17 agosto 1571: il martirio di Marc’Antonio Bragadin

17 agosto

La difesa di Famagosta fu una della pagine più epiche mai scritte dalle armi italiane, inequivocabile dimostrazione della falsità con cui sempre si è dipinto l’italiano come pavido, incapace di combattere e inetto: i difensori della fortezza, il veneziano Marcantonio Bragadin, prefetto civile, e il perugino Astorre Baglioni, capitano di ventura, ingegnere militare e comandante delle truppe cittadine, tennero contro un esercito nemico immenso, facendo pagare alla Sublime Porta un prezzo sproporzionato per una vittoria amara. Ma la loro sorte fu terribile, indicibile addirittura quella di Bragadin.

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Emanuele Mastrangelo da “Storia in Rete” n. 13-14, Novembre-dicembre 2006

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Astorre Baglioni si distinse per abilità tattica e strategica, rendendo l’assedio un vero e proprio incubo per gli oppugnanti: rinforzò le difese famagostane, ideò stratagemmi e tattiche (come i famosi «gattoli», trincee tortuose al riparo delle quali i guastatori potevano «sgattaiolare» e portare offesa agli attaccanti), fu maestro nella guerra delle mine, portando a segno numerosi colpi contro le gallerie scavate dai turchi sotto le mura cittadine. Con le sue sortite temerarie inflisse perdite sanguinose al nemico, e cocenti umiliazioni, come quando sottrasse ai tracotanti turchi il gonfalone di Nicosia, trofeo che i nemici sventolavano orgogliosamente in faccia ai difensori di Famagosta, credendo così di deprimerne il morale. Quando una flotta veneziana di rinforzo salpò da Cipro, Baglioni fa credere al nemico di aver evacuato Famagosta su quelle navi: i turchi s’avvicinarono alla città in formazione di parata, senza precauzioni, ma furono accolti da un’imboscata tesa dai duemila italiani, quattromila stradiotti greci e albanesi e dagli altri volontari ciprioti al comando di Astorre, che inflissero alle avanguardie turche 2.500 morti, oltre ad una dura lezione di prudenza ed umiltà. Ma l’esercito ottomano crebbe rapidamente di numero, fino a sfiorare (alcuni dicono anche a superare) le 200 mila unità, con oltre centodieci bocche da fuoco.

Baglioni fece allora avvelenare i pozzi attorno alla città, per privare gli assedianti d’acqua potabile, fa cospargere il terreno di triboli (ricci di ferro per ferire i piedi dei fanti e le zampe dei quadrupedi) e piazza il suo alloggio nel bastione di Santa Nappa, da dove può dirigere con precisione il tiro delle artiglierie. I turchi pagano ogni assalto alle mura ed ogni sortita della cavalleria veneziana con decine di migliaia di morti: cifre da Prima Guerra Mondiale, se è vero che in soli 10 giorni almeno 30 mila fra fanti e guastatori turchi arrossarono la terra di Famagosta con il loro sangue. Comandante civile e politico assieme a Baglioni fu Marcantonio Bragadin: uomo di rare virtù e coraggio, riuscì a galvanizzare la popolazione cittadina greca ed a gestire le magre risorse durante tutto l’assedio, dimostrandosi anche soldato valoroso ed implacabile. Il 31 luglio 1571 gli esausti difensori respingono il quinto assalto generale: sono rimasti ormai meno di cinquecento uomini validi e la popolazione è alla fame. Il comandante dei turchi, l’arabo Lala Mustafà, rende note a Bragadin condizioni di resa estremamente vantaggiose: salva la vita e le proprietà di tutti, evacuazione a Candia di chi avesse desiderato e libertà di culto per chi fosse rimasto. Bragadin è titubante: vorrebbe respingere la profferta, ma le delegazioni dei cittadini disperati lo scongiurano di accettare. Vorrebbe anche tentare un’ultima sortita (appiedata, giacchè i cavalli sono già stati tutti macellati per nutrire soldati e civili) e morire combattendo, ma i cittadini gli fanno notare che questo renderebbe furioso il turco, che si sfogherebbe poi sui civili inermi. Bragadin sa quale sorte sia toccata a Nicosia dopo la resa: 20 mila persone sterminate nei metodi più orrendi, le donne che si gettavano dai tetti pur di non cadere in mano ai vincitori, duemila bambini e ragazze inviati nel mercato degli schiavi del sesso di Costantinopoli. Ma, a malincuore, accetta. In gran pompa la delegazione dei capitani italiani esce dalle mura in rovina e si reca alla tenda del Pascià per consegnare le chiavi della città. Lala Mustafà finge cortesia per tre giorni, poi con un pretesto fa arrestare tutta la guarnigione cristiana. Il comandante turco è infatti furibondo: ha impiegato oltre 11 mesi per piegare la resistenza, ha perduto 52 mila uomini, fra cui il suo primogenito. Quando si rende conto all’esiguità dei difensori, la furia, la frustrazione e il senso di inferiorità lo accecano. Fa impiccare Astorre Baglioni e gli altri capitani italiani, Lorenzo Tiepolo, Gianantonio Querini, e Alvise Martinengo (quest’ultimo impiccato tre volte per prolungarne l’agonia) e il capitano greco-cipriota Manoli Spilioti, esponendo le loro teste infisse su picche, mentre per il superbo Bragadin medita una fine ancor più agghiacciante: gli fa mozzare orecchi e naso, e poi rinchiudere in una gabbia sotto il sole: per tredici giorni il capitano italiano è stretto in agonia fra le sbarre arroventate mentre le ferite gli si infettano. Il 17 agosto, un venerdì, Lala Mustafà lo fa uscire, pestare e frustare, lo costringe a percorrere due volte il perimetro della città caricato di gerle piene di sassi ed immondizia sulle spalle piagate, facendogli premere dalla soldataglia la bocca in terra ad ogni passaggio davanti al suo trono. Lo fa quindi appendere per ore ad un’antenna nel porto, in maniera che tutti gli schiavi cristiani ai remi ed i prigionieri possano vedere l’orribile sorte del loro comandante.

