Il Cardinal Mazzarino, l’italiano che fece grande la Francia

17 ottobre

Machiavellico, ipocrita, cinico, ladro, bugiardo, sodomita e, naturalmente, italiano: il linciaggio morale subìto dal Cardinale Mazzarino nel Seicento, al tempo della Fronda, non gli avrebbe impedito di governare per quasi vent’ anni la Francia in qualità di primo ministro facendone la monarchia più potente d’ Europa, ma avrebbe dato origine a una leggenda nera dura a morire. A ribaltarne l’ immagine e a rendergli giustizia è oggi una appassionante biografia di Simone Bertière (Mazarin, le maître du jeu, Editions de Fallois, pagg. 697, euro 24) che ha immediatamente conquistato lettori e critica. E alla studiosa abbiamo chiesto di illustrarci la sua interpretazione del grande Cardinale.

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Benedetta Craveri per la Repubblica del 21 dicembre 2007 la Repubblica.it

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Qual è la vera identità di Mazzarino? «Nato nel 1602, per un caso, in Abruzzo, allora sotto il dominio spagnolo, Mazzarino è in realtà un suddito del Papa ed è nella Roma dei Barberini, dove trascorre la sua giovinezza, che forma la sua personalità, la sua cultura, la sua sensibilità, il suo gusto per le arti. La capitale del mondo cattolico lo marcherà profondamente; fino alla fine della sua vita si considererà, prima ancora che italiano, romano e continuerà a firmarsi Mazzarini». Lei accenna, a più riprese, a un suo “patriottismo italiano”. «Mazzarino non è sfiorato dall’ idea di un possibile ideale unitario, ma non sopporta di vedere il nord d’ Italia fungere da campo di battaglia per le rivalità tra la casa di Francia e gli Asburgo, né vuole che la Spagna estenda ulteriormente il suo dominio sulla penisola. Per questo si adopera affinché Piemonte e Venezia rimangano “Stati liberi”». La sua biografia mette anche in luce un Mazzarino pacifista ed europeista. «Mazzarino prefigura il pacifismo che connoterà il pensiero politico del Settecento. Per lui la guerra non è un fine ma un mezzo e ha come unico obbiettivo quello di condurre a una pace stabile che può essere perseguita solo su scala europea, e solo sulla base di precisi accordi. Sarà questo a costituire la sua originalità: fin dal suo debutto in diplomazia Mazzarino si comporta e pensa come un europeo.

E la sua visione politica è di gran lunga superiore a quella di Richelieu». Come prende forma l’ intesa fra lui e Richelieu? «I due sono profondamente diversi ma condividono un certo numero di idee. A differenza del Papa, dell’ Imperatore e del re di Spagna, che vogliono restaurare con le armi il cattolicesimo nella Germania protestante, sia Richelieu che Mazzarino pensano che la situazione sia ormai irreversibile e che solo riconoscendo ai protestanti le posizioni acquisite si impedirà alla religione riformata di guadagnare ulteriore terreno e sarà possibile aprire dei negoziati che consentano di raggiungere una pace duratura. Per questo Mazzarino lascia il servizio di Urbano VIII dove aveva iniziato la sua carriera diplomatica e passa a quello di Richelieu. Non si tratta di un tradimento ma di una scelta politica diversa. Nel 1640, guadagnata la fiducia di Richelieu, Mazzarino si trasferisce in Francia e riesce a conquistare quella di Luigi XIII e di Anna d’ Austria, diventando cardinale e primo ministro. Come spiega questo exploit? «La prima arma di Mazzarino è la seduzione. Dotato di una intelligenza superiore, è bello, fine, spiritoso, caloroso e ha l’ arte di ascoltare e capire i suoi interlocutori. Sa sposare il punto di vista degli altri per poi portarli insensibilmente sulle sue posizioni. Diversissimo in questo da Richelieu che era autoritario, arrogante, collerico, Mazzarino ha subito conquistato con il suo tatto Luigi XIII , a lungo umiliato dal comportamento tirannico del suo primo ministro, restituendogli la fiducia in se stesso.

