Banche e politica: la lezione di Raffaele Mattioli

22 settembre

In due documenti, uno indirizzato nel 1931 a Mussolini e l’altro inviato nel 1947 a Togliatti, non c’era solo un piano di ristrutturazione del sistema produttivo e creditizio ma un progetto organico d’interventi per uno sviluppo duraturo dell’Italia.
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di Massimo Mucchetti dal “Corriere della Sera” del 20 settembre 2010
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Perché Benito Mussolini avallò l’ascesa e la permanenza di Raffaele Mattioli al vertice della Banca commerciale italiana, senza incontrarlo mai? Negli anni Trenta, la Comit era l’istituto di credito più importante del Paese, e lo Stato ne possedeva il capitale. Mattioli aveva combattuto da valoroso nella Grande guerra. A Fiume, aveva frequentato i legionari e D’Annunzio, ma senza perdersi dietro al Vate. Tra i suoi amici spiccava l’economista Piero Sraffa, che da Cambridge era in contatto clandestino con il pensatore comunista Antonio Gramsci in carcere a Turi. Il suo braccio destro era Giovanni Malagodi, di ceppo liberale. Nell’ufficio milanese di piazza della Scala, incontrava dirigenti come Ugo La Malfa, Sergio Solmi ed Enrico Cuccia e amici come Adolfo Tino, tutti antifascisti. Prese la tessera del Fascio solo nel 1934, obbligato dalla nuova carica. Perché il Duce tollerava una tale eccezione al conformismo della dittatura? Nel novembre 1999, un giornalista con il passo dello storico, Sandro Gerbi, ebbe modo di chiederlo a Cuccia. Che rispose: «Mattioli non era fascista, bensì intelligente, mentre i fascisti erano “fessi”. Cosa che Mussolini, tutt’altro che “fesso”, sapeva benissimo».
Questa battuta conclude il breve saggio (Cronistoria di un testo) che lo stesso Gerbi fa seguire al Profilo di Raffaele Mattioli tracciato da Malagodi per la rivista «Economia pubblica» nel 1982 e ora riproposto dall’editore Nino Aragno. Ma la chiave di lettura cucciana non esaurisce la questione delle classi dirigenti dell’economia e del loro rapporto con il potere politico. Anche perché quello tra Mussolini e Mattioli è un anello del più vasto intreccio tra fascismo e tecnocrazia, che ha il suo architrave in Alberto Beneduce, primo presidente dell’Iri, leale al regime ma senza arruolarsi nel partito (la tessera gli venne inviata nel 1938, non richiesta), coerente nella prassi con le sue origini socialiste e nittiane, come raccontano i suoi biografi, Mimmo Franzinelli e Marco Magnani.
Il brillante testo di Malagodi, che nel 1977 aveva lasciato la presidenza del Partito liberale per protesta contro la svolta a sinistra del segretario Zanone, fa perno su due documenti mattioliani: l’appunto per Mussolini sulla riforma dell’economia italiana e il salvataggio della Comit del 1931 e la lettera del 1947 al capo del Partito comunista, Palmiro Togliatti. Avrebbe potuto, Malagodi, sviluppare anche altro. Le comunicazioni interne del biennio 1933-34, per esempio: appena pubblicate da Francesca Pino, disegnano la banca moderna, una riprogettazione di cui oggi nessuna banca sarebbe più capace senza l’aiuto di una McKinsey. Oppure avrebbe potuto indagare le relazioni con la Democrazia cristiana. Magari partendo dall’aneddoto su Alcide De Gasperi, che voleva il grande banchiere al governo, ministero a scelta, e si sentì chiedere l’impossibile: «Pubblica istruzione a budget quadruplicato». Ma niente avrebbe avuto più forza evocativa dei documenti prescelti.
Si tratta di missive speciali, che Mattioli manda a leader politici ai suoi antipodi. D’altra parte, anche la sua cultura, nutrita in gioventù da Attilio Cabiati, economista liberale non manchesteriano e consulente della Camera del lavoro di Torino, e da Luigi Einaudi, era speciale. Di sé, in un’intervista a Corrado Stajano, il banchiere disse: «Sono un liberale con tale dose di anarchia che mi consente di non essere necessariamente democratico. Sono un conservatore, ma con tale dose di senso storico che mi consente di non essere necessariamente anticomunista». Per questo, Mattioli non temeva di spingersi in partibus infidelium per perseguire l’interesse generale, che comprendeva il progresso delle classi lavoratrici.