Ma il pascià non è ancora sazio di vendetta. Bragadin è legato ad una colonna, più morto che vivo. Il carnefice gli si avvicina con lame affilatissime. Lala Mustafà gli intima di abiurare la Croce ed abbracciare l’Islam. Ma Bragadin rifiuta sdegnato, con la poca forza che gli rimane. Il pascià ordina allora l’orrendo supplizio: il boia inizia a scorticarlo vivo, partendo dalla nuca e dalla schiena, lentamente e con metodo, ripetendogli «convertiti e la tortura finirà! » Ma Bragadin non cede. Alla fine la morte pietosa lo colse solo quando il coltello del carnefice fu giunto all’ombelico. La pelle impagliata sarà appesa come macabro trofeo all’ammiraglia della flotta di Lala Mustafà e portata a Costantinopoli. Anni dopo mercanti veneziani con la complicità di uno schiavo cristiano riusciranno a trafugarla, ed oggi è conservata nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia, e venerata come una reliquia, sebbene la Chiesa non abbia mai elevato il martire Bragadin alla gloria degli altari. L’infingardia di Lala Mustafà fu tale che egli dovette giustificarsi davanti al suo superiore Pertev Pascià, che si sentiva disonorato dal comportamento del suo generale. In occidente il martirio di Bragadin infocò gli animi e fu tra i motivi che spinsero le flotte cristiane a battersi come leoni fino alla vittoria, a Lepanto, due mesi dopo.

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Inserito il 17 agosto 2010, 439 anni dopo il martirio di Marc’Antonio Bragadin

PER SAPERNE DI PIU’ LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO DA STORIA IN RETE 13-14

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94 commenti


  1. Marco Antonio Bragadin NON ERA ITALIANO MA VENEXIANO !

    Roberto

  2. e i veneziani che erano, alieni?

    emanuele

  3. Infatti fu proprio un ingegnere della Serenissima Repubblica di Venezia, Antonio Maria Lorgna, a fondare nel 1782 la Società italiana della Scienze, detta dei XL, affinchè riunisse tutti i migliori scienziati italiani dell’epoca, legati dall’amor di Patria, onde dar lustro alla medesima.
    Che hanno dunque a che fare con l’illustre Serenissima questi bercianti indipendentisti di oggi? Assolutamente niente, per quanto si sbraccino a dimostrare i loro presunti nobili legami con una città che fu in prima fila nel Risorgimento, e dei loro vaneggiamenti regionali non sa che farsene.

