Comunismo al bando in Polonia: vietate le bandiere rosse

3 dicembre

Con un ritardo di vent’anni rispetto alla caduta del regime, la Polonia decide di mettere al bando i simboli del comunismo. Via dunque falci e martelli e bandiere rosse. Il presidente Lech Kaczynski ha infatti ratificato un’ampia riforma del codice penale che, oltre ad introdurre la castrazione chimica per i pedofili, sanziona la “glorificazione del comunismo”. Chi verrà trovato a produrre o ad esporre simboli legati al vecchio regime rischia fino a due anni di carcere. In base alla nuova legge viene proibita «la produzione, la distribuzione, la vendita o il solo possesso di oggetti che richiamano al fascismo, al comunismo o ad altri simboli di totalitarismi». I turisti sono quindi avvertiti: da oggi, in Polonia, sarà proibito indossare anche solo una maglietta con l’immagine di Che Guevara. È andata meglio ai collezionisti che potranno conservare simboli o oggetti utilizzati per scopi artistici e educativi.

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di Jan Bernas su del 28 novembre 2009

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L’idea di vietare gli emblemi del regime abbattuto da Solidarnosc nel 1989, è sorta da un’iniziativa parlamentare del partito d’opposizione Diritto e Giustizia, che fa capo al presidente e al suo gemello, l’ex-premier Jaroslaw Kaczynski. La proposta di riforma ha raccolto il favore del premier Donald Tusk e del suo partito liberale, Piattaforma Civica, che ha sposato l’equiparazione del nazismo al comunismo e la conseguente messa al bando di tutti i simboli che si rifanno ai regimi totalitari. Un’equiparazione trasversalmente voluta dallo spettro partitico polacco e fortemente sentita dalla popolazione, che ancora non ha dimenticato le violenze e le privazioni causate da quasi mezzo secolo di dittatura.

«I simboli del comunismo dovevano essere vietati così come lo sono stati fino ad oggi quelli inneggianti al nazismo. Non vedo tra questi sistemi nessuna differenza. Il comunismo ha provocato la morte di milioni di persone», ha commentato alla stampa polacca Jaroslaw Kaczynski.

In un contesto politico di scontro aspro e quotidiano, il fatto che la maggioranza e il governo abbiano sostenuto senza riserve una riforma di legge presentata dal principale partito d’opposizione dimostra quanto il passato continui a rappresentare un naturale collante tra tutte le forze in parlamento e più in generale nella società civile. Dal punto di vista politico, la decisione di mettere al bando i simboli del comunismo, oggi, a vent’anni di distanza dal crollo del regime, racchiude una valenza duplice che la Polonia vuole far valere in primo luogo in ambito comunitario e in secondo nei rapporti con la Russia.

Facendo costantemente leva sul fatto di essere stata prima abbandonata dall’Europa di fronte all’invasione nazista e poi sacrificata alle logiche di Yalta, Varsavia spera di influenzare politiche o quanto meno di impedire progetti considerati “pericolosi”. Ne è un esempio il North Stream – il gasdotto russo-tedesco e appoggiato da Bruxelles che poggerà sul fondo del Baltico aggirando la Polonia – già ribattezzato a Varsavia il “nuovo patto Ribbentrop-Molotov”. Rispetto ai sempre difficili rapporti con il “vicino-lontano”, la Russia, è evidente che mettendo al bando i simboli del comunismo la Polonia ribadisce a Mosca la propria indipendenza e piena sovranità. Non è un caso, che alcune settimane fa, il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski abbia proposto di buttare giù l’emblema del potere russo in Polonia. Non un muro come a Berlino, ma il Palazzo della Cultura che dal 1955 svetta nello skyline di Varsavia regalato da Stalin in nome dell’eterna amicizia tra polacchi e russi.

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Se la Polonia vieta la bandiera rossa

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di Giovanni Sabbatucci su del 28 novembre 2009

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Sta nell’ordine naturale delle cose che un nuovo regime nato sulle rovine di una dittatura si adoperi per cancellare dai luoghi pubblici i simboli e le insegne del regime caduto. Lo abbiamo fatto anche noi quando abbiamo cancellato dalle piazze, dai muri e dalla toponomastica le tracce di vent’anni di dittatura fascista; e quando abbiamo introdotto nei nostri codici, applicandolo peraltro abbastanza blandamente, il reato di apologia del fascismo.

Il pericolo da cui guardarsi, anche in questi casi, è quello di esagerare nella furia iconoclasta e di allargare indefinitamente l’ambito dei divieti sino al punto di sconfinare nella violazione della libertà di pensiero e di consentire ai pubblici poteri forme di intrusione nella sfera privata. E’ un pericolo che i legislatori e i governanti italiani hanno nel complesso evitato, visto che l’obelisco di Mussolini al Foro Italico è ancora al suo posto (in quanto parte di un sito di qualche interesse artistico) e che in qualsiasi bancarella di piccolo antiquariato è possibile acquistare qualche innocuo cimelio del ventennio.

Di questo pericolo non sembra invece essersi accorto il Parlamento polacco. Una legge appena approvata in Senato punisce con pene fino a due anni di carcere chiunque esponga simboli collegabili al regime comunista o li conservi anche in casa propria. Il tutto poi è formulato in termini così vaghi da consentire alle autorità di colpire un’amplissima platea di cittadini, compresa una parte non trascurabile dell’attuale classe dirigente: la Polonia post-comunista, infatti, è stata a lungo governata da ex comunisti dichiarati, e molti di questi siedono ancora in Parlamento nei banchi dell’opposizione. Il che rende le misure adottate alquanto ipocrite, oltre che inquietanti.

Non è in questione, naturalmente, il giudizio sull’oppressione che i polacchi hanno dovuto subire per oltre quarant’anni, soffrendola come una negazione della loro identità nazionale, oltre che della loro libertà. Né possiamo stupirci se, per chi ha sperimentato quel tipo di oppressione, la pregiudiziale anticomunista risulti prioritaria (come per noi quella antifascista). Il punto è che per liberarsi dell’eredità di una dittatura non basta distruggerne o vietarne i simboli. E’ necessario piuttosto cancellare le abitudini e i comportamenti ad essa legati, rinunciare alle pratiche delatorie e persecutorie: anche quando siano dirette contro gli oppressori di un tempo.

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UN PO’ DI IRONIA: GUARDA LE IMMAGINI DI… BANDIERA POLACCA CONTRO BANDIERA ROSSA: CHI VINCERA’?

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Inserito su www.storiainrete.com il 1 dicembre 2009

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