Un hidalgo poliziotto indaga sul caso del falso Cervantes

18 giugno

Un romanzo storico affronta un giallo vero della Spagna del ‘600: quello del falso Cervantes. Si tratta di «Ladri di inchiostro» di Alfonso Mateo-Sagasta (Tropea editore) , un eccellente affresco del  “Siglo de Oro” durante il regno di Filippo II e di Filippo III, Ecco la recensione che ne ha fatto Stenio Solinas su “Il Giornale” del 7 giugno scorso
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di Stenio Solinas da “Il Giornale” di lunedì 07 giugno 2010

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Nella battaglia di Lepanto era stato un eroe, ed eroica era stata poi la sua  prigionia in Algeri sotto il Turco: tentate evasioni a catena e catene ai piedi,  sempre a difendere gli sfortunati compagni di fuga e ad assumere su di sé ogni  colpa. Era un hidalgo, Cervantes, ma al suo ritorno in patria la patria gli si  era rivelata amara. Impieghi mediocri, ambienti torbidi, pasticci economici, di  nuovo la galera, e per debiti neppure suoi, ma di un banchiere che lo aveva  lasciato nella merda… Era lì che aveva cominciato a scrivere il Don Chisciotte  e anni dopo, ancora dentro una cella, l’ennesima, aveva festeggiato l’uscita del  primo volume. C’era finito per le tresche sentimentali della figlia, amante di  un uomo sposato e sospettata, ingiustamente, di essere complice nell’assassinio  di un altro cavaliere. Le donne di casa Cervantes, esclusa la madre e la moglie,  avevano spesso brillato per il loro sesso libero e insieme mercenario: una  sorella sedotta e abbandonata, una zia che se la faceva con un arcidiacono… Nella Spagna secentesca, gli scrittori erano questa cosa qui, angeli con la  faccia sporca, costretti a mendicare favori, a scrivere dediche riverenti e  ferventi al signore di turno, a fare la fame in assenza di un protettore.

Era in  buona compagnia, Cervantes: Lope de Vega era un prete erotomane, Quevedo una  spia e un maniaco dei duelli, il più giovane Calderón de la Barca a nemmeno  vent’anni aveva già infilzato un servo con la spada. Ma in fondo era la Spagna  tutta a essere questa cosa qui, l’alto e il basso della sua nobiltà e del suo  popolo, sprezzature aristocratiche, sussieghi, pompe, magnificenze, strade  sporche, osterie fetide, miseria, pícari, gente di malavita. E soldati di  ventura, naturalmente. Si andava sotto le armi per fuggire un’accusa d’omicidio,  schivare una vendetta, un problema economico, inventarsi un mestiere. C’era  tutta l’Europa a disposizione, perché nel bene e nel male la Spagna era l’Europa  stessa, il risultato finale di un impero dove sino ad allora non aveva mai  tramontato il sole e che ora cominciava a vederne l’eclisse, una lunga, fosca e  torbida decadenza che ne avrebbe fatto il tragico, ridicolo fantasma della  grandezza passata. «Ladri di inchiostro» di Alfonso Mateo-Sagasta (Tropea, pagg. 560, euro 20)  racconta proprio questo, l’estate del 1614 nella quale sta cambiando il vento  dell’Impero, Madrid pullula di soldati che in attesa delle armi si crogiolano  nell’ozio, il duca di Savoia minaccia il territorio spagnolo di Milano, nel sud  Italia iniziano le manovre per la successione che di lì a pochi anni vedrà il  potente conte di Olivares farsi garante del giovane Filippo IV.

È l’estate in  cui un certo Alonso Fernández de Avellaneda pubblica un romanzo spacciandolo per  la seconda parte del Don Chisciotte cervantesco uscito dieci anni prima con  grande successo e nel prologo infama lo scrittore: finto guerriero in battaglia,  vero sodomita in carcere, è l’insinuazione. Ma chi è veramente de Avellaneda?  Chi si nasconde dietro quel nome che si scopre falso? Un antico compagno di  galera di Cervantes che lo ha sempre odiato, un giovane ambizioso che lo vuole  derubare della sua gloria, un collega illustre, Alarcón, Lope de Vega, Tirso de  Molina, che vuole regolare così qualche conto letterario? Su quello che è un  fatto vero, Mateo-Sagasta costruisce il romanzo di una ricerca, una sorta di  indagine poliziesca affidata a Isidoro Montemayor, un tirapiedi dell’editore  Robles, l’uomo che da anni attende da Cervantes il seguito dell’opera. Anche il  giovane Isidoro è già stato soldato, si ritiene un hidalgo, ma non ha i  documenti che lo attestano, nutre velleità di scrittore e intanto si arrabatta  come gazzettiere, vive ai margini fra ricchezza e povertà, e insomma è un  concentrato dello spirito del proprio tempo. Abile nel ricostruire il clima dell’epoca, con una buona padronanza della realtà culturale del tempo, Mateo-Sagasta lo è meno nella resa dei caratteri e lo stesso Montemayor, io narrante del romanzo, non riesce a imporsi al lettore. È un po’ il limite di molti romanzi storici oggi in circolazione e in gran voga, ricchi di dettagli e di informazioni, ma, come dire, senza cuore. Nel suo Commento alla vita di Don Chisciotte, Miguel de Unamuno scriverà che  nell’opera di Cervantes a parlare «è la volontà, non l’intelletto e “so io chi  sono!” non ha altro significato che questo: “Io so chi voglio essere!”». Scritto  all’inizio del ’900, quando la Spagna era ormai una «nazione invertebrata», il  Commento faceva del «chisciottesco» «il nostro cristianesimo. La nostra patria  non avrà agricoltura, né industria, né commercio, finché non lo avremo scoperto.  Non avremo vista esteriore potente e splendida, forte e gloriosa, finché non  avremo acceso nel cuore del nostro popolo il fuoco delle eterne inquietudini.  Non si può essere ricchi vivendo di menzogne, e la menzogna è invece il pane  quotidiano del nostro spirito». Lì dove una certa tradizione letteraria si era accontentata di vedere il lato comico, Unamuno rovescerà le carte per coglierne la grandezza tragica. «In un’opera burlesca si riassume e si compendia la filosofia spagnola, l’unica veramente e profondamente tale; con un’opera burlesca l’anima del tuo popolo, incarnata in un uomo, si sprofondò negli abissi del mistero della vita. E  quell’opera burlesca è la storia più triste che mai sia stata scritta; la più  triste e insieme la più consolatrice per quanti sanno gustare nelle lacrime del  riso la redenzione dalla miserabile saviezza cui ci condanna la schiavitù della  vita presente». Nella follia di Don Chisciotte c’era la verità dell’hidalgo  Cervantes, sconfitto nel suo combattere contro i mulini a vento della vita,  vittorioso nel suo voler tener fede alla grandezza.

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Inserito su www.storiainrete.com il 17 giugno 2010

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