20 luglio 1969: fu l’inizio o la fine del sogno spaziale?

20 luglio

Quello di Neil Armstrong sulla Luna fu un piccolo passo per lui, un grande passo per l´umanità e una bella ginocchiata nelle parti basse per la Nasa. Il programma spaziale americano – la missione più grandiosa, più ambiziosa, più prometeica della storia umana (e anche “divinamente sovrumana”) – cessò di vivere in tenerissima età, alle 22.56 del fuso orario di New York, il 20 luglio 1969, nel momento stesso in cui il comandante Armstrong dell´Apollo 11 poggiava il suo piede sulla superficie della Luna.

Tom Wolfe da “la Repubblica (da “La stoffa giusta” sugli astronauti del Mercury Sette”. c. 2009 The New York Times. Traduzione di Anna Bissanti) 

Non si trattò di una morte ordinaria, del tipo- “è-morto-amen-e-così-sia”, bensì di un purgatorio conclamato, di un purgatorio genere recinto d´attesa per anime morte da poco ma ancora irrequiete, in attesa del giudizio finale da parte di un´Autorità Superiore. Se nel luglio 1969 qualcuno mi avesse detto che lo scalpore suscitato dal piccolo passo di Armstrong sulla Luna e dal grande passo dell´umanità di fatto sarebbe equivalso al rumore strascicato del passo dei becchini al cimitero, avrei sicuramente distolto lo sguardo e scosso la testa in segno di pietà.

Il grande evento già evidenziava una falla. E questo perché mandare un uomo sulla Luna non era che l´inizio, il preludio, il prologo! La Luna, dopotutto, non era altro che un piccolo satellite della Terra. Noi americani non ci saremmo fermati, non prima di aver esplorato l´intero sistema solare. Dopo di che saremmo passati alle galassie. La Nasa era pronta a mandare uomini su Marte da tempo.

Wernher von Braun, l´esperto tedesco di missili che nel 1945 era passato dalla nostra parte, aveva iniziato sin dal suo arrivo negli Stati Uniti a lavorare a un progetto per Marte. Tutto ciò che serviva alla Nasa e a von Braun era il benestare del presidente e del Congresso. Perché mai avrebbero dovuto anche solo tentennare per dire un semplice sì?

Tre mesi dopo l´allunaggio, iniziai tuttavia a chiedermelo sul serio. Mi trovavo in Florida, a Cape Kennedy, la base di lancio per il programma spaziale, a bordo di un autobus turistico della Nasa. A fungere da guida sull´autobus c´era un affascinante giovanotto quasi sulla quarantina, davvero goffo.

Era un ingegnere che fino a pochissimo tempo prima era stato un dipendente della Nasa. Era specialista di scudi termici. All´improvviso si era verificata una prima inspiegabile ondata di licenziamenti. La Nasa aveva trascurato un piccolo dettaglio: non aveva assunto un manipolo di filosofi.

A partire dal momento preciso in cui i sovietici avevano lanciato in orbita lo Sputnik 1 intorno la Terra nel 1957, tutti avevano considerato la cosiddetta “corsa allo spazio” come una cosa sola: una sfida militare. In un primo tempo era dilagato il panico: i sovietici stanno conquistando “territorio altamente strategico” nello spazio.

I fisici fecero subito presente che nessuno avrebbe scelto lo spazio come base di lancio per un attacco contro la Terra. I bersagli sarebbero rimasti indenni e si sarebbe finiti tutti raggomitolati in posizione fetale sul pavimento. D´altro canto, tuttavia, un pensierino lo si doveva pur fare su quei missili che avevano spedito in orbita le navicelle spaziali sovietiche.

Quando nell´aprile del 1961 Kennedy convocò alla Casa Bianca l´amministratore della Nasa James Webb e il suo vice Hugh Dryden, non aveva in mente questo, ma altro. Continuava a farfugliare: «Se soltanto qualcuno potesse dirmi come fare a recuperare lo svantaggio». Recuperare terreno divenne la sua ossessione.

Dryden disse in tutta sincerità che non c´era modo alcuno di recuperare terreno nei confronti dei sovietici, un´idea migliore sarebbe stata annunciare un programma crash, qualcosa di sensazionale. L´obiettivo dichiarato doveva essere portare un uomo sulla Luna nei dieci anni successivi.

Appena un mese dopo, Kennedy fece il suo famoso discorso al Congresso e disse: «Io credo che questa nazione debba impegnarsi per raggiungere l´obiettivo, entro la fine di questo decennio, di mandare un uomo sulla Luna e di farlo tornare a Terra sano e salvo».

Il presidente dimenticò di citare Dryden. A livello intuitivo Kennedy aveva scelto un´altra forma di antagonismo militare, una competizione eccentricamente antica e arcaica detta “duello in singolar tenzone”. Prima che le armate si scontrassero in un attacco a oltranza, ciascuna di esse mandava avanti il proprio “campione” e i due si scontravano combattendo fino alla morte, di solito a colpi di spada.

Il duello in singolar tenzone più celebre di tutti era stato quello di Davide contro Golia. I sovietici erano sicuramente in vantaggio nella corsa allo spazio. Non appena la Nasa era riuscita a mandare due astronauti alle Bahamas con un voletto sub-orbitale di 15 minuti, i sovietici già riuscivano a inviare in orbita un secondo cosmonauta dopo Gagarin, che girò 17 volte intorno alla Terra per una durata di 25 ore.

