Giò Staiano, il nipote di Starace, trans della Prima Repubblica

9 novembre

Il Duce in persona, tenendolo in braccio, lo espose al pubblico adunato a Villa Borghese: era un «giovane figlio della maschia gioventù italica…». Parecchi anni e molti scandali dopo, il pargolo è diventato Maria Gioacchina Stajano Starace, contessa Briganti di Panico. Meglio conosciuta come Giò Stajano.

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di Alberto Alfredo Tristano su “il Riformista

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Il nome più celebre del mondo omo-trans italico. Una vita, cento vite: aspirante artista in via Margutta, giornalista di riviste proibite, il cambio di sesso a Casablanca, pornostar a Parigi, squillo di lusso ai Parioli, un presente da convinta figlia del Signore nel natìo Salento.

«Per mio nonno Achille Starace è stato meglio essere fucilato a Piazzale Loreto che morire sapendo della mia sessualità», dice oggi al Riformista. Di Natalì, del caso Marrazzo, non ha molta voglia di parlare, se non per dirne il peggio: «È deleterio per tutti quello che è venuto fuori, sarebbe stato meglio se fosse restato nell’ombra, dove tutto è sempre accaduto dalla notte dei tempi. Queste cose danno fastidio alle persone cosiddette perbene, quelle che mandano alla ghigliottina… Ma queste sono cose che non mi appartengono più da un pezzo. Ho già pensato abbastanza alle mie situazioni sessuali…».

I genitori nella sua gioventù provarono a normalizzarne le tendenze con certe strane pillole che giravano allora: ormoni di gorilla, si diceva. La fanta-endocrinologia non funzionò. Funzionò lasciare la provincia e sbarcare nella Capitale demussolinizzata (però mai fino in fondo) dal nuovo potere dc. Lì trovò una città altra, la Roma capovolta, come il titolo del libro «sull’assurdo mondo del terzo sesso» (recitava la pubblicità) che diede alle stampe e subito fu mandato al rogo, mentre Fellini batteva i primi ciak della Dolce Vita.

Prima della Ekberg nella fontana di Trevi, c’aveva pensato lui a bagnarsi nella Barcaccia di Piazza di Spagna. Nel capolavoro felliniano ebbe una minuscola parte. E intanto preparava altri libri: Meglio l’uomo oggi (che l’editore cambiò in Meglio l’uovo oggi per sfuggire alla censura) dove alludeva alla presunta omosessualità di re Umberto II: «Me lo rivelò un parlamentare di destra amico mio, e io lo scrissi. Ma la certezza non l’ho mai avuta», ricorda oggi Stajano.

Cominciò a collaborare con Lo specchio, giornale scandalistico. Stajano era un’esca perfetta: bastava che uscisse dallo stesso albergo in cui soggiornava il ministro o il colonnello di turno e la maldicenza impiegava poco a diffondersi. Emblematico in questo senso l’incontro con Giulio Andreotti a un Premio Strega.

«Allora ero già donna. Indossavo un vestito che mi esaltava i seni. Mi avvicinai al presidente per salutarlo, lui ricambiò, io gli dissi il mio nome. In un secondo sentii la sua mano scivolare dalla mia come una seppiolina. Quel posto era imbottito di paparazzi, ma non una foto uscì sui giornali, quei giorni. Sa, Andreotti stava per diventare presidente del Consiglio… Uno scatto lo feci uscire poi io in un mio libro».

D’altronde Giò Stajano andava maneggiata con cautela. Era stata gettata nella mischia dello scandalo “Balletti verdi”, torbida storia omosessuale epicentrata a Brescia che aveva fatto tremare l’Italia intera.

Sulla rivista per soli uomini Men aveva raccontato le vacanze estive dei gay, per poi diventare caporedattore del giornale e lanciare rubriche come Il salotto di Oscar W. spolverato da Giò Stajano e Lo specchio di Adamo, con i primi nudi maschili. Di scandalo in scandalo, era volata nel 1982 in Marocco per farsi donna. «Da allora avere soldi in tasca mi spinse a fare cose che non aveva fatto prima». Per esempio i fotoromanzi di Supersex. Storie tipo L’amplesso che uccide: lei protagonista insieme alla super-dotazione di Gabriel Portello.

«AAA Fascinosa esperta in culinaria e golosità offresi»: così promuoveva se stessa sul Messaggero al ritorno a Roma dopo la parentesi pornografica parigina. Escort ai Parioli in cerca di facoltosi: il nuovo capitolo della vita di Giò. «Imprenditori, politici, calciatori. Una fetta della Roma che contava è passata per quell’appartamentino, ma non è il caso di fare nomi…». Concepire la propria vita come sfrenata messinscena prevede l’invenzione di spregiudicati colpi di scena. E dunque, Gioacchina va in convento.


Su in Piemonte, tra le monache del Sacro Cuore. «Mi misi d’accordo con un giornalista. Quando ci sarebbe stata la consacrazione a Dio, l’obiettivo del fotografo avrebbe fissato il momento per la storia di copertina. Solo che quella volta la roba fu seria. Puoi prendere in giro il mondo, ma non Dio. Rivelai alla Madre Superiora l’inganno, ma lei non si arrabbiò, anzi disse che, se fosse stata divulgata, la mia storia sarebbe stata da esempio agli altri».

Il pezzo uscì, e il sesso scomparve dalla vita di Giò. Votata alla castità. Oggi vive in Puglia e «se mi chiedete cosa ne penso di quel che accade agli uomini, non posso che provare pietà per chi cade in tentazione…».

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