Il Risorgimento? È zoppo, è ora che gli storici lo riscrivano

10 ottobre

Si fa un gran dibattere sulle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, su cosa sia giusto fare e cosa no. Sia i numerosi intellettuali che fanno parte del Comitato, sia quelli ancora più numerosi che ne sono esclusi manifestano scontentezza: opere pubbliche sì, opere pubbliche no? E, se sì, quali? Mi sembra che sarebbe il caso di cominciare dal principio, tanto noto quanto poco adottato «non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, ma cosa puoi fare per il tuo Paese».
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Per esempio, il modo migliore (più economico e più utile) per celebrare l’Unità è che i suddetti intellettuali pubblichino un volume collettivo – basta organizzare un convengo entro l’estate del 2010 – per mettere nella giusta luce storiografica il nostro Risorgimento. Il quale viene tuttora trattato in modo retorico, enfatico e antistorico nei libri di testo delle scuole. Non sarebbe poi difficile semplificare gli atti di un simile convegno per farne un testo scolastico finalmente libero da patriottismi d’occasione.
Un simile testo farebbe giustizia di molti luoghi comuni che ci hanno trasmesso tanto nelle medie inferiori e superiori quanto nelle università. Non è edulcorando la propria storia che la si onora e la si fa amare, né tantomeno conoscere. Bisognerà, per esempio, dimostrare in modo esplicito che il Risorgimento non fu un movimento di massa voluto dal popolo, bensì l’attività intellettuale e politica di una minoranza, oltre che una campagna di conquista del Regno del Piemonte; che Cavour non andò mai a Roma in vita sua e che avrebbe preferito uno Stato federale composto da Nord, Centro e Sud; che ai cosiddetti plebisciti di annessione poté votare, per censo, meno del 2 per cento della popolazione; che Massimo d’Azeglio, dopo aver detto pubblicamente «fatta l’Italia bisogna fare gli italiani», in privato scriveva: «Unirsi con i napoletani è come giacere con un lebbroso»; che non erano molti – al Nord, al Sud, al Centro – gli italiani che davvero si entusiasmavano all’idea dell’Unità.
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C’è anche da affrontare, fra i molti nodi, quale fosse il reale stato dell’economia del Regno delle Due Sicilie: se è vero – come sempre più spesso si sostiene – che fosse molto migliore di quanto comunemente si creda. E quanto è vero che le banche meridionali vennero saccheggiate in favore del nuovo Stato unitario, che il latifondo baronale sia stato smantellato – con requisizioni – a favore di nuovi latifondisti, i quali poterono comprare vasti appezzamenti di terra a costo inferiore al valore effettivo. C’è da considerare se l’improvvisa e radicale uniformazione di sistemi contabili, unità di misura, programmi scolastici ecc. non avrebbe potuto venire realizzata, più ragionevolmente, in tempi più lunghi.
Il corpo centrale del volume, invece, affonderà il più gigantesco e intangibile tabù della storia d’Italia, cui nei manuali scolastici vengono dedicate poche righe, ovvero la «lotta al brigantaggio». Per combattere la ribellione delle popolazioni meridionali contro l’annessione forzata, il neo Regno d’Italia applicò una vera dittatura militare, impiegando l’esercito come contro un nemico esterno. Intere popolazioni meridionali vennero sottoposte a una spietata repressione militare, di cui si è persa traccia perché la documentazione relativa è stata scientemente distrutta, ma che provocò – secondo calcoli attendibili – almeno 100mila morti, con crudeltà feroci da entrambe le parti: soldati crocefissi alle porte delle chiese, popolane incinte stuprate e squartate…
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Sono straordinarie le storie di singoli briganti e brigantesse, di battaglie e agguati, astuzie e vita quotidiana di un mondo che sembra antico e siamo invece noi, appena un secolo e mezzo fa.
