Risorgimento: i verbali del governo del Conte di Cavour

20 luglio

Dall’Archivio Centrale dello Stato emergono i verbali del Consiglio dei Ministri del 1859-1861, pubblicati ora integralmente. Furono quelli gli anni cruciali per l’Unità italiana. I verbali – voluti da Cavour stesso – gettano una luce documentaria su quel periodo, e restituiscono a quegli eventi – troppe volte resi oleografici o denigrati – la loro dimensione storica reale

di Aldo G. Ricci, tratto da “Storia in Rete” n° 40

Primo gennaio 1859. Camillo Benso conte di Cavour, primo ministro del Regno di Sardegna, decide che si debba tenere un verbale delle riunioni del Governo. Qual è la ragione profonda che lo induce a compiere questa scelta? La domanda ha un suo fondamento, perché è proprio da quella data che cominciano i verbali dei consigli dei ministri, nati per richiesta dello stesso Cavour e poi in seguito disciplinati da precise regole. La risposta ha due facce. La prima, ovvia, perché il conte ritiene opportuno che resti traccia delle decisioni prese. Ma la seconda è legata alle circostanze straordinarie che la Penisola si appresta a vivere. Con il 1859 si apre infatti un ciclo di eventi straordinari che culmineranno il 17 marzo del 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia, sotto la guida di Vittorio Emanuele II, e Cavour, che sa, almeno in parte, quello che si sta preparando, ritiene indispensabile che di questo resti traccia documentata. Quindi un biennio straordinario che si snoda con l’efficacia di una scenografia trascritta in diretta, nel corso delle numerose sedute di quei mesi, seguendo il corso tempestoso degli eventi. Una prosa spesso burocratica e neutra che tuttavia non nasconde la dirompente drammaticità e grandezza del momento storico. Di qui la scelta di pubblicare quei verbali, che si chiudono il 6 giugno del 1861 con il drammatico annuncio, nel corso della seduta, della scomparsa del conte di Cavour, l’uomo che aveva guidato la politica verso l’approdo unitario e aveva voluto che ne restasse traccia nei documenti del Consiglio.

I due anni che danno vita all’Italia come Stato unitario (anche se mancano ancora Venezia e Roma, per le quali bisognerà aspettare il 1866 e il 1870) si presentano con due facce: una tradizionale, nei binari delle guerre tra Stati e della diplomazia, e l’altra rivoluzionaria. La seconda guerra d’Indipendenza, che vede il Piemonte e la Francia uniti contro l’Austria per gli sforzi diplomatici di Cavour, è la prima faccia di quel biennio, e il risultato è la liberazione della Lombardia. Ma l’Italia tutta comincia a scricchiolare, a partire dagli Stati dell’Italia centrale che cacciano i sovrani e chiedono l’annessione al Piemonte. E’ soprattutto il grande Regno delle Due Sicilie a preoccupare la diplomazia internazionale, con i focolai di rivolta che si accendono a ripetizione. Siamo ormai nella primavera del 1860 e Garibaldi, dopo molte esitazioni, è pronto a muoversi per quella che diventerà la sua impresa più gloriosa: la spedizione dei Mille, che in poche settimane si trasforma in un esercito di liberazione in grado di aver ragione del forte esercito borbonico e consegnare un regno a Vittorio Emanuele II. I verbali che vengono proposti su queste pagine raccontano appunto le contraddizioni, i timori, gli entusiasmi di quei giorni magici, quando il realista Cavour, sempre tormentato dal timore che la costruzione unitaria, alla quale è ormai interamente conquistato, dopo anni di preparazione e di dubbi, possa venire compromessa dal movimentismo incontenibile di Garibaldi e dai tentativi di Mazzini di portare la rivoluzione fino a Roma.