    Maria Cipriano

    Maria Cipriano

  4. ALLORA GLI ITALIANI, NELLO SPECIFICO I VENEZIANI, AVEVANO UNA IDENTITA’ E UNA PATRIA DA DIFENDERE. OGGI INVECE CI PONIAMO A PECORONI DAVANTI ALLA TURCHIA DITTATORIALE ED ISLAMISTA DI ERDOGAN ED IN GENERALE, DAVANTI ALL’INVASIONE ISLAMICA E AI SUOI CRIMINI. MA CONSOLIAMOCI ! NON ABBIAMO PIU’ ANTONIO BRAGADIN, MA IN COMPENSO UN NUOVO CROCIATO: IL MINISTRO GENTILONI…E LA BOLDRINI, DIMENTICAVO…

    Franco Cordiale

  5. Bragadin era Veneto, non italiano, e mio compatriota, non usate un eroe di altri per propaganda nazionalista italiana, cosa ha l’italiano in comune col Veneto? Niente

    Mario

  6. Perchè scrivete tali inesattezze? l’italia non esisteva e questi son Eroi Veneti !!!!! non credo che che avrebbero fatto altrettanto per questo stato…..

    Antonio Zago

  7. Curioso ‘sto fatto che se Venezia non era Italia sui muri di Venezia le lapidi erano scritte in italiano… senz’altro saranno state messe là dai cattivi savoia garibaldini dopo l’occupazione del 1866!!

    emanuele

  8. Cos’ha la nobile Serenissima in comune con voi, Mario e Antonio? Assolutamente niente.
    Goldoni non vi metterebbe neanche tra le macchiette delle sue commedie.
    Ah, e a proposito: come mai vi hanno dato due nomi di battesimo Romani? Non ci sono i nomi di battesimo veneti? Strano…..

    Maria Cipriano

  9. Siamo tutti figli del glorioso Impero Romano!
    Però, al pari delle macchiette goldoniane e senza offesa per nessuno, non si può fare a meno di notare come sia veramente esilarante assistere ad una emiliana di origini siciliane che rimprovera un veneto di non sentirsi piemontese. Hops, italiano….

    Socrate

  10. “Il Fascismo deve volere che dentro i confini non vi siano più Veneti, Romagnoli, Toscani, Siciliani e Sardi: ma Italiani,solo Italiani!”.
    Benito Mussolini, discorso all’Augusteo, Roma, il 9
    Novembre 1921.
    Chi continua a parlare di “polentonismo”, “terronismo”, borbonicismo, venetismo e politiche del davanzale, anzi del cortile, è una vergogna nazionale e si situa sul solco del peggior antifascismo dialettale e resistenzialistico-partigiano. Dipendesse da me, andrebbe cancellato con l’uso della forza qualsiasi dialetto ed imposto, anche con la violenza, l’uso esclusivo della lingua italiana.

    Alessandro De Felice

  11. Alessandro De Felice, capisco e rispetto la sua posizione ma rimango dell’avviso che la nostra Patria non è una e non c’è nulla di cui vergognarsi. L’Italia è la terra dei mille campanili, dove ogni città, ogni borgo e addirittura ogni quartiere rivendica la propria autonomia e la propria superiorità. Non lo considero un male, a patto che si abbia il rispetto delle diversità e lo si consideri fattore di crescita e non di divisione. Diciamo che si può marciare in ordine sparso, ma quando è l’ora del bisogno ci si unisce come un sol uomo.
    Quanto al discorso all’Augusteo lo posso condividere ma lo ritengo utopico.
    Per fare un passo avanti, dipendesse da me, introdurrei nella società italiana massicce dosi di cultura storica, quella onesta, quella delle carte non manipolare, quella dei “faldoni” ancora chiusi negli archivi, quella equilibrata e rispettosa della verità.

