Carte segrete inglesi: nel 1978 gli USA volevano spaccare il PCI

13 novembre

In tempi che si vorrebbero di trasparenza fa effetto consultare un documento diplomatico di 31 anni fa e ritrovarselo censurato: una pecetta nera, venti parole al massimo. E tanto più colpisce l´immaginazione, questa micro eclissi testuale, in quanto ottenebra quanto accaduto un passaggio decisivo; ma anche perché fa riferimento a qualcosa di segreto, “a covert action”, un´operazione segreta ai danni del Pci. Che fu scartata, ma in linea teorica superava la soglia entro cui normalmente scorrono gli eventi di quella turbinosa stagione.

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di Filippo Ceccarelli per “la Repubblica

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Tra le carte del Foreign Office che Mario J. Cereghino ha recuperato nell´archivio di Kew Gardens (oggi disponibili presso l´Archivio Casarrubea di Partinico, Palermo, al sito www. casarrubea. wordpress. com) c´è una nota, ovviamente segreta, che il 23 gennaio del 1978 Michael E. Pike, funzionario dell´ambasciata britannica a Washington, invia al ministero degli Esteri di Sua Maestà.

Il tema è la genesi e il senso del pronunciamento attraverso cui il 12 gennaio 1978 il Dipartimento di Stato ha comunicato che la nuova amministrazione Usa non avrebbe per nulla gradito la partecipazione del Pci di Berlinguer al governo di Giulio Andreotti, proprio in quei giorni entrato in crisi. Il report conferma l´estrema preoccupazione di Washington e spiega che, lungi dall´essere “premeditato”, l´autorevole monito fu emesso soprattutto sulla spinta dei “cupi rapporti” dell´ambasciatore americano a Roma Richard Gardner.

Ma l´aspetto più sorprendente della missiva di Mr Pike arriva al punto 3: «L´idea di mettere in campo un´operazione segreta per spaccare (letteralmente: “to split”) il Pci è stata certamente una delle opzioni prese in considerazione durante gli incontri di alto livello, ai quali Gardner era presente. Ma fonti autorevoli ci hanno comunicato che tale idea è stata scartata. Il Dipartimento di Stato si è espresso contro. E non vi sono prove che altre agenzie governative fossero entusiaste».


Nel suo libro di memorie, Mission: Italy (Mondadori, 2004), l´ambasciatore Gardner non fa cenno all´eventualità di favorire una scissione del Pci. Racconta, piuttosto, che poco prima della riunione del National Security Council (Nsc) ebbe insieme con il suo amico Brzezinski un breve incontro con Carter. Questi gli confermò la nuova linea che marcava una netta diversità con le “interferenze” del periodo di Kissinger: «Interpretai le sue parole – scrive Gardner – nel senso che bisognava evitare di fare finanziamenti a partiti e tentare manipolazioni di eventi politici». In tale contesto venne dunque esclusa l´ipotesi di qualche “lavoretto” made in Usa per fomentare divisioni nel Pci.

Ora, tutto può essere. Ma chi abbia vissuto quegli anni ricorda come il monolitismo di quel partito, pure tonificato dal centralismo democratico, fosse proprio una delle cause che ne sconsigliavano la partecipazione al governo. Non solo, ma a parte qualche composto dissenso (Longo, peraltro ammalato, e Terracini e una certa freddezza da parte di Cossutta) la politica di Berlinguer non sembrava avere alternative praticabili; né il gruppo dirigente, compresi i futuri miglioristi, appariva diviso.


“Etiam nunc regredi possumus”, anche ora possiamo tornare indietro, aveva solennemente proclamato l´anno prima il capogruppo Natta, citando Giulio Cesare. Ha scritto Miriam Mafai che il Pci varcò il Rubicone «con una tranquillità e una disinvoltura che alla luce degli avvenimenti successivi appare davvero eccessiva».

Insomma: più che “covert operations” d´oltreoceano è da Mosca, semmai, che Berlinguer poteva temere “misure attive” nel corpo del partito. Secondo il diplomatico britannico il tono di relativa durezza della nota del Dipartimento di Stato si spiega da una parte come un “contentino” che il Nsc ha offerto alla lobby politica italo-americana, nota per il suo anticomunismo; e dall´altra per parare il fianco alla nuova amministrazione dalle critiche della destra repubblicana che già l´accusava di essere «esageratamente compiacente nei confronti dell´avanzata comunista nell´Europa occidentale».

Il documento restituisce il clima della Guerra fredda pure nei suoi aspetti meno prevedibili. Così si apprende che gli americani erano piuttosto sfiduciati sull´efficacia di quell´avvertimento che invece qui in Italia destò mille infuocate reazioni: lo stesso Moro ne scrisse in un articolo per il Giorno che però non venne mai pubblicato «per motivi di opportunità».


Mr Pike sospetta che molte delle teste d´uovo di Washington ritengano quella presa di posizione un gesto «inutile» o «un segno di disperazione», senza che l´una cosa escluda l´altra. Si chiede: cosa può fare il governo degli Stati Uniti per aiutare Andreotti? E si risponde: «Molto poco». Certo, potrebbe sempre influenzare le decisioni del Fondo Monetario. Ma a parte l´inopportunità di trascinare il Fmi nell´agone, «i risultati potrebbero produrre l´effetto opposto».

A questo punto si ritorna sulla o su una “covert action”. Testualmente: «Sembra che anche un´operazione segreta sia da escludere, almeno per il momento». Ma è proprio qui che la missiva è interrotta da quelle due righe rese illeggibili. Quindi prosegue: «Da un punto di vista politico più generale, le difficoltà associate ad azioni di questo genere non hanno bisogno di essere enfatizzate.


Inoltre qualsiasi proposta di operazione segreta dovrebbe essere esaminata da almeno otto commissioni del Congresso degli Stati Uniti. Di conseguenza la possibilità di mantenerla segreta sarebbe minima. Se si verificasse una fuga di notizie, anche in maniera confusa – deduce Pike – le reazioni sarebbero feroci e dannose sia qui che in Italia. Infine da nessuna fonte si evincono pressioni in tal senso sull´amministrazione Carter».

Risultato: «Ci si rende ben conto, anche tra i falchi, che attività di questo genere in un paese membro della Nato producono effetti scarsi, e che possono ritorcersi contro i loro artefici». La previsione è che tutto continuerà allo stesso modo, e nessuno «ha di meglio da suggerire». Classica conclusione aperta agli sviluppi storici.

Sennonché tra i guai delle cose censurate c´è da mettere nel conto che in questo modo diventa irresistibile immaginare, magari anche a rischio di abbaglio, che cosa si vuol tenere nascosto. E siccome non è che nel 1978 in Italia andò proprio tutto liscio, intanto il documento di Kew Gardens resta agli atti della storia: piccolo grande tassello di un mosaico che prima o poi finirà per manifestarsi nel suo chissà quanto ancora comprensibile significato sacrificale.

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Per saperne di più vedi anche Storia in Rete numero 6, 29 e 43

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e gli articoli dal sito di Storia in Rete:

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inserito sul sito di Storia in Rete il 13 novembre 2009

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