Settembre 1931, dunque. La Comit marcia verso il fallimento. Controlla un quarto delle società anonime italiane, ma sulle partecipazioni perde tanto da azzerare il capitale. L’amministratore delegato, Giuseppe Toeplitz, inviso al regime, deve incontrare il Duce per chiedere soccorso. La definizione del quanto, del come e del perché Toeplitz aveva chiesto a Mattioli di segnarla in un appunto da consegnare a palazzo Venezia. Mattioli ha 36 anni, sta in banca da 6 anni e da uno ha il rango di direttore centrale. La posta in gioco è altissima: se l’appunto non convincesse il Duce, l’estensore sarebbe travolto nella rovina di Toeplitz; viceversa, si aprirebbe l’opportunità di prendere il posto di un uomo che tutti in banca chiamavano «il Padrone» e che lo stesso Mussolini, pur continuando a diffidarne, giudica «un colosso».
Il Mussolini del 1931 è lo stesso capo del governo che prima, nel 1926, aveva bloccato il cambio a quota 90 quando i mercati avrebbero naturalmente pagato 120 lire per una sterlina. Quella decisione di politica monetaria era stata presa per rafforzare il prestigio del regime, un anno dopo le leggi eccezionali, senza considerare le probabili, nefaste conseguenze sulle esportazioni. E l’economia aveva ben presto presentato il conto, ma aveva anche fatto emergere la fragilità del suo architrave, la banca mista, attiva nella finanza quanto nel credito.
Negli anni Venti, le banche avevano prestato ingenti somme ai grandi gruppi privati, spesso malgestiti e attratti dalla speculazione, e questi avevano comprato azioni delle banche, le quali infine avevano sottoscritto le emissioni azionarie dei debitori acquisendone il controllo e con ciò venendo, di fatto, a possedere sé stesse, ma a prezzi troppo alti. «Una mostruosa fratellanza siamese», la definirà più tardi Mattioli. Non tanto diversa, potremmo chiosare, dall’aggregazione di interessi in conflitto tipica della grande banca contemporanea deregolata.
È ragionevole ipotizzare che Mussolini, ammaestrato dalla storia tutta politica di quota 90, ascoltasse con maggior attenzione gli uomini migliori dell’economia, specialmente se distinti dai cultori della banca mista. E che per Mattioli gli bastassero le referenze provenienti da Beneduce e dal ministro delle Finanze, Guido Jung, ebreo nazionalista non ancora in disgrazia.
L’appunto immagina l’economia fascista oltre le corporazioni, capace di entrare nell’organizzazione della produzione attraverso un piano regolatore di respiro decennale. Una riedizione italiana del Gosplan bolscevico? Mattioli previene i critici: l’economia non verrebbe statizzata, l’iniziativa privata sarebbe anzi assecondata, ma lo Stato avrebbe poteri di indirizzo dal di dentro. Insomma, dalla banca mista all’economia mista. Primo passo, l’acquisizione delle banche, in particolare della Comit, attraverso un Istituto del Tesoro, al quale basterebbe dare un capitale iniziale di 100-200 milioni di lire. Le imprese ereditate dalle banche sarebbero da coordinare e razionalizzare se buone, da liquidare se marginali. Malagodi spiega l’elogio del fascismo come una captatio benevolentiae, tipica di chi crede nell’arte di persuadere. Ma poi si domanda «se potevano giocare nel subcosciente di Mattioli un certo amaro giudizio sulla borghesia ridotta a sposare il fascismo e un certo scettico “chissà” verso l’antico rivoluzionario», cauta allusione al passato socialista di Mussolini. Il subcosciente del 1931 resta misterioso, ma nel dopoguerra Mattioli, assai benevolo con il piccolo imprenditore, difenderà l’economia mista e manifesterà un certo distacco verso quelli che Ernesto Rossi chiamava i «padroni del vapore» e lui i «senescenti minorenni». Su questo punto l’autore del profilo, che da leader del Pli fiancheggiò la Confindustria, tende a sfumare. In realtà, l’approccio mattioliano non era troppo diverso da quello di Cuccia. Che aveva il vezzo di esibire a certi visitatori l’originale del promemoria di Beneduce a Mussolini sulla riunione del neonato Iri in cui Agnelli, Valletta, Pirelli e Cini chiesero 700 milioni di dote per rilevare la Sip e di riferire poi la risposta del Duce: «Non diamogli niente; questi grandi industriali non se la meritano: sono solo dei gran coglioni!».
Nella proposta per la Comit, Malagodi vede ormai prossima la logica dell’Iri, costituito nel 1933, e nella ridefinizione dei campi d’intervento bancario i prodromi della riforma bancaria del 1936, che separa il credito commerciale da quello finanziario. L’ex banchiere Malagodi non nasconde le aporie pianificatorie dell’amico. Ma, da uomo che sa, fa propria l’analisi sull’Iri come stabilizzatore dello stesso capitalismo privato.