    Socrate

  12. Il Duce, allora, parlava a un popolo che capiva, in un contesto completamente diverso. Del resto, tutti i fascisti erano reduci o figli di reduci della Grande Guerra, la quale non si sarebbe potuta combattere come fu combattuta senza che, a monte, ci fosse il Risorgimento. E Il Fascismo è stato sempre molto chiaro su questo.
    Oggi ci troviamo di fronte agli esiti finali di una politica costantemente anti-nazionale messa in campo dalle forze anti-Risorgimentali che hanno preso il potere a seguito della sconfitta. Anche se in mezzo indubbiamente ci sono state delle lodevoli eccezioni, però il risultato è questo. Chiamare “diversità” le varietà dell’Italia che tutti ci invidiano, è precisamente l’effetto di questa politica. D’altronde lo si vede: dovunque questi seminatori di discordia travestiti da agnelli sono appoggiati da amministratori locali compiacenti di ormai tutti gli schieramenti (il busto di Cialdini è stato tolto per un’iniziativa di “fratelli d’Italia”). Dovunque ci sono politici (di destra e di sinistra) che li sostengono, direttamente o indirettamente. Basta guardare Trieste con il cuneo eversore del TLT, a proposito di che tutta l’Italia dovrebbe ringraziare Nino Martelli, l’associazione Trieste pro Patria e quelli della Lega nazionale che hanno fatto argine. Basta vedere quel che è successo -e succede- a Bolzano. Dietro c’è un disegno politico di frammentazione e indebolimento che cerca di farsi largo, e si serve proprio degli ingenui come Socrate che crede che in misteriosi faldoni nascosti da Torino ci sia il mostro a sette teste.
    Io la vedo brutta, dottor De Felice. Non so lei.

    Maria Cipriano

  13. Maria Cipriano, stia serena, non esiste nessun “disegno politico di frammentazione e indebolimento che cerca di farsi largo” è semplicemente l’esito della rilettura e della interpretazione autentica dei fatti accaduti nella nostra povera Italia tra ottocento e novecento. La voglia di smascherare le falsità dei vincitori e di restituire la dignità e l’onore a chi ha dovuto subire affronti e volgari insulti.
    Per quanto mi riguarda avrei preferito di gran lunga un sano Rinascimento al “suo” Risorgimento.
    Grazie per avermi definito “ingenuo” infatti lo sono nel senso etimologico: sincero, schietto, semplice e soprattutto libero e non ironizzi troppo sui mostri torinesi, conosco gli archivi e le garantisco che la valanga deve ancora arrivare.

    Socrate

  14. “La tradizione del Risorgimento… vive
    nel fascismo ed è stata da esso sviluppata fino all’estremo. Mazzini, se fosse vivo, plaudirebbe alle dottrine corporative, né ripudierebbe i discorsi di Mussolini su ‘la funzione dell’Italia nel
    mondo’”.
    (Palmiro Togliatti, Mosca, anni ’30 del XX secolo, cit. da Ernesto Ragionieri (a cura di), “Palmiro Togliatti, Opere”, Vol. III, 1, Editori Riuniti, Roma, 1973, pp. 920-921).
    Detto ciò, detesto i mille campanili, i mille cortili di una nazione impossibile (già stigmatizzata da Dante Alighieri) che rendevano il nostro paesino pre-1860, “serva”, “di dolore ostello, non donna di provincia, ma bordello”. Solo riacquistando una mentalità imperiale, si potrà confutare l’espressione di Metternich dell’Italia, ieri come ora, “come semplice espressione geografica”. Per far ciò è necessario ripulire tutto il sistema politico, formativo, mediatico e scolastico dalla malavita disinformativa 70ennale. Compito arduo, quasi titanico. Bisogna cominciare a farlo, prescindendo dal presente grigiore dove dal 1992 la “politica” è morta, sostituita dalle nullità della politica prêt-à-porter dei talk shows. E bisogna farlo, senza chiedersi se vale la pena di cominciare, perché questa è una domanda che nessuno ha il diritto di porsi. Quanto a me, io continuerò a seminare il dubbio. Rimanessi solo, vorrà dire che lotterei per l’uomo che verrà.

    Alessandro De Felice

  15. Alessandro De Felice rispetto la sua “mentalità imperiale” anche se non mi appassiona più di tanto. Condivido invece totalmente la necessità di un reset globale del nostro Stato e il bisogno di cominciare subito. Quanto a seminare dubbi, che come lei ben sa sono il mio pane quotidiano, mi avrà sempre al suo fianco.