Titov sorvolò tre volte gli Stati Uniti. Gli déi avevano mostrato in che direzione volevano che si andasse! I cosmo-campioni sovietici superavano così facilmente e così nettamente gli astro-campioni americani che l´atmosfera si fece cupa. Tutte le volte che si prendeva in mano un giornale, soltanto un titolo spiccava: “Space gap”.

Alla fine, nel febbraio 1962, la Nasa riuscì a mandare un uomo in orbita terrestre, John Glenn. Restò in orbita soltanto cinque ore, rispetto alle 25 di Titov, ma quello fu il nostro… paladino! Durante la parata che lo condusse fino a Broadway si sentirono cori e canti di vittoria come mai si erano uditi, e si videro diverse migliaia di persone commosse. Glenn fu l´ultimo eroe nazionale americano.

Ci furono altre tre missioni Mercury. Poi ebbe inizio la serie di voli Gemini. Osammo chiederci se non stessimo di fatto avvicinandoci parecchio ai sovietici. Trattenemmo il fiato. Naturalmente, la Cia riferì che i sovietici erano prossimi a raggiungere la Luna. La Nasa così si lanciò a testa bassa nel programma Apollo. Con l´Apollo 11, alla fine, vincemmo la gara.

Tutti, Congresso incluso, erano rimasti affascinati e catturati dal flusso di adrenalina della corsa allo spazio, ma poi – dopo l´allunaggio – i parlamentari iniziarono a chiedersi qualcosa che fino ad allora non era balenato loro in mente. Che cosa voleva dire davvero quella sorta di duello in singolar tenzone? Si era trattato di una battaglia per risollevare l´umore a livello interno e l´immagine del nostro Paese all´estero.

Bene, avevamo vinto, ma la vittoria non aveva alcun significato tattico militare. E oltretutto era costata una vera fortuna. E che cosa poteva significare l´idea di spedire un uomo su Marte? Non ne avevamo più bisogno. Era finita: la Nasa aveva vinto, congratulazioni e tante grazie. Il budget annuale della Nasa precipitò di colpo.

Fu a quel punto che la mancanza di un dipartimento di filosofi all´interno della Nasa si palesò come un vero problema. Di fatto lì dentro c´era un unico filosofo: Wernher von Braun. Purtroppo, la Nasa non poté presentare come proprio portavoce e grande filosofo un ex membro di alto grado della Wehrmacht nazista dal pesante accento tedesco.

Di conseguenza, il Programma Spaziale è rimasto, per così dire, sospeso per 40 anni, ammazzando il tempo in una serie di progetti orbitali quali lo Skylab, la missione congiunta Apollo-Soyuz, la Stazione Spaziale Internazionale e lo Space Shuttle. Per quaranta anni tutti quanti alla Nasa hanno saputo che il passo successivo più logico sarebbe stato una missione su Marte con equipaggio a bordo, e tutti i presidenti e il Congresso hanno brevemente abbracciato tale proposta, prima di accantonarla.

Tutti hanno avuto progetti molto più stuzzicanti e allettanti per i quali fare buon uso della cifra prossima ai dieci miliardi di dollari che il Progetto Marte avrebbe richiesto ogni anno. Anche adesso, in questo preciso momento, la Depressione II ha sicuramente la meglio su qualsiasi allocazione alternativa di quei fondi.

Il 20 luglio 1969 fu il giorno nel quale alla Nasa, più che altrove, più che in qualsiasi altro posto al mondo, venne a mancare la Parola. Ma la Parola era qualcosa nei confronti della quale gli ingegneri della Nasa non disponevano di specifiche tecniche. In questo momento, essa è tuttora l´unica soluzione che resti per ritrovare il vero destino della Nasa. Che, naturalmente, è quello di costruire quel famoso ponte verso le stelle.

Inserito su www.storiainrete.com il 20 luglio 2009, 40° anniversario dello sbarco dell’uomo sulla Luna

Invia ad un amico Invia ad un amico     Stampa questo post Stampa questo post

Un commento


  1. E’ una ricostruzione giusta. Gli americani raccolsero la
    sfida spaziale unicamente per sconfiggere i sovietici.
    Senza lo Sputinik e Gagarin, non avremmo avuto il Programma Apollo. Ed una volta che i sovietici si disinteressarono allo spazio, anche gli americani fecero
    altrettanto. Figuriamoci dopo la sparizione dell’ URSS.
    Se l’ umanità si è affacciata allo spazio, lo dobbiamo
    all’ idealismo di Ziolkoskji, Korolev e Krusciov.
    L’ errore di fondo dell’ esordio dell’ astronautica nel
    XX secolo fu, fin dall’ inizio, di non considerarla una
    prospettiva scientifica, ma come una competizione politico-militare. Da qui tutte le storture, contraddizioni ed interruzioni che hanno caratterizzato
    l’ esplorazione dello spazio.

    Vinicio Dolfi

Lascia un commento

*

* Attenzione: i commenti sono moderati. Storia In Rete si riserva la possibilità di non pubblicare commenti offensivi, lesivi dell'altrui reputazione, o comunque contro le leggi in vigore. In ogni caso, i commenti pubblicato non riflettono necessariamente la linea editoriale di Storia In Rete, che si impegna a stimolare e diffondere un dialogo il più possibile rispettoso di tutte le posizioni.