La probità intellettuale di Malagodi risalta nel rilievo assegnato alla lettera a Togliatti. Siamo nel maggio 1947. Alcide De Gasperi ha rassegnato le dimissioni il giorno 13. Dopo il viaggio in America, vuole scaricare dal governo comunisti e socialisti. In quei giorni, il leader del Pci vede più volte il banchiere in casa del comune amico, Franco Rodano. Cattolico e comunista, Rodano aveva contribuito alla salvezza dell’Iri, quando consegnò a Togliatti il memorandum di Sergio Paronetto, consigliere economico di De Gasperi, sulle proposte di smantellamento che venivano da destra e da sinistra e ottenne di dettare lui la linea in materia con due articoli sulla «Voce operaia» che favorirono la missione americana di Mattioli. Togliatti, che grazie al banchiere aveva recuperato i Quaderni del carcere di Gramsci, gli chiede ora di trascrivergli le sue opinioni. Mattioli, fautore del ritorno dei comunisti al governo per completare il risanamento dell’economia, non si fa pregare. E chiama ad aiutarlo Malagodi, nel frattempo migrato all’Ocse. In una notte, nella sede romana della Comit in piazza Colonna, Malagodi scrive, consultandosi con Mattioli e Rodano. Ne esce una lettera in 33 punti che, in sostanza, suggerisce al Pci di sostenere la svalutazione controllata del cambio e le politiche contro l’inflazione.
Perno metodologico, argomenta Mattioli, è la necessità di «fare i conti» da parte dello stato maggiore dell’economia, idealmente formato da Tesoro, Banca d’Italia, presidente dell’Iri, Alto commissario per il razionamento, capo delle Assicurazioni sociali. La sana finanza non è un interesse reazionario, ma di tutta la nazione. La stessa inefficienza dello Stato, più che da cattiva volontà, dipende dall’incapacità di fare i conti. E chi li facesse senza preconcetti capirebbe che l’inflazione danneggia soprattutto i lavoratori e che un’economia più stabile renderebbe l’Italia, destinataria degli aiuti del piano Marshall, meno dipendente dagli Usa.
La lettera è datata 28 maggio 1947. Il 31 De Gasperi vara il monocolore democristiano e consuma la rottura del fronte antifascista, inevitabile a guerra fredda iniziata. Scrive Malagodi: «Non so, credo nessuno sappia se e quale effetto questa lettera producesse su Togliatti. Contrariamente, mi dicono, alle sue abitudini, la mise in archivio senza nessuna nota o segno marginali. La politica del Pci negli anni seguenti fu molto diversa, se non opposta. I conti li fece Einaudi, con l’appoggio politico di De Gasperi, Saragat e Sforza e con l’aiuto finanziario degli Stati Uniti». La scelta di Mattioli suscitava riserve anche tra i collaboratori più stretti, come il marchese Max Majnoni, plenipotenziario romano della Comit, che l’11 giugno 1947 nel suo diario annota: «Non c’è una parola che non sottoscriverei. Ma l’errore di Mattioli, che si considera un puro tecnico, secondo me è di far leva solo sul Pci». Ma proprio Malagodi commenta: «Illuminismo? Illusioni? Forse. Ma non errori».
In effetti, la predica inutile del banchiere è una semina destinata a fiorire nel lungo termine: negli anni Settanta, quando Giorgio Amendola, minoritario nel Pci berlingueriano, esorterà la classe operaia a fare sacrifici senza contropartite contro l’inflazione, e infine negli anni Novanta, con la moderazione salariale accettata dagli ex comunisti quale premessa del risanamento dei conti pubblici in vista dell’euro. Ma la trama di quei rapporti – di quella lealtà armata tra potenze come De Gasperi, Togliatti, La Malfa, Menichella, Mattioli, Costa, Valletta – aveva consentito di valorizzare due decisioni mussoliniane come l’Iri e la legge bancaria, pur dopo una guerra civile. Oggi, con la privatizzazione della politica a opera di partiti leaderistici e proprietari e con gli uomini dell’economia senza più maestri, convinti che basti dedicarsi al profitto della bottega, viene meno l’idea dell’interesse generale e con essa il presupposto di una classe dirigente. E questa assenza rende più che mai attuale l’incompiuta di Raffaele Mattioli, che aveva fondato l’Associazione per la storia delle classi dirigenti in Italia, ma di lì a poco morì. Lasciando una storia ancora da scrivere.
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Inserito su www.storiainrete.com il 22 settembre 2010

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