    Socrate

  16. I veneti qui che si permettono di sputare su questi patrioti difensori di un’idea di civiltà prima ancora che di nazione meriterebbero di andarsene. Come cazzo si fa a parlare di storia come se fossimo al bar dello sport di vigevano ma Cristo ! Il popolo veneto è tra i primi ad aver pagato a duro prezzo il nostro risorgimento . I problemi morali e politici della nostra Italia sono tanti e palesi , ma non si combattono con il regionalismo da cartoni animati e con l’ignoranza tarpana. Mio nonno era un contadino umbro mi ha insegnato ad amare i fratelli di Bolzano e di Agrigento . Siamo chiamati ad una nuova sfida oggi ben più pericolosa sotto certi aspetti di quella irredentista passata . Dobbiamo studiare , cooperare, votare e cacciare via questi servi sciocchi che ci governano e ricostruire la patria unica indivisibile Cristiana e morale Patria italiana ! Basta cazzate tiriamo fuori i coglioni

    Emiliano Belmonte

  17. Come disse Pertini dietro la parola patria si nascondono i peggiori misfatti e malandrini

    Domenico D'Angelo

  18. Domenico D’Angelo, sta per caso parlando dell’avvocato Sandro Pertini mandante dell’assassinio di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida (che era incinta) dopo il 28 aprile 1945? Fulgido esempio, il signor Pertini Alessandro, il cui fratello fascista morì di crepacuore per colpa del suo arresto, di democrazia? La fucilazione di Ferida e Valenti avvenuta il 30 aprile in via Poliziano a Milano non sembra dimostrarlo.

    Antonio Emmanuele

  19. “Venetorum Fides Inviolabilis” … dalle parole del Bragadin si può capire quale fosse l’idea di Patria del bel MarcoAntonio.

    FlyingWhispers

  20. Infatti Bragadin quando parlava con il Baglioni si faceva tradurre da un interprete il veneziano stretto in umbro, vero?

    emanuele

  21. Non c’era bisogno, Baglioni aveva sicuramente imparato quella che al tempo era la lingua franca del mediterraneo ;-)

    FlyingWhispers

  22. Cosa strana, parlavano tutti questa “lingua franca” ma poi quando scrivevano usavano l’italiano, e gli stessi ambasciatori veneziani quando NON volevano farsi capire da eventuali intercettazioni scrivevano i rapporti in veneziano…

    emanuele

  23. In ogni caso comunque la pensiate, veneti o italiani, va ricordato che proprio oggi 448 anni fa iniziava oggi il martirio di uno dei più grandi eroi (forse il più grande) della nostra Repubblica <3 . Una preghiera ogni giorno da oggi fino al 23 agosto per chi si è sacrificato e per tropo tempo è stato dimenticato. Viva Bragadin, Viva San Marco.

    FlyingWhispers

  24. Su questo non c’è dubbio! Viva Bragadin, Viva San Marco!

    emanuele

  25. Sig. Emanuele, ma qual è il suo problema? La nostra Repubblica ha collaborato con tutta l’italia, erano famose le truppe di Parma al soldo di Venezia, ma non solo anche i corsi, gli svizzeri gli alemanni, e quindi? e chi furono i più fedeli guarda caso i “non veneti” gli oltremarini ossia principalmente schiavoni dalmatini.
    Forza su Venezia finché è riuscita a tenersi su con le sue gambe è stata attrattiva per tutti, al tempo c’erano soldi e possibilità di emergere (non certo come oggi per fare i turisti).
    Ma vedere Venezia del tempo utilizzata come riferimento italian-style “stride” perché usi e costumi del tempo non erano proprio “comuni” al resto delle popolazioni di questa sgangherata penisola.
    Ma in questo luogo dove si parla di storia, non credo che dobbiamo “giocarci” l’italianità o la veneticità del Marco Antonio ma solo onorarne la memoria.
    Altrimenti diventa sciacallaggio trito e ritrito.

