San Martino e Solferino. Un convegno interessante

29 novembre

Tra progetti faraonici e idee balzane anche la celebrazione del centocinquantesimo anniversario della nostra unità trova, a volte, momenti di riflessione seri: quelli che dovrebbe ripromettersi un paese che ancora oggi stenta a riconoscersi, diviso come è fra culture e visioni della vita diverse e a volte collidenti, chiuse da quella camicia di Nesso di tipo centralistico e di stampo vagamente giacobino che in qualche misura le fu imposta dall’incontro fra militari piemontesi e “progressisti” meridionali: certi gli uni e gli altri che solo con un forte comando centralizzato sarebbe stato possibile creare un paese unito, efficiente e moderno.

Marco Cavallotti da www.legnostorto.it

La storia di poi, ma già le immediate considerazioni dei cattolici liberali di una parte d’Italia allora certamente all’avanguardia, mostrano quanto i risultati siano rimasti lontani dalle speranze: come un Manzoni, un Cattaneo, un Cantù constatarono subito, chiedendosi se quella era l’Italia per cui avevano lottato. A maggior ragione, dunque, questo centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia dovrebbe anche servire per meglio comprendere, per smontare la macchina della storiografia ufficiale risorgimentale, con le sue mezze verità, con le sue apologie a volte ingiustificate, con le sue esagerazioni e i suoi silenzi. Evitando, ovviamente, di dar troppo spazio alle fantasiose rivendicazioni di certi nostalgici che vorrebbero vedere le nostre vicende risorgimentali solo come la congiura massonica contro Stati altrimenti ricchi e progrediti…
Occorre poi aggiungere che, in una Unione europea, anche la storiografia di questo periodo delicato per tutto il nostro continente (e non solo…) merita un ripensamento: una storia dei risorgimenti in Europa dovrebbe saper trovare argomenti e fili conduttori diversi da quelli nazionali, pronti a dimenticare sempre e comunque le ragioni degli “altri” per vedere nella propria vicenda nazionale il solo bene e il solo fattore progressivo. Certo la storia d’Europa non può essere costituita dalla sommatoria di tante storie nazionali spesso divergenti e collidenti.
Simili problemi sono stati tenuti finalmente presenti a Torino il 19 e il 20 scorso, in un convegno internazionale organizzato dalla Associazione Europiemonte, Solferino e San Martino. La battaglia degli imperatori . Una battaglia che nella storiografia risorgimentista è vista come l’episodio militare più rilevante e decisivo – anche i morti furono assai numerosi da ambo le parti – di un disegno progettato dalla mente geniale di Cavour – e questo è vero –, e dai sagaci generali di Vittorio Emanuele II, riusciti vittoriosi insieme alle truppe francesi di Napoleone III. Ma proprio sull’aspetto militare della vicenda varrà la pena di far qualche considerazione, come è emerso dalle relazioni degli studiosi italiani a francesi intervenuti.
La battaglia, ben presto diventata una battaglia di incontro, si accese, si può dire, per caso: visto che il comando franco-sabaudo non sapeva assolutamente che un forte contingente austriaco, per ordine personale di Francesco Giuseppe – il quale aveva assunto personalmente il comando dopo le lungaggini e le incertezze di Gyulai – era ritornato sulla riva destra del Mincio, e che a suo volta il comando austriaco non aveva la minima idea di dove si trovasse l’armata nemica.
Lo scontro avvenne insomma per caso. Mentre si accendevano le prime scaramucce il capo di stato maggiore austriaco stava ancora dormendo, e lo stesso Imperatore era lontano, nei suoi alloggiamenti. Il corpo di spedizione sardo, che si trovò opposto, presso San Martino, a forze assestate su un colle in posizione dominante, non utilizzò mai la propria sia pur limitata superiorità numerica perché, proprio per la totale ignoranza della consistenza del nemico – che il comando piemontese credette a lungo essere costituito da una modesta retroguardia attardatasi al di qua del fiume –, non utilizzò mai l’intera forza disponibile, impegnando nello scontro volta a volta brigate e divisioni dotate di forza inferiore all’avversario. Insomma, la battaglia di Solferino e San Martino si giocò sulla base di una serie di valutazioni errate. Ma si sa, gli eroi non si costruiscono in questo modo…
Vittoria, dunque, dopo un durissimo combattimento durato tutta la giornata e fin nella notte. Ma la carneficina, e soprattutto il timore di un intervento prussiano e della Confederazione germanica sul Reno, indussero Napoleone III ad abbandonare l’impresa, ed a dichiararsi pago della conquista della Lombardia. Tanto più che, poco dopo, nel quadro della sistemazione finale della situazione acquisita, compiuta in un apposito congresso a Zurigo (1859) – mentre le popolazioni dell’Italia centrale erano in subbuglio e chiedevano l’annessione al regno d’Italia e l’attenzione della diplomazia sabauda dovette spostarsi verso gli imminenti grandiosi avvenimenti sul suolo italiano –, Napoleone riusciva a ottenere la contea di Nizza e la Savoia, sebbene l’accordo con il Piemonte prevedesse per la cessione un’azione militare condotta fino alla conquista del Veneto. La Savoia dal canto suo, e questa è una notizia che ha sorpreso vari storici presenti, fu contesa a Zurigo con una notevole insistenza dalla Confederazione elvetica – almeno nella sua parte settentrionale, che fiancheggia il lago Lemano.
Cavour, comunque, chiese insistentemente e ottenne che si celebrasse in Savoia ed a Nizza un plebiscito a favore dell’annessione. Vittorio Emanuele trovava la cosa inopportuna e irrilevante, rispetto alle decisione dei due monarchi; ma Napoleone – antico simpatizzante carbonaro divenuto monarca – accettò. Si sa come vanno i plebisciti in simili circostanze; ma così lo statista piemontese aveva preso due piccioni con una fava: aveva allontanato da Torino il sospetto che la cessione fosse avvenuta nell’ambito di uno scambio brutale, senza rispetto per le popolazioni; e aveva legittimato una volta per tutti i plebisciti che pochi mesi dopo si sarebbero celebrati in tutta l’Italia centrale. Insomma, ancora una volta, ed anche in questa occasione, il conte di Cavour conferma di essere stato il vero perno politico, intorno al quale si realizzò la nostra unità.
Il convegno, come era da aspettarsi, ha portato ad una crescita delle conoscenze: tanto più che, contrariamente a quanto avviene spesso nella storiografia risorgimentale (ciascuna spesso chiusa, come si è già detto, nel proprio nazionalismo), si sono trovati a confronto studiosi francesi e italiani, e non è mancata nemmeno la voce di Francesco Giuseppe e della cancelleria di Vienna, avviata ad una lenta decadenza, nelle mani di un sovrano tanto volonteroso e diligente quanto limitato: a sera, finita la battaglia, tra i feriti e le truppe in precipitosa ritirata, il giovane imperatore proclamatosi comandante in capo dell’armata austroungarica concludeva scrivendo a Sissi: «È la triste storia di una giornata atroce, in cui si è fatto molto, ma la fortuna non ci ha arriso. Io mi sono arricchito di molte esperienze ed ho provato i sentimenti di un generale sconfitto. Le pesanti conseguenze della nostra malasorte devono ancora venire, ma ho fede in Dio e sono convinto di non avere alcuna colpa e di non aver dato ordini sbagliati.»

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Vedi anche la GALLERIA FOTOGRAFICA di San Martino e Solferino

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Inserito su www.storiainrete.com il 29 novembre 2009

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