Quella guida americana per “automobilisti negri”

25 agosto

Fu per trent’anni la Michelin dello Zio Tom, il triste e prezioso Gps dell’apartheid americano per i naufraghi della segregazione razziale. “Verrà un giorno  –  sognava l’editore delle guida nella prefazione, stranamente invocando il proprio fallimento  –  in cui questo libro diventerà inutile perché chiunque in America potrà andare dove vuole”. Ma non ancora, non subito, non negli anni e decenni nei quali il Libro Verde per Automobilisti Negri era la guida indispensabile per ogni viaggiatore “con la faccia sporca” che osasse avventurarsi per le strade della propria nazione.

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Vittorio Zucconi da “Repubblica” del 24 agosto 2010 Repubblica.it: il quotidiano online con tutte le notizie in tempo reale.

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Per trent’anni, dalla prima pubblicazione nel 1936 fino all’ultima edizione nel 1964, quando l’oscenità delle razze “separate, ma uguali” fu cancellata dalla legge sui diritti civili imposta da Lyndon Johnson, il Green Book for Negro Motorists era stato il TomTom dello zio Tom, il navigatore tascabile che ogni viaggiatore afroamericano, ogni piazzista, ogni famiglia in vacanza sulla nuova Ford, Chevy o Chrysler dovevano consultare per sapere dove avrebbero potuto andare e fermarsi, dormire, mangiare, rifocillarsi, rifornirsi, senza essere respinti, se non appesi per il collo a un ramo.

“Evitate a voi stessi e ai vostri bambini l’imbarazzo di essere cacciati da un motel o da un ristorante”, consigliava la guida con commovente garbo. Costava 75 centesimi. Dal 1964, quando nessun oste o albergatore poté più negare una tavola o una stanza a un “negro” in forza di legge, la Michelin dell’Apartheid era stata dimenticata e quasi rimossa dalla memoria, come un manuale troppo vergognoso per essere ricordato. Lo hanno ripescato, informa il New York Times, dagli archivi e dal museo della Fondazione Ford – che lo sponsorizzava perché un cliente è un cliente e le rate dello Zio Tom comperavano auto come i soldi dell’Uomo Bianco – commediografi, scrittori e illustratori che ne hanno fatto uno spettacolo per un teatro di Washington, poi un saggio e un album di illustrazioni per bambini, dedicato a quella generazione di americani di colore che considerano normale il poter andare dove vogliono, quando vogliono.

Ne furono stampate e diffuse almeno trecentomila copie, curate ed editate dal signor Victor Green: da qui, e non da premature vocazioni ecologiste, il nome. Con l’aiuto del passaparola e dei pochi agenti di viaggio o albergatori disposti a collaborare, la guida all’America che tollerava e accettava i neri si arricchì anno dopo anno, fino alle 80 pagine dell’ultima edizione. La spingevano la crescita della motorizzazione di massa – ben descritta dall’agghiacciante copertina che mostra un ingorgo stradale mostruoso – che aveva investito anche la popolazione di colore e l’estensione del sistema autostradale nazionale voluto dal presidente Eisenhower negli anni Cinquanta per creare una rete di comunicazioni interne rapide anche a scopi militari, in caso di invasione. Questi colored motorizzati, cittadini con ancora la pelle di serie B ma già le auto di serie A, volevano viaggiare, vedere, portare la famiglia in vacanza, tornare dalle città del nord in quelle terre del sudore schiavista dalle quali erano scappati, a rivedere nonni, cugini, a ritrovare radici. Ma nel loro viaggiare invariabilmente cozzavano contro le porte sbarrate della locande o il “no colored” delle pompe di benzina.