Il «brigantaggio» – sostenuto dai Borboni in esilio, dal clero, da veri briganti e dalla popolazione civile – fu una rivolta di massa, sociale e politica. Era la prima, dura prova dello Stato unitario, sulla quale si giocava la sua credibilità internazionale; e lo Stato, nel periodo 1861-1864, impiegò quasi metà dell’esercito per vincere la ribellione. Il 15 agosto 1863 fu approvata la legge Pica, che estendeva la repressione alla popolazione civile, ovvero a chiunque fornisse ai «briganti» viveri, informazioni «ed aiuti in ogni maniera». Con questo strumento operarono i nomi più illustri dell’esercito, Alfonso La Marmora, Enrico Cialdini, Enrico Morozzo della Rocca, Giacomo Medici, Raffaele Cadorna.
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Intere regioni furono sottoposte a un regime di occupazione, ebbero villaggi incendiati, coltivazioni distrutte e lutti – decine di migliaia, non si sa quanti – dovuti ai «piemontesi». La popolazione considerava i briganti eroi coraggiosi contro un invasore. Ancora ottanta anni dopo Carlo Levi, in Cristo si è fermato a Eboli, scrisse: «Non c’è famiglia che non abbia parteggiato, allora, per i briganti o contro i briganti; che non abbia avuto qualcuno, con loro, alla macchia, che non ne abbia ospitato o nascosto, o che non abbia avuto qualche parente massacrato o qualche raccolto incendiato da loro. A quel tempo risalgono gli odi che dividono il paese tramandati per le generazioni, e sempre attuali».
Non è possibile capire il successivo rapporto Nord-Sud, fino ai nostri giorni, se non si tiene conto di quegli eventi. L’Italia settentrionale assistette inorridita alla guerra, per quanto si cercasse di nasconderne la gravità, e cominciò a chiedersi se annettere «quei selvaggi» era stato un bene. Il banditismo venne stroncato senza che peraltro venisse risolto il problema della criminalità, né tanto meno quello della sopravvivenza quotidiana dei più poveri.
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Alla fine del 1865, la lotta al «brigantaggio» era ormai vinta, anche se durerà almeno fino all’annessione dello Stato della Chiesa, che appoggiava in ogni modo i «briganti». Il governo centrale si era imposto, l’Unità era salva grazie all’esercito, ma a caro prezzo.
È una vicenda che né al liberalismo e né al fascismo conveniva illuminare, e una sorta di autocensura patriottica ha impedito di farlo negli ultimi sessant’anni, continuando a perpetuare l’enfasi da Cuore sulla quale sono cresciuti decine di milioni di italiani. La «lotta al brigantaggio» non fu lo scontro di pochi criminali, o ribelli: erano italiani che non avevano avuto diritto di voto nei plebisciti per l’annessione al Regno del Piemonte, ma avevano il diritto, umanamente se non legalmente, di rifiutarla. Ancora più drammatici furono i riflessi sulla popolazione meridionale: «Mi avete voluto a tutti i costi? Bene, adesso mantenetemi». Anche l’attuale reazione leghista, in fondo, senza rendersene conto, deriva da quell’antico episodio della nostra storia.
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Sul mercato non esiste, e non è mai esistita, una storia del brigantaggio fatta da uno storico autorevole e pubblicata da una grande casa editrice. Esistono soltanto centinaia di – preziose – storie locali pubblicate da piccoli editori. Beninteso, un simile volume non dovrà essere aprioristicamente denigratorio. Arriverà, inevitabilmente, alla conclusione che l’Unità è stata indispensabile, quindi preziosa, per il formarsi di un popolo italiano, e anche per lo sviluppo e l’economia dell’intero Paese. Ma nessun popolo – come nessun individuo – può davvero prendersi in giro, fingendo di avere avuto una storia diversa da quella che ha avuto.
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Inserito su www.storiainrete.com il 10 ottobre 2009

