Il sogno proibito di Chaplin: un film su Napoleone pacifista

27 giugno

Ogni regista ha il suo film-feticcio, quello che ha in­seguito per tutta la vita e non è mai riuscito a fare. Per Fellini era un film su Napoli, per Visconti e Losey la riduzione della Recherche di Proust, per Kubrick era il film su Napoleone. Anche Chaplin aveva pensato a un film dove vestire i panni dell’Imperatore, ma quello che fino a ieri era considerato solo un progetto, sta assumendo i contorni di una vera e propria passione totale che ha accompagnato la vita e la carriera di Charlot. La scoperta arriva dagli archivi del grande regista, depositati dalla famiglia (insieme a tutti i suoi film) presso la Cineteca di Bologna.

Paolo Mereghetti su www.corriere.it  

Da qui stanno emergendo le prove che il sogno di interpretare Bonaparte non era uno dei tanti progetti mai andati in porto, ma «il» film inseguito per anni: ci sono «centinaia di pagine di appunti, dieci diver­se stesure della sceneggiatura, con­tratti, lettere e cablogrammi» dice Cecilia Cenciarelli, che mercoledì 1˚luglio presenterà il risultato del­le sue ricerche all’interno del festi­val bolognese Il cinema ritrovato. Compresa l’unica foto che si cono­sca di Chaplin in un ipotetico costu­me di scena, regalata dal suo assi­stente Robert Florey al «chaplinia­no di ferro» Maurice Bessy e poi tornata in possesso della famiglia grazie a un’asta. La fascinazione per Napoleone nasce in Chaplin nella prima infan­zia: «Sapevo a malapena di avere un padre e non ricordo che abbia mai vissuto con noi. Aveva gli oc­chi scuri. Mia madre diceva che so­migliava a Napoleone», avrebbe scritto nella sua autobiografia.

Ma è all’inizio degli anni Venti che l’idea di un film su Bonaparte pren­de corpo: pensando a un modo di lanciare la sua compagna di allora, l’attrice Edna Purviance, si imbatte nella storia di Napoleone e dei suoi amori con Giuseppina Beauharnais e comincia a immaginare una sceneggiatura centrata sulla campagna d’Italia. Mentre il fascino del personaggio (su cui legge i libri di memorie di Bourienne e di Constant) fa nascere nell’attore l’intenzione di interpretare lui stesso l’Imperatore. In una pagina inedita, trovata tra le sue carte, scriveva: «All’epoca co­noscevo piuttosto vagamente Napo­leone. Era stato un grande soldato e aveva conosciuto molte avversità. Avevo trovato un almanacco che lo ritraeva mentre si accomiatava dal­le sue truppe a Fontainebleau e mi aveva colpito, così come altre stam­pe in cui guardava il mare, con lo sguardo meditabondo. La sua po­sa, la mano nella giacca, quegli oc­chi tristi e penetranti, mi affascina­vano persino di più della figura di Cristo. Forse perché l’espressione di Napoleone incarnava il dolore umano e vivente di un’anima tortu­rata che sentivo più vicina alla mia comprensione, mentre davanti al patimento divino e innocente di­pinto sul volto di Cristo, con gli oc­chi devotamente rivolti verso l’alto, ho sempre avuto uno sguardo og­gettivo, non ho mai sentito un coin­volgimento umano».

La svolta avviene all’inizio degli anni Trenta, dopo il viaggio di 16 mesi che porta Chaplin in giro per il mondo, offrendogli l’occasione di incontrare Gandhi, Churchill e Einstein, di capire le tensioni che si respirano in Europa e soprattutto in Germania (scriverà anche un pamphlet intitolato Ideas for War Reparations in cui teorizza una possibile soluzione per il debito di guerra tedesco e postula la creazione di una moneta unica europea che chiama «the League») e soprattutto maturare una forte coscienza politica pacifista. E così l’idea di un film su Napoleone cambia totalmente forma. Nel 1933 ingaggia il giornalista Alistair Cooke perché schedi per lui tutti i testi più autorevoli scritti da e su Napoleone (nell’archivio Chaplin esistono più di 300 pagine che di­mostrano il lavoro svolto). Poi chie­de al suo ex assistente Jean de Li­mour di adattare il romanzo di Pier­re Weber La vita segreta di Napole­one, di cui ha acquistato i diritti. Ma non ne è contento e decide di mettersi personalmente al lavoro con l’intellettuale inglese (dichiara­tamente di sinistra) John Strachey, con cui preparerà due successive sceneggiature. Basta campagna d’Italia, si parte da Sant’Elena dove un sosia di Napoleone si offre di prendere il suo posto per permette­re all’Imperatore di tornare in Fran­cia. Qui, però, scoprirà con racca­priccio la miseria in cui le «sue» guerre hanno ridotto il Paese. Di­ventando così un convinto pacifi­sta che per vivere insegna Storia a scuola e parla male delle imprese napoleoniche.

Almeno fino a quan­do il «professor Napoleone» non si fa contagiare dai cimeli del suo glo­rioso passato e comincia ad acca­rezzare l’idea di un nuovo colpo di Stato, insieme a un gruppo di fede­lissimi generali dai quali si è fatto riconoscere. Il progetto non è mol­to coerente con le sue nuove idee pacifiste, ma grazie a una serie di capriole retoriche si autoconvince che le armi sono comunque neces­sarie per conquistare il potere, an­che se il destino gli giocherà uno scherzo capace di mandare tutto a gambe all’aria. Il precipitare degli eventi spinge­rà poi Chaplin a considerare più ur­genti altri soggetti, ma il tema del­lo scambio d’identità e dell’esilio, oltre che quello del discorso pacifi­sta, si ritroveranno praticamente identici nella struttura del Grande dittatore, a testimonianza di una passione che ormai si era imposses­sata di Chaplin e che l’avrebbe ac­compagnato fino alla morte.

Paolo Mereghetti
26 giugno 2009

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