Guerra civile italiana: la strage di Porzus e la storia ritrovata

5 febbraio

Il 7 febbraio 1945, mancavano poche settimane alla fine della guerra, sul confine nordorientale della nostra penisola avvenne uno degli episodi più gravi della guerra civile italiana. Un centinaio di gappisti comunisti, guidati da Mario Toffanin, il comandante Giacca, passò per le armi 22 partigiani di vario orientamento, cattolico e liberale, tra cui il comandante Francesco De Gregori (zio del cantautore), nome di battaglia Bolla, e Guido Pasolini, fratello dello scrittore Pier Paolo. Perché questa strage? A rispondere a questa domanda, senza peli sulla lingua, è oggi sulle ottime pagine culturali del quotidiani “Avvenire” la storica Elena Aga Rossi, che sabato alle 9,30 parteciperà a un convegno nella sala del consiglio provinciale di Udine assieme ad altri studiosi di vaglia, tra cui Paolo Pezzino, Roberto Chiarini e Pietro Neglie.

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Dino Messina su http://lanostrastoria.corriere.it/

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La tesi di Aga Rossi è che l’eccidio non fu un incidente isolato ma la conseguenza della politica del Pci che appoggiava le pretese di Tito di impossessarsi di tutto il territorio, da Trieste al Tagliamento. In nome dell’internazionalismo comunista e degli interessi jugoslavi si poteva  sacrificare la vita di qualche patriota italiano. Perché in tutta questa vicenda un fatto è molto chiaro: i 22 partigiani dela Brigata Osoppo erano patrioti che non volevano cedere la propria terra agli jugoslavi, mentre i comunisti di Toffanin, che nel 1952 fu condannato per la strage, obbedivano a logiche superiori, che nulla avevano a che fare con l’amor di patria.

Non sappiamo, dice Aga Rossi, se Togliatti fosse informato di quel che stava per succedere a Porzus, però “accettando la cessione di una parte del territorio italiano a Tito Togliatti porta su di sè una grande responsabilità per quanto è accaduto. La documentazione che abbiamo pubblicato nel libro ‘Togliatti e Stalin’ mostra in modo evidente quanto il leader del Pci fosse consapevole dela situazione. D’altra parte era proprio lui a sostenere che Trieste tenuta dall’Italia sarebbe stata una ‘città morta’, e che quindi era meglio che venisse annessa alla Jugoslavia”.

Alla luce di questo episodio c’è da chiedersi quale contributo reale diede la lotta partigiana in Italia per il ritorno della democrazia, e quanto importante fu invece il ruolo delle Forze alleate, c’è da riconsiderare il mito unitario della Resistenza, e infine chiedersi perché per cinquant’anni di questi episodi si parlò in Italia poco e malvolentieri.

Ps. Il dieci febbraio si celebra il giorno del Ricordo delle foibe e della persecuzione di migliaia di italiani in Venezia Giulia e Dalmazia fra il ’43 e il ’45.

Dino Messina

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Inserito su www.storiainrete.com il 5 febbraio 2010

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3 commenti


  1. il fatto che in Italia, unico paese al mondo, la Shoah ha lo stesso peso di una strage insignificante la dice lunga sulla malafede degli (ex?)fascisti, che sono rimasti quelli di 70 anni fa.

    giovanni

  2. Nessuna strage e’ insignificante, come nessuna vita umana. Certo comunque che i fatti accaduti allora, e le parti politiche coinvolte, vanno analizzati nel loro contesto storico, e non riportati alla realta’ politica attuale, che e’ tutt’altro.
    Non ci sono piu’ ne’ quei partiti ne’ quelle nazioni, a cominciare dalla Jugoslavia: ma quelle persone sono vittime, e’ giusto ricordarle.

    matilde

  3. In risposta al sig. Giovanni.
    Egregio lei, concordo con l’opinione espressa dalla sig.ra Matilda nell’affermare che non vi sono stragi di serie A ed altre di serie B, la shoa è un elemento che deve far vergognare la razza umana nella sua interezza e non solo nazisti o repubblichini. Disgrazia vuole che sia valido quel proverbio “Homo homini lupo”, ossia ad indicare che il lupo, la ferocia può essere in ogni uomo (e donna), come avviene negli animali, i quali attaccano solo in 3 condizioni: Fame, protezione della prole e del proprio territorio, percezione di sentirsi attaccati. A dimostrazione di ciò, giusto perché le stragi sono sempre vergognose per la razza umana, si ricordano quelle compiute dai titini nei 45 giorni in cui occuparono Trieste, quando addirittura staccarono la testa ad un impiegato comunale, solo perché italiano, e ci giocarono a palla davanti agli occhi della sua bambina. Tra i criminali titini si ricordano Ivan MONTICA ed Anna MARGHETIC, la cui ferocia è stata descritta anche da testimoni oculari, durante gli infoibamenti. Essi sono stati “severamente” puniti con una pensione INPS che il procuratore della Repubblica dr. PITITTO ha tentato di bloccare incriminandoli.
    Di questo magistrato non si è saputo più nulla!
    Ma gli slavi non sembrano voler cambiare, come dimostrano le atrocità perpetrate dagli Ustasia di PAVELIC ai danni dei cetnici di Mihailović ed analogamente, in verso contrario, come hanno fatto questi ultimi ai danni degli ustascia. Teste mozzate, arti smembrate, cadaveri insolentiti furono espressioni all’ordine del giorno nel periodo che va dal 1941 al 1945, al punto da far insorgere addirittura le proteste dei comandanti delle SS, i quali non erano certo degli “angioletti”, com’è noto. Disgraziatamente tali abominevoli episodi si sono nuovamente ripetuti anche nella guerra jugoslava degli anni 90, con atrocità identiche a quelle di allora, ossia teste mozzate, arti smembrati, famiglie sterminate, adulti uccisi davanti ai propri figli e così via. Tutti coloro che furono vittime sono comunque degne di rispetto o quanto meno se alcuni di costoro ebbero delle responsabilità in vita, hanno comunque pagato con il prezzo più alto, quello della vita. Ẻ necessario in un paese provincia lotto come l’Italia che si cominci a fare i conti con la memoria, non in modo strabico come si è fatto fino ad oggi, capendo che altre nazioni hanno avuto tragedie al proprio interno ma hanno riconosciuto dignità a tutti i morti. Ad esempio nel cimitero di HARLINGTON (negli USA), riposano insieme, in bari alternate un caduto unionista ed uno confederato. Questo credo che sia un esempio da seguire.

    Federico

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