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6 commenti


  1. Carissimo Giordanobruno,

    ti scrivo per chiederti se puoi forse consigliarmi tu su dove trovare delle fonti che parlino dei movimenti anti-adesione che ci sono senz´altro stati in tutte le regioni della penisola italica a suo tempo.
    Ho scritto un libro che ho intitolato – naturalmente in senso ironico – “Fratelli d´Italia” e che e´ in visione presso alcune case editrici, in cui appunto mostro un´ analisi – ampiamente documentata – delle profonde differenze etniche,linguistiche, storiche e culturali esistenti tra tutte le diverse Regioni che compongono la Penisola Italica,e come il risorgimento non sia stato affatto un movimento popolare, e adesso mi piacerebbe scrivere “Fratelli d´Italia 2”, in cui vorrei mostrare piu´ a fondo come le diverse popolazioni della Penisola si sono ribellate all´ adesione e come sono state costrette ad annettersi.
    Ti ringrazio e spero mi risponderai, ciao e buon lavoro
    Maria

    Maria

  2. Cara Maria, sappi che “Il Risorgimento” è solo un mito. Esso non è altro che una colossale truffa ai danni del Sud che con la scusa della unificazione furono spoliati di tutto. Ti consiglio di leggere “Il Regno delle Due Sicilie-Tutta la Verità” di Gustavo Rinaldi,”La conquista del Sud” e “L’eredità della Priora” di Carlo Alianello da cui furono tratti due famosi sceneggiati televisivi (L’Alfiere, nel 1956, in bianco e nero e L’eredità della Priora,nel 1980,a colori),poi “La storia proibita”,autori vari, “La Storia Manipolata” di Luciano Salera,”Le stragi e gli eccidi dei savoia” e “I Savoia e il Massacro del sud”, entrambi di Antonio Ciano.Sulla guerra civile che ne seguì (che chiamarono Brigantaggio)e che causò più di 500 mila morti e interi paesi rasi al suolo e in seguito circa 30 milioni di emigranti (fenomeno sconosciuto al sud )ci sono molte pubblicazioni.Ti consiglio di leggere, di Franco molfese, Storia del Brigantaggio dopo l’Unità.
    Ora non mi resta che augurarti buona lettura.
    p.s. Dimenticavo di consigliarti il Best Seller dell’anno scorso con oltre 500mila copie venduti.
    Il famoso ” Terroni” di Pino Aprile.