    Mi ripeto “Venetorum Fides Inviolabis” e non l’ho detto io…
    Buona giornata

    FlyingWhispers

  26. Quale problema? I veneziani all’epoca erano considerati italiani come gli altri, e come gli altri avevano una fedeltà a una patria (cittadina nel caso di Venezia) che non poteva per ovvi motivi corrispondere a una “patria nazionale” estesa all’intera penisola perché non esisteva uno Stato unitario. Tuttavia esisteva una consapevolezza dell’unicità degli italiani, che tali erano percepiti anche dagli stranieri. La lingua ufficiale a Venezia insieme al latino era l’italiano, non uno dei dialetti veneti. Gli italiani fra loro si parlavano in italiano, non nei rispettivi dialetti. Semmai l’unico sciacallaggio è quello di fare di Bragadin una specie di eroe di un “indipendentismo” veneziano che all’epoca era del tutto fuori da ogni corda.

    emanuele

  27. Sa Emanuele, mi sembra punti di vista discutibili. Sì i veneiani erano considerati italiani esattamente come gli scandinavi sono in scandinavia e gli iberici sono nella penisola iberica. Ma quello che conta nei fedeli sudditi della Repubblica c’era solo una di fedeltà quella a San Marco, il resto era poco importante e la storia lo dimostra.
    Che poi l’aristocrazia veneziana con a capo perfino il Bembo fosse attratti dal dialetto fiorentino del quale fece una sorta di normalizzazione è altrettanto vero.
    Ma si sa, spesso si trattava di mode della nobiltà, una lingua per letterati, che poco o niente aveva che vedere con il popolo. Ecco il popolo è il punto. Gli italiani, ahinoi ancora oggi non parlano italiano, e se lo hanno raggiunto, anche a se a livelli minimi, è merito del così detto “baucometro” (la TV) non certo del Bembo, di Dante o della scuola.
    Le dimostrazioni pratiche si sono viste, e si sono palesati nei odi più svariati, altrimenti non si capirebbe come gli ordini della regia marina a Lissa finirono sott’acqua assieme alla Re d’italia, proprio per mancanza di intendimenti linguistici e nella gioia incontenibile dei veneziani, in quel frangente dall’altra parte. Ma esempi ne troviamo anche molto dopo, basta leggere le memorie dei soldati del 15/18, dove uno dei principali problemi lamentato era proprio il non riuscire a capirsi troppe lingue o dialetti se così li vuol chiamare.

    Insomma un certo d’Azeglio molto più “influencer” di noi due disse, che fatta l’italia c’era un altro problema più grande da risolvere… be penso che la risposta la sappia ed a mio modesto avviso è stata una delle stupidaggini più grandi si potessero fare visto e considerato anche il prezzo (di sangue) pagato.

    Qualcuno più sopra ha citato Dante, che in questa terzina più che il sommo poeta sembra un Nostradamus sui tempi moderni.

    «Ahi serva Italia, di dolore ostello,
    nave senza nocchiere in gran tempesta,
    non donna di provincie, ma bordello!»

    In italia praticamente una evergreen.

    Buone vacanze

    FlyingWhispers

  28. Gli italiani sono stati (e sono ancora) una ventina di popoli diversi con usi, costumi, tradizioni e lingue diverse. La nascita degli stati nazionali e il desiderio di unità fu una esigenza più di economia politica che di natura sociale, sentita ed attuata da pochi e semplicemente subita da molti.
    Il 98% della popolazione non faceva differenza tra un Savoia, un Asburgo o un Borbone. L’unità d’Italia, soprattutto per come è stata ottenuta, non può rappresentare un valore in se, anzi. Il patrimonio culturale ben più importante è rappresentato proprio dalle differenze tra regioni, città e paesi, dalla loro unicità, che se conosciute, capite ed amate, uniscono e non dividono.

    Socrate

  29. Il fatto che siamo così multiformi non vuol dire che non siamo un unico popolo. La lingua ci ha unificato dall’anno mille almeno. Prima ci unificava la consapevolezza dell’unità della Penisola a sud delle Alpi. Gli altri popoli ci consideravano un popolo unico molto prima che noi stessi arrivassimo a consapevolezza della necessità di uno stato nazionale unitario.
    Quanto alla lingua, basti vedere che i capitoli – o “lingue” – in cui era diviso l’ordine di Malta prevedeva ben tre divisioni per l’attuale Francia (ossia Francia, Alvernia e Provenza) mentre quello italiano era unitario e comprendeva TUTTI gli Stati italiani. I dialetti non sono mai stati considerati una lingua.

