fonte di rifornimento autonoma».

Il colloquio dura due ore e mezzo, ma non produce risultati. Peggio: Hofland, petroliere disincantato, concorda con l’ambasciatore sul fatto che Mattei «risulta sempre più pericoloso, anche se», aggiunge, «personalità come Paul Getty sono in grado di creare grane ben peggiori». Clarke è più risoluto e pessimista: quelli che chiama «i ricatti di Mattei» sono «meno marginali di quanto sembrano». In questo cupo scenario, pur venato da un garbato understatement, si apre il 1962: l’ultimo della vita di Mattei.

Ora, anche in politica internazionale, i «pericoli» è meglio sventarli per tempo; e nessuno ama farsi «ricattare». C’è parecchio nervosismo all’ambasciata di Roma, al ministero dell’Energia, alla Bp, alla Shell. Il 7 agosto i funzionari del Foreign Office inseriscono in un già corposo dossier una strana, ma eloquente nota semi-anonima.

La spedisce, su carta intestata, un non meglio identificato Mr Searight: «Di recente una certa persona ha sostenuto una conversazione con una importante personalità dell’industria petrolifera che recentemente è entrata in contatto con Mattei. A suo dire, Mattei gli avrebbe confidato la seguente riflessione: “Ci ho messo sette anni per condurre il governo italiano verso una apertura a sinistra (in italiano nel testo, ndr). E posso dire che ce ne vorranno di meno per far uscire l’Italia dalla Nato e metterla alla testa dei Paesi neutrali”».

I «Non Allineati», come si diceva in quegli anni. Aggiunge la noticina: «Non ci sono motivi per dubitare che tali affermazioni siano state effettivamente fatte». Possibile: il personaggio era quello che era. Gli eroi da tele-fiction guarderanno pure al futuro, ma intanto è ancora la lezione del passato che bisognerebbe capire meglio.

Filippo Ceccarelli

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Inserito su www.storiainrete.com il 5 maggio 2009

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