La guerra segreta dell’URSS contro il Vaticano

30 luglio

Un monsignore 007 al fianco di Agostino Casaroli, un traduttore infiltrato nella redazione dell’Osservatore Romano, un prete cecoslovacco sedotto da un’avvenente fanciulla reclutata dal Kgb, l’attentato a Wojtyla suggerito dalle alte sfere del Pcus e una miriade di altri aneddoti che raccontano la guerra segreta dell’Unione Sovietica contro il Vaticano: di questo parla Spies in the Vatican, 296 pagine di cronache top secret pubblicate da «Pegasus» e confezionate da John Koehner, ex ufficiale dell’intelligence dell’esercito americano che negli anni Ottanta fu consigliere del presidente Reagan.

Di Maurizio Molinari su “La Stampa” –

Consultando documenti declassificati dopo la fine della guerra fredda, a Mosca e in altre capitali dell’Est, Koehner fa risalire l’inizio della «guerra segreta contro il Vaticano» alla domenica di Pasqua del 1923, quando monsignor Konstantin Budkiewicz viene giustiziato sulle scale della prigione Lubjanka perché accusato di «atti controrivoluzionari».

Quell’omicidio svela la convinzione dei bolscevichi, sin dall’inizio, che il Vaticano sia un’entità ostile e, 40 anni dopo, porta alla decisione di infiltrare propri agenti nella Santa Sede, impegnata in una Ostpolitik percepita come una pericolosa intrusione nei Paesi dell’Est.

È la genesi di un’operazione affidata dal Kgb alla Stasi della Ddr guidata da Markus Wolf, che riesce a mettere a segno colpi formidabili. Alcuni di questi portano i nomi di monsignor Paul Dissemond, del monaco benedettino Eugen Brammertz e di Alfons Waschbüsch, studente all’Università di Monaco.

Dissemond inizia a lavorare per la Stasi nel 1974, a 54 anni di età, quando è il segretario generale della Conferenza episcopale di Berlino. È lui a far sapere al Kgb che Casaroli tesse rapporti con i vescovi della Ddr e della Polonia in chiave ostile ai regimi comunisti, tenendo poi informata la Stasi su questi legami. A guerra fredda finita Koehner va a trovarlo a Berlino, ma lui nega di aver «tradito la Chiesa» e continuerà a sostenerlo fino alla morte, sopravvenuta nel 2006.

Brammertz invece viene reclutato dai servizi sovietici subito dopo la guerra, quando è un ex medico della Luftwaffe internato in un campo di prigionia. Nel 1975 viene inviato dall’Abbazia di St Matthias a Roma, dove si fa assumere dall’Osservatore Romano come traduttore per l’edizione tedesca. Riesce così a entrare nella Commissione scientifica della Santa Sede in cui siede il cardinale Casaroli, regista della Ostpolitik.

Tra i maggiori successi del «grande monaco», come Wolf lo chiama, c’è l’invio alla Stasi di un documento che illustra nomi e «differenze ideologiche» di chi in Vaticano si occupa della Ostpolitik. Dopo l’elezione di Karol Wojtyla al soglio pontificio è proprio Brammertz a documentare «la crescente influenza del clero polacco sul Vaticano» con dozzine di rapporti che descrivono la «crescente influenza dell’Opus Dei, violentemente anticomunista».

Brammertz continua a mandare resoconti alla Stasi fino a poco prima dell’infarto che lo uccide il 18 febbraio 1987, ma la sua scomparsa non è un gran danno per il Kgb grazie ai servizi di Alfons Waschbüsch, originario di Konz, laureato in filosofia a Monaco nel 1965 e arruolato dalla Stasi con il nome in codice di «Antonius» per essere inviato a Roma nel 1976 come reporter della Kna, l’Agenzia stampa cattolica in lingua tedesca.

Nel 1981 è lui la fonte che fa arrivare ai servizi polacchi le informazioni sulla Chiesa cattolica anticomunista, utilizzate durante il golpe del generale Jaruzelski. Oggi è un dipendente della sede dell’Episcopato a Coblenza, dove l’autore del libro ha tentato di rintracciarlo, scontrandosi però con i dinieghi dei superiori secondo i quali «Waschbüsch è stato assunto sulla base del dogma del perdono».

Fra tante spie dell’Est, chi più riesce ad avvicinarsi a Giovanni Paolo II è Konrad Stanislaw Hejmo, il padre domenicano – amico di Wojtyla dai tempi dell’università – che a Roma si occupa delle visite dei pellegrini polacchi e ha «accesso illimitato» al Pontefice fino ai suoi ultimi giorni.

Vi sono poi personaggi minori per l’impatto spionistico, ma comunque significativi per comprendere il clima della guerra fredda in Vaticano, come il prete cecoslovacco Jaroslav Fojtl del Collegio Pontificio Nepomuceno, spinto a collaborare con il Kgb, dopo il 1968, dalla relazione avuta con un’agente abile nel sedurlo durante una visita a Praga.

A questo gruppo di «spie minori» appartiene anche il colonnello Alois Esterman, comandante delle guardie svizzere che viene assassinato con la moglie il 4 maggio 1998 dal vicecaporale Cedric Tornay, poi suicida. Esterman serve alla Stasi per avere un controllo del territorio vaticano, ma non è in grado di far avere informazioni di qualità sugli orientamenti della Chiesa.

Fra i tanti documenti che Koehner cita c’è la direttiva datata 13 novembre 1979 emessa dal Segretariato del Pcus, nella quale si ordina al Kgb di adoperare ogni mezzo per «prevenire il nuovo corso politico inaugurato dal Papa polacco, se necessario con misure addizionali». È il testo che, secondo Koehler, prova la matrice dell’attentato al Papa: a firmarlo sono nove gerarchi sovietici dell’epoca, incluso il segretario del Pcus Mikhail Gorbaciov.

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Inserito su www.storiainrete.com il 30 luglio 2009

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