Cavour sa che l’Inghilterra è favorevole alla fine della dinastia dei Borbone di Napoli, ma sa anche che la Francia è turbata dal precipitare degli eventi e che non ha messo affatto in conto un’Italia unita dalle Alpi alla Sicilia. L’Austria è sconfitta ma non doma, e se la Roma dei Papi fosse in pericolo gli equilibri potrebbero facilmente rovesciarsi e il castello unitario precipitare. Di qui la straordinaria occasione che offre la lettura dei verbali di quei mesi, dove si legge la preoccupazione di allontanare dal governo piemontese il sospetto di aver favorito la spedizione di Garibaldi, le rassicurazioni date a Francesco II di Borbone circa le intenzioni del governo di Torino di non interferire negli affari interni del Regno delle Due Sicilie, ma anche la sostanziale volontà di assecondare il corso degli eventi se questi evolveranno verso una soluzione favorevole all’annessione. Parallelamente, emerge con drammatica chiarezza il timore che la situazione possa sfuggire di mano. Sono espliciti i riferimenti al «pericolo Mazzini», come anche gli inviti al ministro dell’Interno, Luigi Carlo Farini, perché faccia «cessare l’esistenza funesta di uno Stato nello Stato», cioè l’attività dei comitati garibaldini (le «sette», come vengono definiti), che in tutta Italia si muovevano per estendere il movimento rivoluzionario.

Gli avvenimenti si conclusero come sappiamo e la leggenda si prese poi l’incombenza di trasfigurarli come i manuali scolastici di storia ce li hanno insegnati per decenni. Ma i verbali, seguendo l’evolversi della spedizione in diretta e i riflessi che questa evoluzione aveva sugli equilibri politici a Torino, ci dicono quanto la conclusione positiva non fosse affatto scontata. In questo senso rappresentano la migliore testimonianza del genio politico di Cavour e del suo realismo, che in quei mesi trovò un difficile equilibrio con il movimentismo rivoluzionario di Garibaldi, dando vita a un sodalizio irripetibile al quale si deve, in definitiva, l’esito positivo del processo unitario. Alla vigilia del 2010 (duecentesimo della nascita di Cavour) e ancor più del 2011 (150° dell’Unità d’Italia), al di là dei riti di commemorazione che si celebreranno, vale davvero la pena di rileggere le pagine che registrano, nel vivo degli avvenimenti, emozioni, entusiasmi e incertezze di alcuni dei protagonisti dei giorni che hanno visto compiersi il sogno unitario dei patrioti del Risorgimento.

Aldo G. Ricci

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4 commenti


  1. Evidentemente in quei verbali sono state scritte delle bugie. Cavour era cosciente di quanto stava per fare e quali sarebbero state le ripercussioni interne in caso di fallimento di garibaldi; la probabile scomparsa del regnetto savoiardo dalla cartina geografica ( accordo NON VERBALIZZATO con napoleone III circa il passaggio della sardegna alla francia) . Il non volersi compromettere nell’invasione del sud poi, alla luce dei fatti non puo’ che apparire ridicola, se non altro ( senza soffermarsi su ben piu’ pesanti considerazioni) per la massiccia presenza di militari piemontesi nelle fila garibaldine. Trovo davvero divertente che una testa calda come garibaldi, in preda a un momento di esaltazione, metta insieme un gruppo di amici, parta da quarto, conquisti uno stato straniero e per un impeto di generosità lo REGALI a cavour, il quale cade dalle nuvole dall’inaspettato regalo. L’anno prossimo si fara’ festa per i 150 anni..ma per favore, evitiamo di cadere nel ridicolo.

    giovanni

  2. Penso che uno dei verbali più “illuminanti” sulla politica di aggressione e di “annessione” di Cavour sia quello stilato dopo la riunione del consiglio dei ministri (assente solo il ministro delle finanze perchè fuori Torino) del 10 marzo 1859 dove viene decisa e finanziata (con ben tre voci di spesa)la spedizione dei Mille (che avverrà, poi, 14 mesi dopo). Questi era “il fratello d’Italia”.
    Spedizione che ha causato, poi, quasi un milione di morti e circa trenta milioni di emigranti nonchè l’impoverimento e l’imbarbarimento del Sud.
    Nupo da Napoli

    Porzio Nunzio

  3. Non vorrei essere scortese con l’amico Porzio Nunzio, ma penso che i nostalgismi neoborbonici siano inutili (non si ritorna indietro) e dannosi per il nostro stato sempre in preda a “gentaglia” desiderosa di dividere il nostro paese con seccessioni dure o morbide. Inoltre i barbari che hanno impoverito il Sud non sono stati i Savoia, ma gli stessi borbone, che hanno lasciato in stato di arretratezza il Meridione. La mafia non l’ha creata Cavour, ma c’era prima. Io non difendo il Nord (sono del Sud, calabro-salentino), ma se espandere il Nord per “esportarci” un regime liberale e distruggere l’assolutismo borbonico è barbarie, io sono un barbaro e difendo il loro operato. Certamnete vi furono degli errori, ma il fine giustifica i mezzi.