    emanuele

  30. Già nel III secolo a.c. i romani consideravano Italia tutta la penisola a sud del Po, il resto era Gallia. Augusto, dopo le varie conquiste, per la prima volta nella storia, unì tutta l’Italia così come la conosciamo oggi, in una sola entità. Dopo la fine dell’impero di Carlo Magno l’Italia si disgregò rimanendo semplicemente una espressione geografica. Solo nelle menti di una ristretta cerchia di eruditi sognatori rimase vivo il ricordo unitario.
    Quanto all’idioma risulta che nel 1861 solo il 5% della popolazione parlava quotidianamente italiano e solamente il 22% sapeva legge e scrivere. Per fortuna la situazione è migliorata, tuttavia mi piace ricordare che ad oggi solo il 46% della popolazione adopera esclusivamente l’italiano, gli altri usano alternativamente il dialetto.

    Socrate

  31. Senz’altro. Va tuttavia notata una cosa: il frate francescano che nel XIII secolo partiva da Assisi e andava a predicare a Gravina di Puglia, in che lingua leggeva il Cantico delle Creature di Francesco? L’italiano era ben compreso, anche se non usato con frequenza. L’Italia ai fatti era una nazione totalmente bilingue, almeno dall’anno 1000 in poi.

    emanuele

  32. Nel 1200 il frate francescano parlava latino “volgare” e magari un po’ di latino scolastico, lo stesso latino usato da San Francesco per interloquire col Papa o con il Sultano d’Egitto Malek al-Kamil. Difficile parlare di italiano, almeno come lo intendiamo noi oggi, a meno di voler accettare che “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene..” sia italiano!
    Scrittori del calibro di Manzoni e Leopardi facevano fatica con l’italiano parlato e preferivano, per loro stessa ammissione, usare il francese…

    Socrate

  33. E dunque le predicazioni ai contadini o ai pastori in che lingua le facevano? In latino scolastico? E se così fosse, perché Francesco avrebbe scritto il Cantico in italiano anziché in latino?
    Non ci fermiamo alla scrittura dell’italiano – che sarà codificata solo molto tempo dopo – quel “sao ko kelle terre…” è già italiano perfettamente intellegibile dalle Alpi alla Sicilia, ancorché i vari italiani regionali fossero molto variegati fra loro. Eppure perfettamente intellegibili fra loro.

    emanuele

  34. Leggo – ma quanta pazienza ha Emanuele! – che Leopardi avrebbe fatto fatica con l’italiano parlato e dunque preferito usare il francese. Suppongo sia troppo chiedere a chi sostiene queste tesi di documentarle.

    Augusto

  35. Augusto la tesi è riportata in diverse fonti, l’ultima che ricordo è in un libro del prof. Claudio Marazzini: “Sintesi di Storia della lingua italiana”.
    “Il tempo e la pazienza possono più della forza o della rabbia.”, Jean de La Fontaine

    Socrate

  36. Se un manuale non può mai essere una “fonte”, figuriamoci se può esserlo il titolo di un manuale. In generale vale ciò che dice Paolita Pablita in un commento qui vicino, “La cosa più interessante sono le cosiddette prove. E’ con le prove che si costruisce un’ipotesi, che dovrà passare al vaglio di eventuali controprove di altri studiosi. La ricostruzione storica è questione di metodo. E’ il metodo, quello che conta”.
    Ad ogni buon conto, che Leopardi usasse il francese avendo difficoltà con l’italiano è del tutto falso. Su Leopardi e la lingua francese, è sufficiente leggere le annotazioni sparse nello Zibaldone, e innanzi tutto “242”.

