Da Crispi a Scelba, lo scandalo sessuale imperversa in politica

1 settembre

Forse non riusciremo a celebrare con la dovuta solennità il 150° anniversario dell’Unità nazionale, però le tradizioni più radicate sappiamo mantenerle. Per esempio quelle di usare gli scandali sessuali per tacitare scandali d’altro genere.

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Aldo Giannulli per l’Unità

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La prima occasione si presentò subito dopo l’Unità, quando la capitale era ancora Firenze, nel 1869: il deputato della Sinistra Cristiano Lobbia denunciò una storiaccia di corruzione riguardante la «Regia manifattura dei tabacchi»: subì prima un attentato e dopo, con una montatura ben congegnata dal servizio segreto della polizia, venne accusato di omosessualità e messo a tacere. Poi, nel 1878, venne la scoperta della bigamia di Crispi, tirata fuori dal Ministro dell’Interno Nicotera. E non mancò una pennellata porno neppure nello scandalo delle «corazzate di burro» (1903).

Anche il fascismo dette il suo contributo: Farinacci (1928) accusò il podestà di Milano di aver incassato qualche bustarella e, nello scontro che ne seguì, emerse che il ras di Cremona amava un po’ troppo le auto, la bella vita e le belle signore, ma se la cavò. Andò peggio al suo successore alla segreteria del Partito nazionale fascista, Augusto Turati, inviso a molti gerarchi perchè uomo colto e poco incline ad assecondare le pretese dei Ras.

Fu tolto di mezzo con l’accusa di omosessualità. L’Ovra, la polizia segreta di Mussolini, collezionò molte note confidenziali sulle disinvolte abitudini sessuali di Galeazzo Ciano e di sua moglie Edda, del principe Umberto, del generale De Bono, di Ettore Muti. Si parlava molto anche di cocaina.

Ma i trionfi maggiori della nobile tradizione vennero con il periodo repubblicano. Non citeremo il caso dell’omicidio di Wilma Montesi – troppo noto per dirne ancora – con il quale Fanfani si sbarazzò del suo avversario di partito Attilio Piccioni. Anche lì, al clamore della stampa di sinistra, si rispose con uno scandalo sessuale che colpì l’avvocato Sotgiu, comunista e presidente della provincia di Roma, di cui venne documentata la pratica voyerista.

Ma ricorderemo quanto accadde, nel 1959, all’allora Ministro dell’Interno Tambroni, che scoprì che il servizio segreto del suo stesso ministero stava indagando sulla sua relazione extraconiugale con la nota attrice Silva Coscina. Pochissimo tempo dopo Mario Scelba, allora capo di una corrente Dc, vide su un giornale di destra la sua foto, seduto al tavolino di un bar in Via Veneto, in compagnia di una avvenente signora, che però non era sua moglie, ed una innocente didascalia: rinunciò subito ai suoi progetti di secondo partito cattolico.

Ancora, l’ex capo dell’Ufficio D, Gianadelio Maletti, durante la sua audizione davanti alla Commissione Stragi dichiarò tranquillamente che il servizio controllava un Presidente del Consiglio democristiano notoriamente omosessuale e, un giorno, fotografò «un giovane in tenuta adamitica» sulla terrazza del suo attico.

E poi altri scandali e mormorazioni su Toni Bisaglia, Mariano Rumor, Fiorentino Sullo. Ne fu colpito anche Andreotti da Pecorelli. Ma il grande Giulio non querelò nè Pecorelli, né altri. Mai. Altra classe, altra tempra. La tradizione del letame è rimasta, ma con molto meno stile.

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Inserito su www.storiainrete.com il 1 settembre 2009

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