    Matteo Luca Andriola

  4. No caro Luca, non sei affatto scortese con me, anzi ti ringrazio per avermi chiamato in causa e ti premetto che anch’io sono per l’unità della ns.patria (o anche capito a chi ti riferisci quando parli di “gentaglia” desiderosa…. con secessioni dure o morbide).Però di una cosa puoi essere certo. Ad impoverire il Sud sono stati proprio i savoia (che con i ns. soldi raddrizzarono le loro finanze ed anche quelle di quella che tu chiami “gentaglia”).
    Questo lo dice la storia, non lo dico io.Ma non la storia che ci hanno propinato per 150 anni (e probabilmente quella che tu conosci) ma la “Vera Storia” che sta venendo fuori, ancora con difficoltà,dai vari archivi.Dispiace che uno del Sud, di cui non
    abbiamo nulla da vergognarci, crede ancora alla “favola” e al “mito” del risorgimento.Dispiace ancora che,la feroce propaganda denigratoria messa in atto 150 anni fa dalla massoneria e dai nemici di un Regno pacifico, faccia ancora proseliti malgrado tutto quello che è venuto fuori e sta continuando a venir fuori.
    Certo che chiamare barbari coloro che guidavano una nazione che specialmente nelle arti e nella cultura primeggiava in Europa.!?
    In un Paese che, malgrado tutto, non vi era disoccupazione (se non quella fisiologica e non più degli altri stati), in un Paese
    che stava incominciando ad espandersi industrialmente (e che comunque non stavamo messi peggio degli altri),in un paese senza debiti, dobbiamo ringraziare i “fratelli d’italia” che ci hanno portato un regime “liberale”(ci hanno portato o imposto?) che ha poi causato quello che ha causato. Fame, morti,disoccupazione, emigrazione e malavita.No la mafia,la ndrangheta, la camorra non l’ha creata Cavour,Se ne è servito però. Non dimenticare che i Borbone li tenevano in carcere questa gente e, mi duole dirlo,fù
    proprio un tuo coonterraneo,Salentino di Patù,quello squallido individuo di Liborio Romano, che ministro del Regno delle Due Sicilie, aveva già tradito ed era in combutta con Cavour, a tirarli fuori dalle prigioni e ad affidargli compiti di polizia
    per tener buona la popolazione e favorire la venuta di Garibaldi.
    (in Sicilia, il compito lo svolsero i mafiosi e i “picciotti”).
    In un altro forum tu dici:”Penso che sia una cosa vergognosa che non si stanzino fondi (o che essi siano limitati) per la commemorazione dell’Unità del nostro paese.”
    Io ti dico, invece, che la trovo una cosa vergognosa se questi fondi dovessero servire a perpetuare il mito del “risorgimento”o
    dell'”unità d’italia” come fatto fino ad oggi. Se fondi devono essere stanziati, essi devono servire per una revisione storica e raccontare veramente come fu compiuta l’unità d’italia. Basta con la reticenza e le falsità propinateci per 150 anni.
    Come ancora tu hai detto:” Senza il ricordo della nostra storia, noi non avremo alcuna identità, e senza identità non siamo nulla.”
    Ed è per questo che io sono “nostalgico” (ma non del re, ne tanto meno dei Borbone,se no sarei un anacronistico),sono nostalgico dei “fasti” del passato, del fatto che eravamo una Nazione,uno Stato,uno Stato che esportava, tra le altre cose, cultura. Ora. invece. ci hanno costretto ad esportare “munnezza”.
    Caro Luca, mi sono permesso di darti del tu perchè uno dei miei tre figli si chiama Luca, ti ho accomunato a lui e anche perchè
    ho la netta sensazione che anche tu debba essere molto giovane.
    Ti do un consiglio spassionato per imparare a conoscere la storia del Sud,la vera storia, “la nostra storia”. Leggiti il libro- Il
    Regno delle Due Sicilie-Tutta la verità- di Gustavo Rinaldi e un altro libro, di cui tutti parlano bene e che in cinque mesi è alla settima ristampa (io non l’ho letto ancora per il tempo tiranno) è: TERRONI di Pino Aprile.
    Ti saluto cordialmente “scortese”.
    Nupo da Napoli.

    Porzio Nunzio

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