Li soccorreva il Libretto Verde. Consultarlo oggi, nelle copie ritrovate a volte nascoste nelle soffitte oltre che negli archivi e leggibili via Internet, significa trasecolare, rammentando quanto poco tempo è passato, poco più di una generazione. A Los Angeles, già un’immensa città negli anni ’50 e ’60 dopo il boom della guerra, soltanto tredici alberghi deplorevoli accettavano ospiti neri. Ad Atlanta, la Stalingrado della Guerra civile distrutta mattone per mattone dalle giubbe blu nordiste prima di arrendersi, nessuno. Soltanto qualche taverna con stanze e molte case private, ovviamente di neri, che affittavano per qualche notte e servivano un pasto ai viandanti motorizzati. A New York, per trovare un hotel, era necessario puntare subito verso Harlem, oltre la 100esima strada, all’epoca il confine razziale invalicabile.

Nella nascente Las Vegas, concimata dai capitali di una Cosa Nostra notoriamente poco portata alla tolleranza multietnica, i negroes non erano benvenuti: nessun albergo, nessun casinò, nessun saloon per loro. Difficile anche trovare una meta per il viaggio di nozze e per le lune di miele: anche andare a vedere le cascate del Niagara, obbiettivo molto ambito, era un problema. Solo un motel accettava la coppia dal volto scuro ed era necessario prenotare con mese di anticipo. Ma se l’amore coniugale avrebbe potuto trovare altre occasioni per esprimersi, altre situazioni erano infinitamente più rischiose che una notte sul sedile posteriore della Ford. Non mancava nella guida l’elenco delle comunità locali, dei paesi, delle cittadine dove erano in vigore le “leggi del tramonto”, il coprifuoco, e chiunque fosse nero, anche se una bambina con le ballerine e le calzette bianche ai piedi o la nonna con i capelli azzurri, poteva essere arrestato senza altra ragione che la sua razza, se scoperto in giro con il buio.

La Michelin del razzismo on the road aveva avuto due progenitori chiaramente indicati dal signor Green nella introduzione. Gli ebrei americani, che per primi, sui loro giornali e riviste soprattutto pubblicate a New York, avevano cominciato a indicare ai lettori i luoghi e gli alberghi dove fermarsi senza sentirsi respinti come untermenschen, come esseri sub umani, dall’antisemitisimo che nell’America della prima metà del Ventesimo secolo fioriva rigoglioso, anche nei sacri testi del Ku Klux Klan e dei loro cavalieri incappucciati. L’altro progenitore era ancora ben fresco nella memoria degli ex schiavi, cioè di tutti i neri, la cui immigrazione forzata in America era di fatto sempre passata per le piantagioni e le navi negriere. Era la leggendaria “ferrovia sotterranea” senza treni, la lista segretissima delle case, delle chiese, della famiglie disposte ad accogliere e ospitare schiavi nella fuga dal Sud verso il Nord, sapendo di rischiare, se non la vita, certamente il carcere e l’espropriazione.

Eppure ogni anno, dal primo, smunto elenco dell’edizione 1936 fino all’ultima più corposa edizione del ’64, il numero di esercizi che accettavano colored continuava ad aumentare, non solo, e non tanto, per improvviso scioglimento delle coscienze e della ragione civile, ma per la crescita del potere d’acquisto e della mobilità della minoranza. Lentamente il potere del commercio, la sirena del business inducevano sempre più locandieri e bottegai a piegarsi e ad accettare i dollari dei negroes, buoni esattamente come quelli dei whites. E quando, negli anni Sessanta, le leggi abbatterono formalmente (non sempre sostanzialmente) il muro invisibile che separava l’America bianca da quella nera, il desiderio dell’editore si realizzò e il Libro Verde cessò le pubblicazioni. Non fu il grande “sogno” di Martin Luther King, ancora oggi da realizzare, ma anche le magnifiche utopie sono tessute di piccole realtà: “I have a dream”, quello di una stanza pulita e di un tavolo al ristorante. E neppure il signor Green avrebbe potuto immaginare che un giorno un “automobilista negro” sarebbe arrivato fino alla Casa Bianca senza bisogno della sua guida.

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Inserito su www.storiainrete.com il 25 agosto 2010

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