Egli farà lo stesso con Anna d’ Austria e con Luigi XIV. Pedagogo straordinario, Mazzarino dà ai suoi interlocutori la sensazione di essere intelligenti e di trovare loro stessi le decisioni giuste da prendere. Ma nel caso di Anna d’ Austria non è piuttosto il caso di parlare di manipolazione? «Il termine è forte ma non improprio. Non credo che Mazzarino menta quando manifesta alla Regina devozione e affetto. Ma è anche evidente che di quell’ affetto, di cui è stata così a lungo privata nel corso del suo triste matrimonio, Anna d’ Austria ha un gran bisogno e Mazzarino si rende conto che se non sarà lui a colmare quest’ esigenza, altri lo faranno al suo posto. La loro rimarrà comunque una relazione di natura platonica, nel solco della tradizione cavalleresca e cortese. Qual è la molla di questa ambizione così implacabile a cui è pronto a sacrificare tutto se stesso? «Mazzarino è partito dal basso ed è straordinariamente intelligente, più di Richelieu. Vuole provare di cosa è capace e vuole a tutti i costi avere la meglio. La sua vita è un susseguirsi di sfide, di rischi. Più l’ obiettivo è difficile è più ne è attratto». Che peso ha per lui la religione? «Mazzarino è profondamente credente. La sua è una fede spontanea, che lo porta a pensare che l’ uomo non sia irrimediabilmente corrotto e che Dio conduca a buon fine le cose a condizione che gli uomini ci mettano del loro. Quanto alla chiesa, di cui conosce perfettamente il funzionamento, egli pensa che sia una istituzione umana, che vada considerata come tale, e che il papa non sia diverso dagli altri uomini». Questo non sembra impedirgli una certa dose di cinismo.

«Mazzarino non è cinico, è pragmatico. Prende gli uomini e le situazioni per quel che sono, non pretende di cambiare il mondo, vuole solo farlo funzionare nel miglior modo possibile. è profondamente tollerante: fin quando non entra in conflitto con l’ ordine pubblico ciascuno può pensare quel che vuole. Non avrebbe certo approvato la decisione presa da Luigi XV di revocare l’ editto di Nantes». In che misura Mazzarino ha fatto sua la concezione dello Stato di Richelieu? «Lei mi chiede se Mazzarino è un partigiano dell’ assolutismo? Richelieu ha grandemente rafforzato l’ autorità reale e Mazzarino ne ha ereditato l’ impegno e vi si è mantenuto fedele, trasmettendo a Luigi XIV un regno forte e pacificato. Ma non credo che ciò corrispondesse in lui a una ideologia, alla convinzione che l’ assolutismo fosse la forma di governo ideale. Il suo pragmatismo lo induceva piuttosto a pensare che quella fosse allora la sola soluzione possibile per la Francia. Se si fosse trovato alla testa di una repubblica avrebbe governato in accordo ai principi repubblicani». Una delle grandi accuse che pesano su Mazzarino è di essersi arricchito senza scrupoli ai danni dello Stato, ma lei mostra a riguardo una certa indulgenza. «Il suo comportamento non è diverso da quello dei suoi predecessori. Era povero e aveva bisogno di denaro per governare. Non esisteva una Banca di Francia e le casse del Tesoro erano sempre vuote, e per fare la guerra c’ era bisogno di soldi. Il denaro era per lui uno strumento di potere e se fosse stato onesto, nel senso che diamo noi oggi alla parola, avrebbe avuto le mani legate. I soldi costituivano anche, per un grande collezionista quale egli era, uno strumento di godimento estetico. E come non provare un po’ di indulgenza per le sue prevaricazioni, visto il patrimonio artistico – il complesso monumentale dell’ Institut con la sua biblioteca, i suoi quadri oggi al Louvre – che egli ha lasciato alla Francia?» Quanto ha inciso su di lui l’ esperienza francese? Si può parlare di un Mazzarino francese? «Credo che Mazzarino sia rimasto molto italiano. Arrivato in Francia a quarant’ anni, con una personalità già formata, non ha mai adottato né i valori, né lo stile di vita della nobiltà francese. Probabilmente egli non amava i francesi che lo avevano trascinato nel fango durante la Fronda, ma amava le persone che serviva, Anna d’ Austria e Luigi XIV, a cui avrebbe fatto da padre, insegnandogli il suo mestiere di re. Ma il suo cuore era rimasto a Roma, in quella Roma in cui non avrebbe più fatto ritorno».

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