    Augusto

  37. All’inizio del XIX secolo il divario tra italiano scritto e parlato favoriva l’uso della lingua francese, decisamente più asciutta e pratica. Lo stesso Mazzini, grazie all’ottima conoscenza del francese e dell’inglese, aveva una prosa veloce e spedita, lontana da quella ampollosa, retorica e pedante tipica del romanticismo italiano. Quanto al Leopardi, tanto per essere più chiari, ho voluto semplicemente sottolineare che, pur amando profondamente l’italiano, non poteva non apprezzare il francese parlato.
    Per gli amanti delle fonti riporto un piccolo brano del Poeta: “Se gl’italiani … conversassero non in francese ma in italiano, essi ben presto riuscirebbero a dare alla loro lingua le parole e qualità equivalenti a quelle della francese in questo genere, e non per tanto parlerebbero e scriverebbero in italiano: riuscirebbero a creare un linguaggio sociale italiano tanto polito, raffinato, pieghevole e ricco e gaio ecc. quanto il francese, non però francese, ma proprio e nazionale. E in questo si potrebbe ben tradurre allora il linguaggio francese o scritto o parlato, che oggi non traduciamo, ma trascriviamo, come fanno i traduttori tedeschi.” tratto da: (Giacomo Leopardi, Tutte le opere)

    Socrate

  38. Augusto, qualche volta guarda sta benedetta luna, lascia perdere il dito…

    Socrate

  39. Socrate ha scritto: “Scrittori del calibro di Manzoni e Leopardi facevano fatica con l’italiano parlato e preferivano, per loro stessa ammissione, usare il francese”. Per quanto riguarda Leopardi l’affermazione è falsa, è inutile fare acrobazie semantiche. Su Manzoni potremmo discutere a lungo. Le discussioni astronomiche non mi interessano.

    Augusto

  40. Acrobazie semantiche? Augusto che fa, mi nega l’evidenza? Brutto segno… In ogni caso se è falsa o vera non lo decide certo lei. Mi ha appena fatto il sermoncino citando Paolita Pablita sulle prove, le ipotesi, il vaglio di studiosi e poi che fa si rimangia tutto semplicemente affermando: “è falsa”, Il metodo allora che fine ha fatto?

    Socrate

  41. Stiamo sempre aspettando dai sedicenti leopardisti le prove – a proposito di metodo – che Giacomino usasse quotidianamente la lingua francese, e lo ammettesse esplicitamente,poiché faceva fatica a servirsi della lingua italiana. Il resto è aria [peraltro inquinata] fritta.

    Augusto

  42. Augusto rilegga il mio precedente intervento del 13 agosto 2019, ore: 14:46 e mi dica cosa non ha capito.

    Socrate

  43. Amici di “Storia in rete”, nei miei non troppo frequenti – spero – interventi, io cerco di porre una questione di metodo. A meno che non si voglia trasformare la storia in “Porta a porta”, dove ciascuno dice quel che gli pare senza preoccuparsi dei riscontri con la realtà, io credo che i commenti dovrebbero fondarsi su dati di fatto verificabili, fermo restando che le opinioni possano poi divergere. In caso contrario, la discussione è puro chiacchiericcio. Faccio l’ultimo esempio. Trovo la frase: “Scrittori del calibro di […] Leopardi facevano fatica con l’italiano parlato e preferivano, per loro stessa ammissione, usare il francese”. Chiedo se ne dimostri la fondatezza perché qui si attribuisce a Leopardi un fatto determinato, cioè l’uso abituale della lingua francese al posto dell’italiano. Risposta: “Quanto al Leopardi, tanto per essere più chiari, ho voluto semplicemente sottolineare che, pur amando profondamente l’italiano, non poteva non apprezzare il francese parlato”, che è concetto totalmente diverso dalla prima affermazione, che era falsa perchè è noto a quasi tutti che la capacità dell’uso “sociale” della lingua francese da parte di Leopardi non inizia prima del 1822, e che la lingua abitualmente scritta e parlata dal Leopardi rimarrà sempre l’italiano.
    Questo modo di discutere, che ignora i dati di fatto, a mio parere è del tutto ozioso. Mi piacerebbe ascoltare a questo proposito il parere di altri lettori.

    Augusto

  44. Augusto, non perda di vista la realtà, consideri il contesto nel quale ci muoviamo. Non siamo ad un simposio tra dotti cattedratici, ma in un forum di appassionati di storia che scrivono come parlano, di getto. La prima affermazione non è falsa è semplicemente mal posta. Lei l’ha fraintesa e io l’ho ribadita in una forma più corretta e comprensibile, riportando, a tal proposito, uno scritto del Poeta. Sicuramente gli “altri lettori” non potranno che prenderne atto.

    Socrate

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