    Nunzio Porzio

  3. Qui di zoppo c’è solo la penosa affabulazione di Giordano Bruno Guerri e seguaci.
    Nel suo vagheggiare il “nuovo testo storico” che dovrebbe parlare del “vero Risorgimento”, infila una stupidaggine dietro l’altra che denota la sua conoscenza estremamente vaga, approssimativa e per sentito dire dei fatti che intenderebbe contestare. Tanto per cominciare, si premuri di sapere che Cavour non potè andare a Roma forse perchè morì molto prima della presa di Roma, senza dire che era stato scomunicato dal Papa, e fu sospeso a divinis perfino il sacerdote che gl’impartì l’estrema unzione.
    Il celebre discorso pronunciato da Cavour il 17 marzo 1861 su Roma capitale d’Italia fece il giro del mondo.
    Caro signor Guerri e seguaci, invece di guardare la televisione, andate nelle biblioteche a dare un’occhiata (di più da voi non pretenderei) a qualche ponderoso volume. Scoprireste, en passant, che il brigantaggio non era affatto un tabù, ma se ne parlava eccome: si dà il caso, però, che i briganti fossero odiati da tutti perchè criminali della peggior specie, impossibili da disciplinare, il che era precisamente ciò che Don Borges (un mercenario legittimista spagnolo assoldato dai Borboni) stava andando a riferire a Francesco II prima di essere catturato dai bersaglieri. Si era nascosto in un casolare con i suoi, ma fu tradito proprio da quei contadini che avrebbero dovuto aiutarlo.
    Solo un perfetto ingenuo -in buona o malafede che sia- può trattare il Risorgimento come fosse una favoletta, citando frasi a caso dell’accidioso Massimo D’Azeglio, il quale tante ne disse in contraddizione l’una con l’altra che per enumerarle tutte non basterebbe un volume.
    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  4. Guerri un altro pseudostorico,cui interessa solo vendere più copie,alzando polveroni.Quando Borjes sbarcò in Calabria pensava di trovare folle plaudenti fedeli al re Borbone e pronte a morire per lui.C’erano solo pochi contadini e capì di essere stato ingannato dai Borboni e dagli altri legittimisti europei.In Calabria non c’erano le condizioni politiche favorevoli ad un brigantaggio di tipo politico.Fallì infatti il tentativo di Bories di impadronirsi del comune di Platìsull’Aspromonte,dove Borjes si unì alla banda Mittica. Allora pensò bene di riparare in Basilicata,aggregandosi alla banda di Crocco,peraltro delinquente comune,ex disertore dell’esercito borbonico ed ex garibaldino…ma tra i due sorsero divergenze di cui si occupa il famoso saggio di Franco Molfese”Il brigantaggio dopo l’Unità”, testo molto approfondito sull’argomento che sarebbe stato opportuno ripubblicare da parte di Feltrinelli,visto il momento di beatificazione del brigantaggio e di retorica neoborbonica imperante.La cosa non è avvenuta perché trattasi di opera comunque seria e approfondita che non tace gli eccessi repressivi dell’esercito italiano,ma neanche le malefatte dei briganti anche ai danni della popolazione civile.Tra l’altro mette in evidenza le difficoltà di movimento dell’esercito prima piemontese poi italiano(gran parte dell’opera di repressione del brigantaggio fu svolta dalla Guardia nazionale,composta da cittadini meridionali)in un territorio quello dell’ex Regno delle Due Sicilie,del quale a livello cartgrafico si conoscevano solo tre zone:Napoli e provincia,L’Aquila e dintorni,Gaeta. Davvero sorprendente per un regno così straordinariamente evoluto secondo alcuni inventori di bufale, tre sole mappe nel territorio di una grande potenza economica, in luoghi” culturalmente così progrediti e frequentati dalla migliori intelligenze d’Europa”, grazie all’illuminata monarchia borbonica. Ohibò! Molfese,pur gramsciano e marxista e antisabaudo ovviamente,queste cose le scriveva negli anni 6o,ma parlava anche di luoghi desolati,abbandonati,miserabili,di contadini diventati briganti e utilizzati dai propritari per vendette private,di incendi, di estorsioni,delitti privi di motivazione politica.Nel risvolto di copertina del libercolo di Guerri tra l’altro vi è un’evidente contraddizione,prima si afferma che non è vero che il Sud fosse così arretrato rispetto al resto d’Italia,(dal saggio di Molfese e da altri studi risulta il contrario,specialmente per le zone interne completamente tagliate fuori dal mondo), poi si sostiene che il nuovo Stato unitario disattese le speranze delle popolazioni meridionali in tema di realizzazione di nuove infrastutture,strade e ferrovie.Quindi c’era bisogno di strade,ferrovie,porti,ecc,ecc,ma che strano ma noi del Sud non vivevamo nel Paradiso,nell’Eden distrutto dai cattivi piemontesi?Contrariamente a quanto asserisce il Guerri e altri superficiali pennivendoli che ottengono pure riconoscimenti culturali da amministrazioni locali prive di qualsiasi conoscenza storica decente, dopo l’Unità furono realizzate molte opere stradali e ferroviarie nel nostro Mezzogiorno.A livello ferroviario è stato fatto molto di più allora che negli ultimi 70 anni.Fallimentare poi il bilancio delle regioni nonostante l’ampia autonomia, i poteri e i mezzi loro concessi.

    Ernesto

  5. A scanso di equivoci, preciso che il nome del legittimista spagnolo di cui si servirono i Borboni nell’illusione di riconquistare il trono, può essere scritto in due maniere: Don Josè Borjes, come lo scrive il gentile commentatore dopo di me, oppure Josep Borges, alla catalana, come l’ho scritto io, essendo il suddetto nato in Catalogna.
    Naturalmente egli non fu l’unico capo straniero a intrufolarsi nelle bande brigantesche anti-risorgimentali nel vano tentativo di dare ad esse una parvenza regolare: ve ne furono molti altri. Ma tutti fallirono miseramente. Il Regno d’Italia si dimostrò saldo e unito, nonostante da più parti si cercasse di abbatterlo e denigrarlo, il che dimostra che il Risorgimento non fu un castello di carta, ma una casa costruita sulla roccia, cioè sul consenso e la partecipazione della maggioranza degli Italiani.
    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  6. Maria Cipriano continua a raccontare la sua storia: Capziosa e soprattutto offensiva nei confronti dei milioni di innocenti che subirono, senza volerlo, sopraffazioni , furti e violenze di ogni specie. Sarebbe ora di smetterla di credere a tutto il ciarpame che per troppi anni sedicenti “storici” in mala fede ci hanno propinato.

    Socrate

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